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venerdì 22 novembre 2019

Internet: grazie alla rete siamo connessi al virtuale, ma disconnessi dal reale

Fonte: Il Fatto Quotidiano Società - 17 Novembre 2019 Diego Fusaro
Nell’apoteosi della rete dell’internet propria dell’evo della “scomparsa delle lucciole”, come la appellava Pasolini, la comunicazione ipertrofica sostituisce la relazione, sempre più latitante e rarefatta. Quelle disseminate per lo spazio cosmico del web, infatti, non sono mai vere relazioni: figurano, nella migliore delle ipotesi, come promesse di relazione, che, per attuarsi, necessitano del rapporto reale tra i “volti”, secondo la dinamica messa a tema da Lévinas.
Favoriscono, in altri termini, i processi di isolazionismo individualistico e di privatizzazione dell’immaginario collettivo degli “incantati dalla rete” (riprendendo il titolo del libro di Carlo Formenti). Confermano la tendenza generale di un’epoca connessionista che aspira al moltiplicarsi delle relazioni fluide e, insieme, opera affinché esse mai si condensino in forme stabili.
Nella pellicola del 2012 del regista Henry-Alex Rubin, intitolata Disconnect, è magistralmente tratteggiata l’aporeticità della nuova condicio virtuale a cui le nuove generazioni sono condannate. Sempre connessi, gli abitatori della rete dipendono integralmente dall’internet per ogni azione e per ogni pensiero.
Un numero sempre crescente di giovani ha apertamente scelto di vivere on line, disertando la vita reale, svilita al rango di esistenza off line. È l’imago parossistica dell’esistenza al tempo del globalismo: l’homo cosmopoliticus coincide con una soggettività puntiforme e uniforme, solitaria ma sempre connessa, globale ma isolata, vicino al distante e distante dal vicino.
Per questa via, non solo la relazione umana si fa digitale, ma, in maniera convergente, l’azione è inibita e lo spirito critico è anestetizzato: il tempo dell’esistenza è speso in rete, nel controllo ossessivo della mail e del telefonino, nella cura delle relazioni digitali e nella rielaborazione permanente del proprio profilo virtuale quale appare sul palcoscenico delle reti sociali.
Quella che già nel 1995 lo psichiatra americano Ivan Goldberg aveva definito come la “sindrome della dipendenza dalla rete” (Internet Addiction Disorder) si è a tal punto estesa da conquistare, di fatto, pressoché ogni abitatore della cosmopoli a reificazione integrale. Non è difficile comprendere come, in forza del proliferare delle relazioni digitali proprie della community virtuale, il nuovo potere seducente del tecnocapitalismo abbia realmente ottenuto, a mo’ di conquista, l’inibizione dei reali rapporti interpersonali, di fatto dissolvendo la base di una rivolta corale.
L’internet e la società dei like, con le loro relazioni effimere e superficiali, hanno appieno guadagnato lo statuto di nuova droga che, equivalente del “soma” descritto dall’Huxley del Brand New World, risarcisce rispetto alla sofferenza e alle storture del mondo reale, destando l’illusione di una comunità più vera, proiettata in un’altra dimensione rispetto al tradizionale mondo off line. Sotto questo profilo, si potrebbero applicare alla società dell’internet e ai suoi “paradisi digitali” le considerazioni a suo tempo svolte da Marx in relazione all’Opium des Volks, all'”oppio del popolo” religioso, alla comunità celeste escogitata come falsa compensazione per le storture di quella terrena.

domenica 15 maggio 2011

Razza padrona..

Non era la prima volta che accadeva ma l'arresto di Strass Khan chissà perché non mi meraviglia dato che questi comportamenti sono ricorrenti ormai. Da noi i fatti sono noti, ma sono solo la punta dell'iceberg, all'estero solo la pressione della pubblica opinione impedisce che i personaggi pubblici facciano impunemente il loro comodo: però sono ricorrenti. Come mai? Perché questi sono lo specchio di quello che comunemente si definisce "razza padrona" ossia di qualla parte del genere umano che ritenendosi potente e al di sopra, i darwinisti estremi direbbero in cima alla catena alimentare e dei comportamenti, di tutto pensano alla predazione, sessuale e non, come a una cosa "normale", ossia a loro concessa più che ad altri. In realtà non è una cosa nuovissima, anzi è antica quanto il genere umano (basta osservare proprio il comportamento dei nostri cugini, le scimmie, per rendersene conto) perché c'è sempre stato chi credeva, e riteneva, di poter disporre delle vite e delle persone degli altri: naturalmente con l'evoluzione culturale e civile ci sono delle regole che ne hanno limitato moltissimo l'ambito però in tempi di crisi di valori e di rottura dei vincoli sociali si ripresentano puntualmente: segnale che gratta gratta dentro il genere umano c'è sempre l'animale, il più forte che approfitta del più debole sia sessualmente che socio-economicamente (questa è più sottile ma sono sicuro che comprenderete sennò non basterebbero 1000 blog scritti fitti fitti per descriverne solo gli ambiti) presupponendo una propria superiorirtà e sfruttando, spesso biecamente, le debolezze e le necessità altrui. Ancora lungo è il cammino evolutivo perché ciò non accada più: molto probabilmente faremo prima ad estinguerci che a cambiare....

lunedì 18 ottobre 2010

Italia bel suol d'amore....

Da uno studio pubblicato dalla Franco Angeli "Mosaico Italia, lo stato del paese agli inizi del XXI secolo" (vi consiglio di leggerlo) esce fuori uno spaccato del paese che dire contraddittorio é usare un eufemismo: cattolici ma le chiese son vuote; chiediamo sicurezza e garanzie ma poi ci scandalizziamo, e ci incazziamo, se qualcuno ci guarda i fatti nostri; cerchiamo sostegno per i nostri vecchi ma vogliamo buttar fuori gli elxtracomunitari; ci sposiamo ma ci separiamo e divorziamo con una certa leggerezza dato che badiamo al nostro essere "liberi" più che a intessere relazioni; aspiriamo ad essere autonomi ma volgiamo il posto fisso (qualunque sia da parlamentare a tronista tutto va bene); vogliamo essere tutelati ma contemporaneamente aneliamo ai 15 secondi di notorietà di wharoliana memoria; ci preoccupiamo per il futuro ma contemporaneamente non siamo disposti a mollare sulle nostre aspettative; i giovani semmai son anche peggio dato che sono edonisti e individualisti però non riescono (e non possono) crearsi un proprio futuro perché lo stesso vecchiume che li blocca gli leva ogni spazio per affermarsi (non potrebbe essere altrimenti d'altronde visto che il sistema regge solo se ci sono "garanti (immaginate forse che le attività di dossieraggio siano "solo" finalizzate a distruggere il nemico? Non vi viene in mente che queste attività siano soprattutto finalizzate all'idea del nulla cambi?)" di esso e i garanti sono tutti quelli che hanno da perderci): insomma siamo e restiamo in mezzo al guado, siamo fermi e non da ora ma da sempre. Gratta gratta e risbuca fuori il provincialotto contadino degli anni '50 che si é solo messo varie maschere per adeguarsi alla bisogna (di volta in volta contadini, progressisti, speranzosi, edonisti, persi nel vuoto della crisi in ci si sono ficcati da soli per puro egoismo) ma fondamentalmente meritano tutto quello che é capitato: un paradosso che sta facendo implodere il paese nel pantano creato dall'amato Capo che proprio a questo provincialismo seminascosto parla sapendo di toccare fili e sentimenti nascosti molto bene nel profondo (d'altronde non é un caso che cultura, ricerca e sviluppo sostenibile sono "caldamente" scoraggiati da entrambi i piloni del sistema attualmente al potere, ossia pdl e pdmenoelle e che la chiesa sta aumentando il proprio peso politico rischiando di trasformarci in un Iran appena appena un pò più democratico o in una Russia appena appena meno sovietica a pensiero unico).....quest'analisi la sottoscrivo e non posso che sottolinearla dato che d questa impietosa, ma meritatissima, fotografia sono spiegati i mali di un paese che, come una crisalide, non ha mai iniziato la trasformazione, nemmeno l'ha iniziata, per trasfromarsi in una farfalla per volare via..... immagine poetica? Me n'era venuta un altra in mente ma non voglio farmi chiudere il blog e quindi accontentatevi di questa!!

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