mercoledì 6 settembre 2017

Il Quantitative easing sta per finire. E’ servito a tanto, a poco o a nulla?


di Flaminio de Castelmur per @SpazioEconomia Alla fine del 2017 si prevede inizierà la riduzione del processo di Quantitative easing (Qe). I suoi risultati sono stati in parte coerenti con le aspettative e in parte deludenti. Vediamo in cosa è consistito il Qe e gli effetti prodotti.

Innanzitutto, l’operazione consiste nell’acquisto da parte della Banca centrale europea di 60 miliardi al mese di Titoli di Stato (poi esteso a altre categorie) con classi e importi prestabiliti. Il Qe è in sostanza uno strumento di politica monetaria espansiva, messo in atto per stimolare la crescita economica, quella della produzione, dell’occupazione e dell’inflazione. E come supporto agli Stati che hanno difficoltà a sostenere e a rinnovare il proprio debito pubblico. E’ considerato uno strumento non convenzionale di politica monetaria.
Quanto ai dettagli tecnici del piano, la Bce non ha potuto comperare più del 25% di ogni singola emissione e non più del 33% del debito di un singolo Paese. L’effettivo ammontare è stato fissato sulla base delle quote che ogni banca centrale detiene nel capitale della Bce. Vale a dire che il 17,9% saranno Bund tedeschi, il 14,1% Oat francesi, il 12,3% Btp italiani, l’8,8% Bonos spagnoli e così via. Ad acquistarli, in concreto, sono state le banche centrali nazionali, mentre la Bce ha coordinato gli acquisti “per salvaguardare l’unicità della politica economica e monetaria”. Titoli con durata residua variabile da 2 a 30 anni, prima delle modifiche che hanno ridotto a un anno la durata residua accettata.
Le conseguenze operative di tale operazione sono sostanzialmente quattro:
1. La Bce è andata sul mercato comprando titoli di cui erano pieni i bilanci delle banche commerciali pagandoli tramite creazione di moneta che ha immesso nel sistema. La prima conseguenza è stata che il prezzo dei titoli è salito (perché c’è stata più domanda) e il loro rendimento, cioè il tasso di interesse che ogni Stato paga per finanziare il proprio debito, è sceso. Non sono da dimenticare le ultime emissioni di Titoli di Stato in Europa a rendimento addirittura negativo, con buona pace dei governi.
2. A seguito di quanto sopra, i bassi tassi sui titoli pubblici hanno fatto calare anche il rendimento delle altre obbligazioni (quelle di banche e aziende). Alla fine, quel che è accaduto, è che sono scesi tutti tassi, compresi quelli a cui sono indicizzati i mutui. All’acquisto di titoli, la Bce ha aggiunto altre attività, tra le quali una politica di tassi di interesse negativi (Negative interest rate policy o Nirp), finalizzata essenzialmente a stimolare le banche a una maggiore concessione di credito. Non potendo guadagnare tramite il deposito delle somme presso la Banca centrale, esse avrebbero dovuto aumentare i fidi, così favorendo anche la ripresa dell’inflazione. Effetti verificatisi in maniera inferiore alle attese.
3. Il terzo canale di efficacia del Qe è quello che passa attraverso la valuta. Che si deprezza, perché a seguito degli acquisti della Bce, ce n’è molta di più in circolazione. L’euro sta dunque perdendo terreno rispetto al dollaro, anche a seguito dell’interruzione della stessa operazione di Qe da tempo posta in essere dalla Fed, favorendo le esportazioni. Al tempo stesso, l’aumento dell’offerta di moneta crea inflazione. Questo è uno degli obiettivi fondamentali di Draghi, visto che la Bce ha come “target” un’inflazione vicina al 2%. Dobbiamo ammettere che questo effetto non si è dispiegato ancora pienamente a seguito anche del forte calo di prezzo del petrolio, che incide grandemente nelle dinamiche inflazionistiche europee.
4. L’effetto congiunto della riduzione dei tassi sui mutui e dell’aumento della liquidità sui mercati avrebbe dovuto essere un sensibile aumento del valore delle attività finanziarie e reali, comprese le case. Iproprietari immobiliari e coloro che hanno investito i risparmi in azioni o obbligazioni societarie in questo caso si sarebbero dovuti ritrovare patrimoni più importanti, con un invito a spendere di più aumentando le spinte inflattive. Non è stato vero in tutta Europa e soprattutto in Italia, dove l’80% delle famiglie italiane proprietarie di case ha dovuto fare i conti con le spinte deflattive causate dall’elevata tassazione immobiliare. Oltre alla carenza di finanziamenti bancari, che hanno impedito di fatto la creazione di una tensione da domanda sui prezzi. Qualche vantaggio per gli investitori in azioni, per i corsi delle quali invece la grande liquidità ha fatto aumentare notevolmente gli indici di Borsa.
Infine, come effetto collaterale, con i bilanci alleggeriti da un eccesso di titoli di Stato, gli istituti bancari avrebbero avuto un incentivo a usare il denaro incamerato per dare più prestiti. Ricordiamo ancora le Aste Targeted longer-term refinancing operations (Tltro) riservate alle banche per rifornirle di fondi a bassissimo costo, finalizzati espressamente alla concessione di nuovi prestiti. Poco realizzato anche questo effetto, perché le banche hanno preferito tenersi in pancia i denari e investirli nel rimborso di proprie passività o rinforzare gli indici di solidità patrimoniale, in barba alle speranza dei regolatori.
di | 5 settembre 2017

martedì 5 settembre 2017

Wikileaks hackerato da OurMine? Uno scherzetto su cui riflettere

di | 4 settembre 2017  Il Fatto Quotidiano



Chi la fa, l’aspetti.
Wikileaks promuove l’hackeraggio della combriccola di pirati arabi OurMine e diventa bersaglio proprio dei soggetti che si augurava di vedere arrembati. Chi si è collegato all’insediamento virtuale che abitualmente svela ingombranti segreti di Stati e multinazionali si è trovato dinanzi ad una imbarazzante pagina in cui l’hacking team saudita mostra un proprio logo e spiega l’avvenuta incursione. Il sito web dell’organizzazione dell’ormai celeberrimo Julian Assange affonda non per una debolezza propria, ma per la fragilità insita nel sistema di comunicazione di Internet.
La manovra posta in essere dagli spregiudicati esperti di protezione informatica di OurMine.org (che vende penetration test e altri discutibili check di sicurezza in Rete) consiste in un attacco ai Domain name server (Dns) ovvero agli apparati che instradano chi naviga online verso la destinazione desiderata.
Questi dispositivi “traducono” l’indirizzo digitato dall’utente (nella fattispecie www.wikileaks.org) nelle coordinate telematiche (in questo caso il numero IP 141.105.65.113) necessarie per raggiungere quanto di interesse. Il funzionamento dei Dns evoca la romantica atmosfera della telefonia degli anni Sessanta, quando – prima che nascesse la teleselezione e chiunque potesse collegarsi in autonomia a qualsiasi utente in qualunque altra città – per fare una chiamata interurbana si doveva passare attraverso i centralini della società telefonica. Come allora si forniva il nome e l’indirizzo dell’interlocutore desiderato e la centralinista stabiliva il contatto, oggi si digita l’url desiderato e il Dns provvede a “comporre il numero” richiesto e a generare la connessione.
Come un’immaginaria operatrice ubriaca avrebbe potuto collegare una persona sbagliata, così un sistema Dns “ipnotizzato” da un malintenzionato può dirottare il cybernauta su un sito totalmente estraneo anche se sulla barra di navigazione del browser utilizzato compare il nome del web desiderato. In questa maniera, si immagina una violazione delle misure di sicurezza adottate dalla presunta vittima dell’attacco e invece ci si trova di fronte ad una sorta di dirottamento, ma l’utente (anche quello non inesperto) ha l’impressione che la sua meta sia stata profanata.
Lo “scherzetto” a Wikileaks è stato di breve durata e la situazione di normalità è stata rapidamente ripristinata, ma il pur ridotto lasso di tempo del disservizio è stato sufficiente a creare disagio anche perché il sito di Assange è sempre stato considerato inespugnabile e ben lontano dal soffrire debolezze di sorta.
In circostanze del genere, il problema della sicurezza è facile a capirsi, riguarda i fornitori di servizi telematici che assicurano anche la corretta “circolazione” di chi naviga online e il regolare rintraccio e raggiungimento di dati, informazioni, notizie.
La tecnica del Dns poisoning – quella dell’avvelenamento o inquinamento dei server di risoluzione dei nomi a dominio – costituisce una minaccia tutt’altro che trascurabile. Cosa succede se qualcuno decide di applicarla in danno a siti o sistemi istituzionali che erogano servizi alla cittadinanza?
In un momento storico in cui il governo riscopre il ruolo strategico delle reti di comunicazioni e delle aziende del settore, varrà la pena non risparmiare qualche riflessione anche a questo proposito.
@Umberto_Rapetto
di | 4 settembre 2017

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