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lunedì 16 giugno 2014

Se Agcom se la prende con le tesine sui Babilonesi


riprendo qui questo articolo per dare un esempio del futuro che ci hanno costruito intorno.. senza che noi facessimo nulla per evitarlo: anzi li abbiamo anche votati in massa.
di Fulvio Sarzana | 16 giugno 2014 sul Fatto Quotidiano

Il Regolamento Agcom sul diritto d’autore in vigore da un paio di mesi comincia a mostrare il suo vero volto. Presentata come la panacea di tutti i mali della rete, e come modello della lotta alla pirateria, sta in verità  dimostrando tutti i timori della vigilia, con qualche sorpresa in più.
Come è noto la nostra Repubblica garantisce il diritto allo Studio, al pluralismo ed alla libertà di informazione, ma Agcom sembra aver deciso di interpretare il diritto d’autore sulla rete (non presente formalmente nella nostra Costituzione) a prevalenza rispetto ai diritti Costituzionali nominati espressamente nella Costituzione, quand’anche tali diritti rappresentino le necessità delle giovani generazioni. Una evidente “tensione” tra questi principi è presente in uno dei provvedimenti dell’Agcom.
Risorsedidattiche.net è un sito che mette a disposizione, come appare dalla prima pagina, dei bambini delle scuole primarie, alle famiglie agli insegnanti, schede didattiche per l’apprendimento. I singoli utenti inseriscono i materiali a titolo gratuito che sono condivisi a beneficio della collettività. E’ un sito molto frequentato soprattutto dai bambini delle scuole primarie, perché contiene un gran numero di esercizi gratuiti di inglese  per la prima scuola dell’obbligo.
Orbene l’Agcom, con la comunicazione di avvio di procedimento n. 42/2014,  ha ordinato al provider Aruba di cancellare le schede gratuite relative ai seguenti temi: “La civiltà dei Greci – 3”, “I Sumeri”, “La civiltà degli  Assiri”, “Teoria del Big Bang”, “Gli Etruschi”, “Civiltà dei Greci – 4”, “La  preposizione”, “La civiltà dei Greci”, “I Babilonesi”,“L’Iliade”. Il gestore del sito, a detta di Agcom, pur essendo presente un form per la segnalazione, non è stato nemmeno contattato. Senza entrare nel merito della questione, sembra però evidente che le immagini presenti sul sito, in bassa risoluzione, siano completamente gratuite e provengano da un altro sito da cui sono liberamente scaricabili (anche se il titolare del sito cita la legge sul diritto d’autore). Fra l’altro le schede riportano all’interno con esattezza la fonte da cui sono tratte.
Dunque, se il provider Aruba, che non ha nulla a che vedere con la gestione del sito, non inibisce l’accesso alle schede rischia fino a 250mila euro di multa e la denuncia all’Autorità giudiziaria. E si tratta di uno solo delle decine di provvedimenti diretti a portali che non esercitano alcuna attività di pirateria, o che,  quantomeno  appare fortemente improprio chiamare pirati. Sono gli alunni delle scuole primarie, gli insegnati e le famiglie il target  della lotta alla pirateria targata Agcom?
p.s.
commenti?

martedì 4 marzo 2014

Speciale/ Italia, ufficiale la censura su Internet

da punto informatico, serissimo giornale del mondo web, vi propongo questo articolo, pubblicato oggi, a firma di Paolo De Andreis che accende un riflettore sul "democratico" mondo dell'informazione italico.. sempre più vicino alla cina (ira, korea del nord, ecc. fate voi) che ai paesi civili.
Buona lettura
Roma - In Cina, chiunque voglia pubblicare un sito web deve essere registrato presso l'ufficio governativo competente. In Italia, da oggi, chiunque voglia pubblicare informazioni su un sito deve ottemperare a certe disposizioni e se lo fa periodicamente deve ottenere persino una serie di registrazioni ufficiali. E, proprio come in Cina, chi pubblica senza registrarsi incorre nel reato di stampa clandestina, che in Italia è punito con una sanzione variabile tra il mezzo milione di multa e i due anni di carcere (oggi depenalizzato).
Questo accade da oggi grazie alla nuova legge sull'editoria, varata il 21 febbraio da quello stesso Parlamento che era sul punto di approvare il DDL sui domini, in un testo ispirato al decreto Passigli e bocciato da tutti gli operatori del settore.
Anche in questo caso le critiche, gli avvertimenti e gli altolà non sono serviti a granché: il Parlamento in extremis prima dello scioglimento delle Camere ha dato il via libera ad una legge che non ha riscontro in Europa e che oggi entra formalmente in vigore (vedi anche quanto pubblicato da Interlex).La nuova legge (62/2001) ridefinisce il concetto di sito Internet che fa informazione, quindi praticamente ogni sito Internet, che viene ora considerato "prodotto editoriale" e, come tale, rientrante nelle disposizioni storicamente censorie della legge sulla stampa. Ogni "sito informativo" italiano rientra da oggi nella classificazione di "prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico".
La nuova legge riguarda dunque non solo i siti che pubblicano informazioni con cadenza periodica, che sono sottoposti ad un regime più oppressivo, ma anche tutti i siti che pubblicano informazioni e che, se non sono periodici, "se la possono cavare" inserendo sulle proprie pagine il nome e il domicilio dell'editore e l'indirizzo della locazione fisica del server.
I veri dolori sono riservati a quei siti che pubblicano contenuti periodicamente.
"Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico - avverte infatti la legge sulla stampa - senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall'art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000. La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell'editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero".
A scanso di equivoci, la registrazione di cui parla la legge consiste nell'assunzione/individuazione di un direttore responsabile che abbia i requisiti per essere iscritto all'Ordine dei Giornalisti o agli elenchi speciali per le testate specializzate e che "controfirmi" la registrazione del sito presso il tribunale della città ove risiede "l'editore".
Al di là delle pulsioni censorie da cui la legge nasce, analizzate nelle pagine successive di questo Speciale, la nuova normativa sferra un colpo al cuore di tutti i siti italiani, anche di quelli nati dalla passione di chi li alimenta con un lavoro spesso mal o non remunerato, a quelli che nascono dalla fornitura gratuita di contenuti da parte dei lettori-contributori e a tutti quelli che, per una ragione o l'altra, non possano designare un direttore responsabile.
Non solo, i siti che fanno dell'informazione periodica un "contorno" alle attività principali, come molti portali, sono costretti a trasformarsi de facto in "testate registrate", anche se le informazioni pubblicate sono in realtà prodotte, come spesso accade, da terze parti.Per tutti coloro che non hanno già provveduto alla registrazione del "periodico", da oggi scatta il reato di stampa clandestina. Starà alla magistratura rendere efficace la legge provvedendo al sequestro dei siti e alla comminazione delle sanzioni.
L'italiano che pensasse, vista la mala parata, di spostare i suoi contenuti su un sito all'estero non avrebbe sorte migliore. Il "prodotto editoriale", infatti, sarebbe comunque considerato "italiano" se i contenuti vengono spediti sul server di pubblicazione dall'Italia o se vengono "trasmessi" in Italia. La legge dunque tende a penalizzare i siti italiani che devono vedersela con concorrenti internazionali, siti che in Europa o negli Stati Uniti prosperano senza queste limitazioni alla libertà di stampa.
Non contento, il Parlamento ha anche imposto con questa legge una nuova responsabilità ai provider, fornitori di hosting per i server che ospitano i siti italiani.
Questi, infatti, sono da considerarsi inclusi nella disposizione secondo cui "chiunque in qualsiasi modo divulga stampe o stampati pubblicati senza l'osservanza delle prescrizioni di legge sulla pubblicazione e diffusione della stampa periodica e non periodica, è punito con la sanzione amministrativa da lire duecentomila a un milione e duecentomila".
Ma perché il Parlamento ha approvato tutto questo? In teoria, e il resto della nuova legge lo conferma, per estendere alle imprese editoriali online (e non si parla tanto di piccoli siti e associazioni quanto invece delle grandi aziende che oggi online incontrano notevoli difficoltà economiche) i contributi già previsti per le pubblicazioni stampate.Con nuove forme e nuovi fondi, infatti, la legge prevede che una serie di giornali online possano essere oggetto di contribuzioni pubbliche che consentano loro di tenere in piedi attività che da sé in piedi non starebbero, proprio come avviene da decenni nel mondo della carta stampata. Il tutto sulle spalle del contribuente.
Da segnalare, per completezza, che questa legge non è stata approvata in Aula dal Senato ma direttamente dalla Commissione Affari Costituzionali in sede deliberante. In quella occasione, il 21 febbraio scorso, è stato registrato l'accordo sostanziale di tutti i gruppi parlamentari. Con lo stesso appoggio praticamente unanime, d'altro canto, doveva passare anche il DDL sui domini, bloccato solo dallo scioglimento delle Camere.
In Italia esiste una stampa clandestina, che viene così definita non perché istigatrice alla violenza, all'omicidio o al ribaltamento delle istituzioni repubblicane. No, la stampa clandestina oggi in Italia è quella che non paga annualmente le gabelle di Stato all'Ordine dei giornalisti, quella che non si iscrive all'Albo o non risulta dalle liste dell'Autorità delle telecomunicazioni. Quella, insomma, che vive di quanto sancito dall'art.21 della Costituzione della Repubblica che recita con la massima chiarezza: "La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure".
Principi che sono stati disattesi in questi decenni per compiacere la corporazione giornalistica, e consentirle di rimanere tale, e per agevolare la commistione tra i grandi interessi economici e la stampa. L'imposizione di un esame per ottenere la qualifica di "giornalisti professionisti" è strumento che da solo può garantire che i diritti speciali corporativi non cadano in mani "sbagliate" e che nelle fila dell'Ordine entrino solo persone che corrispondono a determinati parametri.
Le progressive pugnalate alla libertà di stampa inflitte dalle leggi italiane sembrano uscite dall'orwelliana "Fattoria degli Animali". Una fattoria dove i maiali al potere riescono ad imporre agli altri animali il tradimento dei principi su cui è sorta la loro comunità. Quando cioè al principio "siamo tutti uguali" si aggiunge impunemente "ma alcuni sono più uguali degli altri". Allo stesso modo i giornalisti che scelgono di aderire all'Ordine sono - spesso loro malgrado - come i maiali orwelliani, protetti da leggi speciali che li differenziano dalle oche e dagli altri esseri minori che popolano la fattoria. Leggi che li rendono inevitabilmente complici del soffocamento della libertà di stampa e di espressione nei confronti del "cittadino semplice".
La nuova legge sull'editoria sposta ulteriormente l'equilibrio fasullo su cui si è finora retta la corporazione, portando il baricentro sulla Censura. Non esiste un altro termine per descrivere una norma che impone a chiunque si esprima liberamente sul Web di farsi riconoscere, più di quanto già non faccia la presenza di un dominio Internet, con la sua registrazione, o di un sito gratuito, con l'hosting da parte di un provider.
Come non definire censura una legge che impone ai provider di essere cani da guardia sulle attività dei siti ospitati, perché rischiano di essere ritenuti corresponsabili di pubblicazioni clandestine? Una misura che da sola basta a porre l'Italia al di fuori del contesto internazionale, dove i provider, sostanzialmente, non rispondono dei contenuti che girano sul proprio network e di cui non hanno cognizione.
E così come è censura imporre ad un sito di esporre certe informazioni, facilmente recuperabili altrove e con pochi clic, o con qualche telefonata, è censura ancor più grave imporre ad un sito di registrarsi come periodico telematico. Una registrazione che contempla, sarà un caso?, una gabella da versare all'Ordine dei giornalisti da parte dell'editore o del direttore responsabile, o perché giornalista professionista, o perché pubblicista o perché iscritto in un "elenco speciale".
E per non farci dimenticare da che parte sta, e per chiarire a tutti cosa c'è in ballo, è arrivata ieri pomeriggio anche una ennesima delirante dichiarazione del segretario della Federazione nazionale della Stampa, il sindacato dei giornalisti della corporazione. Paolo Serventi Longhi, riferendosi alla nuova legge sull'editoria, ha esultato: "Finisce così, almeno in Italia, l'assurda anarchia che consente a chiunque di fare informazione on line senza regole e senza controlli e garantisce al cittadino-utente di avere minimi standard di qualità di tutti i prodotti informativi, per la prima volta anche quelli comunque diffusi su supporto informatico".
Non una parola, naturalmente, sul fatto che proprio questo sistema di censura, questa mostruosità giuridica oggi vomitata sulla Rete, abbia fin qui prodotto un giornalismo sciatto, ignorante e arrogante ben oltre il limite della volgarità.
Che tutto questo rappresenti una censura è dunque evidente. Che lo sia non solo per principio ma anche all'atto pratico ci vuole poco a dimostrarlo.
Provatevi, se non l'avete ancora fatto, a pubblicare un vostro notiziario su carta e da oggi anche online senza registrazioni ufficiali. Se la magistratura farà il suo dovere, sarete inquisiti e condannati, il vostro giornale sarà sequestrato, proprio come accade oggi in Cina e Malaysia.
Succede, è successo. E ora potrà succedere anche online grazie ad un Parlamento italiano che in Europa si è dimostrato in questi anni il più colpevolmente ignorante di cose della Rete.
E tutto accadrà, ancora una volta, alla faccia della Costituzione repubblicana e del principio ivi sancito: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione".
Viva l'Italia!

p.s.
... che ne dite? Siamo davvero in pericolo, qui; e che dire dell'AGcom che surettiziamente si è infilata nel vuoto di potere per decidere in via amministrativa della vita e della morte del web? Per fare un esempio: ha fatto levare, pensa sanzioni salatissime, l'annuncio della candidatura di un prof universitario sardo dal sito della sua università, peggio di così. Può anche essere che questo blog, chiuda... per la gioia dei grandi e dei piccini.

giovedì 12 dicembre 2013

Copyright sul web, Agcom approva regolamento. “Stop a siti che lo violano”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 12 dicembre 2013
L’Agcom ha adottato con voto unanime il regolamento per la tutela del diritto d’autore sul web. Ma il provvedimento – spiega il garante della comunicazioni  - non riguarda gli utenti e “non incide sulla libertà della rete”.
Severe le misure contro la pirateria su internet. Nel testo è prevista la rimozione selettiva dell’”opera digitale” che viola il diritto d’autore o, in caso di violazione massiva, la disabilitazione di accesso al sito. Se il sito è ospitato su un server estero, si potrà procedere anche alla disabilitazione dell’accesso al sito stesso. Salate le sanzioni in caso di infrazione: da 10mila a 250mila euro di multa. Ma il garante sottolinea che non procederà l’ufficio, ma solo dopo la segnalazione del titolare del diritto.
Il regolamento entrerà in vigore il 31 marzo 2014 e – spiega ancora l’Agcom – “tiene conto delle osservazioni emerse nel corso di un’ampia consultazione dei soggetti interessati e nell’ambito di una proficua interlocuzione con la Commissione europea”. L’Agcom – prosegue la nota – “ha ritenuto proprio dovere contribuire all’azione di contrasto svolta dai pubblici poteri nei confronti della pirateria digitale. Il provvedimento assegna pertanto carattere prioritario alla lotta contro le violazioni massive e non riguarda gli utenti finali, per cui non incide in alcun modo sulla libertà della rete“.
Il procedimento – comunica ancora l’Autorità – “è caratterizzato dal pieno rispetto del principio del contraddittorio. Per avviarlo, è richiesta la presentazione di un’istanza da parte del titolare del diritto. Quindi è escluso che i provider siano chiamati a svolgere un’attività di monitoraggio della rete”. Non solo i provider, ma anche l’uploader e i gestori della pagina e del sito internet possono far concludere la procedura attraverso l’adeguamento spontaneo e presentare contro deduzioni. Gli atti vengono archiviati se il titolare del diritto si rivolge all’autorità giudiziaria.
L’intervento dell’Agcom “si fonda inoltre sulla convinzione che la lotta alla pirateria non possa limitarsi all’opera di contrasto, ma debba essere accompagnata da una serie di azioni positive volte a creare una cultura della legalità nella fruizione dei contenuti. In questo senso potrà operare l’apposito comitato tecnico, formato da rappresentanti di tutti gli stakeholder e delle istituzioni interessate, che avrà il compito di favorire forme di autoregolamentazione finalizzate all’educazione degli utenti e alla promozione dell’offerta legale”.
p.s.
solo due parole. Un autorità amministrativa, dipendente e nominata dall'esecutivo (e di questi tempi e con la politica che mette le mani dappertutto questo è una vera iattura) prende il posto del giudice naturale e decide della vita e della morte di un blog: il tutto in 48-72 ore, tutto qui. La rete fa paura? Evidentemente, si....

sabato 2 luglio 2011

Raccontiamo la storia .... valutate voi

Quale connessione c'è fra l'agcom, il bavaglio alla rete attraverso provvedimenti amministrativi anziché giudiziari come dovrebbe essere, la7, Santoro, il terzo polo tv, la rete di comunicazioni che improvvisamente, da un giorno all'altro, tolta prima e poi ridata alla telecom la rete telefonica in nome di un servizio universale che non esiste più? Già qual'è la connessione? Proviamo a ricostruire. Se fosse vero siamo davvero tutti in pericolo in questo paese: altro che libertà e democrazia.

  1. Da tempo quelli di Agorà digitale premono e raccolgono firme per impedire che non sia l'agcom ma l'autorità giudiziaria, come dovrebbe essere in un paese di diritto democratico occidentale, a decidere se chiudere in tutto o in parte siti in rete perchè violano chissà quale copyright o abbiano contenuti non approvati ufficalmente: saremo il primo esperimento di censura in itinere del mondo occidentale; in pratica l'agcom diventerà un poliziotto per i difensori del copyright con poteri straordinari senza alcuna garanzia per gli interessati dal provvedimento. Ma come mai? Forse perché si teme che, se non si procede subito al massimo entro luglio, passata l'estate i poteri che contano possano essere meno tutelati in rete perché per i padroni, anzi il padrone dei media tv, la rete è una zona off limit e quindi se non la si controlla strettamente la situazione potrebbe sfuggire di mano in caso di cambio di maggioranza (ce li vedete quelli del pdmenoelle a fare la rivoluzione per difendere le libertà digitali viste le critiche che spessissimo gli vengono mosse, io no)? Meglio mettere tagliole subito: in modo da tutelare non tanto che so i cittadini o i bambini .... ma i grandi proprietari di copyright e, dietro di loro, i grandi media: figure che coincidono fra loro nel caso italiano data la concentrazione in pochissime mani dell'industria culturale e mediatica.
  2. ora proviamo a immaginare cosa potrebbe accadere se un giornalista come Santoro si mette a fare programmi online in streaming senza alcun controllo o direttiva o altro. In Rai era una spina nel fianco ma in rete ha praterie intere da cavalcare senz'alcun controllo governativo e sodale ad esso: che fare? Ecco allora a tambur battente il bavaglio preventivo nascosto dietro la difesa del copyright!!!!!
  3. e come mai Santoro è costretto ad andare in rete e non su la7 come tutti credevamo? C'entrerà per caso la norma prima messa in finanziaria e poi tolta che imponeva a Telecom (proprietaria delle rete fisica telefonica italiana grazie ai governi del centrosinistra degli anni '90) la dismissione della stessa rete verso una società sotto controllo pubblico (come Terna per l'elettricità ad esempio), norma che, guarda caso, sparisce nel momento in cui la7 annuncia la rottura delle trattative proprio con Santoro (chiudendo definitivamente il discorso su un terzo polo tv alternativo a raiset)?

A pensar male non sarà corretto ma difficilmente si sbaglia visti i tempi che corriamo in questo paese dove oltre ad evidenziarsi un distacco sempre più netto fra paese ufficiale e paese reale c'è anche un accentuazione di una deriva antidemocratica liberticida che finora sembra inarrestabile e che ci avvicina più ai paesi del maghreb pre-primavera che a un paese liberal-democratico quale dichiariamo ai quattro venti di essere; un cancro si è diffuso in tutte le istituzioni del paese (cancro facile da individuare se cominciamo a mettere insieme tutti i tasselli che da anni ibchieste giudiziarie e giornalistiche hanno evidenziato mettendo sotto i riflettori come, piazzando gli uomini giusti al posto giusto, un intero paese sia asservito al volere di pochi o di una persona...) senza che nella società ci siano moti d'indignazione, preoccupazione e mobilitazione tali da mettere in risalto che è in gioco il destino del paese nel quale viviamo tutti noi ....

mercoledì 23 marzo 2011

nucleare? libertà, bastian contrari: non vi preoccupate, sempre pronta la fregatura....

Mentre la Angiolini vede sente su di sè il morso della macchina del fango solo perché si era dissociata dal coro generale giustificazionista in tema di bunga bunga (pur essendo con l'acqua alla gola no mollano certo la presa); mentre con "il non facciamo cazzate perché qui si perdono le elezioni" ministeriale si sancisce che, pur di evitare il referendum e farci ingoiare il nucleare, é meglio aspettare che la gente dimentichi il Giappone e i rischi da contaminazione; il sistema non dimentica di approvare una norma per la prescrizione superbreve a uso e consumo di una persona spacciandola come epocale riforma della gustizia.... mentre accade tutto ciò (e tant'altro, l'elenco lo conosciamo tutti......) l'ultima isola relativamente libera che ancora non é colonizzata dal sistema, la rete, é ancora una volta sotto attacco: l'agcom intende adottare un provvedimento che consenta di chiudere blog, portali, siti dov'é possibile fare l'upload di filmati ecc. senza un provvedimento della Magistratura ma solo per via amministrativa se si ritiene che si sia violato un copyright (addio youtube, wikileaks, ecc.): ossia a discrezione di un autorità ammministrativa, per giunta di nomina governativa e parlamentare: ed essendo in Italia non é la professionalità o il merito il criterio di nomina ma il ben più popolare manuale Cencelli fra vari partiti. La rete é ormai una delle poche aree della comunicazione che mantiene un assetto orizzontale fra i vari attori: sia che essi siano orizzontali sia che siano comuni cittadini (passando per tutto il resto) tutti hanno la necessità di essere visibili per essere letti, senza la visibilità tutto viene vanificato. E se si vanificano i siti pubblici tanto quanto non importa quasi a nessuno ma se si va a toccare i soldi di chi fa investimenti allora le urla e i pianti antichi dei simulacri del mainstream e dei loro sodali economici e politici (da noi non c'è quasi differenza) arrivano alle stelle. con un governo che ha la necessità di pervadere tutta l'area della comunicazione per evitare che voci incontrollate o critiche possano fare breccia non potevano, queste grida, non trovare orecchie sensibili, quindi con la scusa del copyright forse hanno trovato il grimaldello per introdurre un elemento di instabilità e di normalizzazione che va oltre le garanzie legali e danno ad una struttura amministrativa l'arma per, discrezionalmente, chiudere l'accesso alla cittadinanza nella varie forme con cui esprime il proprio pensiero, il tutto in violazione dell'art.21 della Costituzione: ecco perché da noia la Carta ed ecco perché l'intero sistema ha interesse a ridurla a quello che é già diventata la tradizionale comunicazione italiana, soprattutto, e non. Vi sta ben tutto ciò? Se vi sta bene leggete e andate oltre contenti dell'attuale offerta dei media e continuate a mantenere le bistecche che si hanno sugli occhi; se non vi sta bene allora attivatevi e aderite all'appello di avaaz per impedire l'ennesimo attacco a internet in un paese che é ancora a livello preistorico in termini di investimenti tecnologici e di accesso libero per i cittadini: non potrebbe essere altrimenti dato che il sistema ha puntato tutto sui media tradizionali dove il controllo quasi totale e non può ammettere che esistano isole non dico felici ma relativamente libere dalle sue grinfie: il vero problema non è il copyright ma l'uso che di esso si fa per eliminare le voci dissonanti che ci sono e che finora non sono riusciti a zittire, che ci riescano stavolta?

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