Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo - 3 Ottobre 2019 Sostenitore
di Andreina Fidanza
Ha esultato come se i suoi New York Yankees si fossero aggiudicati per la 28esima volta nella storia il titolo delle World Series. Donald Trump, a seguito della decisione dell’organizzazione mondiale del commercio (Wto) che ha stabilito che gli Usa potranno imporre dazi ai prodotti europei per gli aiuti illegali concessi al consorzio aeronautico Airbus, ha evidenziato che i 7,5 miliardi
di dollari (equivalenti a 6,8 miliardi di euro) di compensazione siano
stati una vittoria di tutta l’America nei confronti del mondo intero (“it was a big win for the United States”), esclamando a pieni polmoni: not bad.
Affermazioni, durante la conferenza stampa nella East Room della Casa Bianca, che si sono scontrate con la risposta immediata dei mercati finanziari, che da Londra a Milano passando per New York hanno letteralmente rifiutato
la decisione presa dall’organizzazione internazionale con sede a
Ginevra: Londra -2,6%, Parigi -2,2%, Francoforte -1,8%, Madrid e Milano –2,8%, Dow Jones -1,14%, Nasdaq -1,19%, S&P 500 -1,18%
A questi si sono aggiunti – dodici ore dopo – i numeri espressi dalle borse asiatiche
(Cina esclusa per il 70esimo anniversario della fondazione della
Repubblica popolare), anch’essi in territorio decisamente negativo
(Tokyo -2%) e soprattutto le dichiarazioni giunte da ogni parte del
globo terracqueo sulla complicatissima condizione che si è venuta a
creare.
La conferma di eventuali ripercussioni made in Europe, poche ore prima del verdetto, è arrivata dalla portavoce capo della Commissione, Mina Andreeva:
“Abbiamo continuato a dire agli Usa che siamo pronti a lavorare con
loro a una soluzione equa ed equilibrata per le rispettive industrie
aeronautiche. Siamo tuttora pronti e disponibili a trovare un accordo
equo, ma se gli Usa decideranno di applicare contromisure autorizzate,
l’Ue farà la stessa cosa“.
In
pratica l’unico che ha espresso soddisfazione per quanto avvenuto è
stato colui che, infischiandosene dell’attuale situazione economica
planetaria, ha pensato ancora una volta, per l’ennesima volta, al
proprio tornaconto personale, ponendo lo sguardo verso l’obiettivo delle
elezioni negli Stati Uniti del 2020 e cercando di distogliere l’attenzione mediatica dallo scandalo Kievgate, quest’ultimo sottolineato dal Washington Post: “le agenzie federali sono sempre più costrette a perseguire i suoi interessi politici, investigare sui suoi nemici e legittimare le sue teorie sulle elezioni del 2016″.
Cosa accadrà da qui al 18 ottobre,
data in cui dovrebbero diventare applicativi i dazi, non è dato
sapere: a oggi rimane però la certezza che mercati finanziari e leader
mondiali non abbiano preso bene né la decisione della Wto né le
affermazioni di Donald Trump, con l’inquilino della Casa Bianca sempre
più arroccato a quella filosofia sovranista che in
America come in Europa non ha fatto altro che alzare muri, chiudere
porti, isolare le economie e creare, a prescindere dal luogo, il
“Salvini” di turno.
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
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venerdì 4 ottobre 2019
mercoledì 17 gennaio 2018
Aspettando Davos, i rischi per il 2018 secondo il World Economic Forum
Fonte: WSI 17 gennaio 2018, di Livia Liberatore
In attesa dell’inizio del Forum economico di Davos, che sta per iniziare nella località delle Alpi svizzere, il World Economic Forum ha presentato il suo “Global Risks Report 2018“, in collaborazione con Marsh & McLennan Companies. Per il 59% de i mille esperti e leader di tutto il mondo che sono stati intervistati, il 2018 vedrà un aumento dei rischi, soprattutto a causa delle tensioni geopolitiche, in Medio Oriente e con la Corea del Nord. Il 93% degli intervistati si aspetta un inasprimento nel confronto politico ed economico tra le principali potenze mondiali.
I rischi legati all’ambiente risultano la preoccupazione maggiore per gli intervistati, così come nel 2017. Questa la classifica dei rischi più probabili per l’anno in corso:
– Eventi climatici estremi
– Disastri naturali
– Attacchi cyber
– Frode o furto di dati
– Fallimento delle politiche di adattamento e mitigazione al clima
E quella dei rischi a più alto impatto:
– Armi di distruzione di massa
– Eventi meteorologici estremi
– Disastri naturali
– Fallimento delle politiche di adattamento e mitigazione al clima
– Crisi idriche

Anche una nuova crisi finanziaria non è improbabile, a causa dei prezzi alti degli asset e dell’indebitamento a livello globale, a cui si aggiungono una minore capacità di intervento della politica e un sistema finanziario ancora debole.
Il rapporto del Wef precede il World Economic Forum che si tiene ogni anno a gennaio nella località alpina di Davos, che quest’anno è dedicato al tema “creare un futuro condiviso in un mondo frammentato”. Sono attesi il presidente francese Emmanuel Macron e quello statunitense Donald Trump.
In attesa dell’inizio del Forum economico di Davos, che sta per iniziare nella località delle Alpi svizzere, il World Economic Forum ha presentato il suo “Global Risks Report 2018“, in collaborazione con Marsh & McLennan Companies. Per il 59% de i mille esperti e leader di tutto il mondo che sono stati intervistati, il 2018 vedrà un aumento dei rischi, soprattutto a causa delle tensioni geopolitiche, in Medio Oriente e con la Corea del Nord. Il 93% degli intervistati si aspetta un inasprimento nel confronto politico ed economico tra le principali potenze mondiali.
I rischi legati all’ambiente risultano la preoccupazione maggiore per gli intervistati, così come nel 2017. Questa la classifica dei rischi più probabili per l’anno in corso:
– Eventi climatici estremi
– Disastri naturali
– Attacchi cyber
– Frode o furto di dati
– Fallimento delle politiche di adattamento e mitigazione al clima
E quella dei rischi a più alto impatto:
– Armi di distruzione di massa
– Eventi meteorologici estremi
– Disastri naturali
– Fallimento delle politiche di adattamento e mitigazione al clima
– Crisi idriche

Anche una nuova crisi finanziaria non è improbabile, a causa dei prezzi alti degli asset e dell’indebitamento a livello globale, a cui si aggiungono una minore capacità di intervento della politica e un sistema finanziario ancora debole.
Il rapporto del Wef precede il World Economic Forum che si tiene ogni anno a gennaio nella località alpina di Davos, che quest’anno è dedicato al tema “creare un futuro condiviso in un mondo frammentato”. Sono attesi il presidente francese Emmanuel Macron e quello statunitense Donald Trump.
martedì 9 febbraio 2016
la borsa trema: italia avvertita....
Hai voglia a trovare mille motivi (petrolio, crisi dei paesi
emrgenti, Cina che cresce meno, ecc.) ma secondo me il sapore di questi
improvvisi crolli della borsa, oltre alla naturale volatilità di un
mercato non regolamentato, è proprio quello che oggi tratteggia molto
bene Varoufakis in un intervista Repubblica durante la presentazione del
suo nuovo movimento: è un avvertimento.. soprattutto per Italia ma
anche per la Francia. Si devono piegare all'esigenza di chi manda in
giro triliardi di dollari e poi passa all'incasso dei profitti.....
insomma non ci devono essere cambi di rotta rispetto agli ultimi anni e
quindi o si adeguano o farannio cncorrenza alla Grecia nel cadere nel
profondo dell'abisso della troika e dei tagli disumani: la Grecia era
l'esempio, la vittima designata ora tocca alle altre due economie
mediterranee perchè, secondo le menti malate che sono dietro questi
movimenti di denaro, non danno per inteso cosa sia la vera desiderata
dei mercati, ossia la ricerca del profitto al minor costo possibile e
senza che nessuno si possa aspettare di trovare scappatoie, anche
furbesche come accade nel caso italiano e del governo attuale. Il
problema era ,e rimane, il sistema bancario: i prodotti che hanno
venduto ai gonzi; gli affari fatti rischiando soldi non propri; la
commistione fra politica (Banca Etruria e popolari) e affari certo non
aiuta perchè rende la prima debole e dipendente dai secondi donandogli
un potere di ricatto che in un paese sovrano sarebeb inaccettabile... ma
noi non siamo più un paese sovrano e manca la troika solo per dire che
la frittata è fatta.
Non è nemmeno un caso che sia improvvisamente balzata fuori l'idea di un super commissario, naturalmente non democraticamente eletto e non sottoposto al controllo dei parlamenti (come il Meccanismo Euripeo - di - Stabilità assolutamente immune e .. segreto), o "Ministro" dell'economia europeo che dovrebeb servire a tenere a bada i riottosi e i furbi, noi, e rimetterli sulla "giusta via" segnata dai Trattati.... ma non è nemmeno un caso che proprio la Germania, nella persona del suo arcigno Ministro delle finanza, vi si opponga: sa benissimo che se almeno all'inizio farà da poliziotto ai paesi mediterranei prima o poi si ritorcerà contro proprio i paesi forti, in particolare proprio i tedeschi che, nonostante tutto, sono il paese più fragile dell'intero vecchio mondo perchè deve la sua forza non a una vera e propria crescita ma alla debolezza dei suoi diretti concorrenti: finchè rimangono sotto schiaffo Francia e Italia la Germania può fare il bello e il cattivo tempo con gli altri impedendogli di fare tutto quello che ancora oggi al proprio interno fa: ossia drogare la crescita; nascondere una buona parte del debito pubblico nei suoi laender (e nel sistema di banche regionali fortemente indebitate); sventolare ai propri sindacati e agli imprenditori il vello rosso della crisi possibile se gli altri si dovessero risvegliare ecc... e, nel caso francese, potrebbe anche essere vero perchè in Francia la gente ha già dato chiaro segnali d'insofferenza alla tenaglia composta da un lato dai paesi frti e dall'altro dai mercati che investono finanziariamente proprio dove il rischio è alto per gli interessi con la prospettiva di scappare via con il malloppo impunemente quando le cose dovessero mettersi al peggio!!!!! Ciò impone politica debole e mercati non regolamentati e se i cittadini dovessero svegliarsi dal torpore, come ancora una volta stanno facendo in Grecia con il Governo Tsipras che ha varato l'ennesima riforma delle pensioni che penalizza i più poveri, pretendendo per giunta di rientrarci con gli interessi mentre i tedeschi, maestri di traformismo, alzano il dito invitando gli altri a fare "i compiti" mentre loro sono i primi a non averli fatti in casa propria: hanno fatto al massimo un maquillage ben sapendo che prima o poi i mercati, per ora alleati, prima o poi gli si rivolteranno contro quando sarà il loro turno.
Come sempre la ricetta sarà: austherity e sacrifici
mentre l'idea di fondo sarà la tecnica del "frega il tuo vicino" è sempre vincente....
Non è nemmeno un caso che sia improvvisamente balzata fuori l'idea di un super commissario, naturalmente non democraticamente eletto e non sottoposto al controllo dei parlamenti (come il Meccanismo Euripeo - di - Stabilità assolutamente immune e .. segreto), o "Ministro" dell'economia europeo che dovrebeb servire a tenere a bada i riottosi e i furbi, noi, e rimetterli sulla "giusta via" segnata dai Trattati.... ma non è nemmeno un caso che proprio la Germania, nella persona del suo arcigno Ministro delle finanza, vi si opponga: sa benissimo che se almeno all'inizio farà da poliziotto ai paesi mediterranei prima o poi si ritorcerà contro proprio i paesi forti, in particolare proprio i tedeschi che, nonostante tutto, sono il paese più fragile dell'intero vecchio mondo perchè deve la sua forza non a una vera e propria crescita ma alla debolezza dei suoi diretti concorrenti: finchè rimangono sotto schiaffo Francia e Italia la Germania può fare il bello e il cattivo tempo con gli altri impedendogli di fare tutto quello che ancora oggi al proprio interno fa: ossia drogare la crescita; nascondere una buona parte del debito pubblico nei suoi laender (e nel sistema di banche regionali fortemente indebitate); sventolare ai propri sindacati e agli imprenditori il vello rosso della crisi possibile se gli altri si dovessero risvegliare ecc... e, nel caso francese, potrebbe anche essere vero perchè in Francia la gente ha già dato chiaro segnali d'insofferenza alla tenaglia composta da un lato dai paesi frti e dall'altro dai mercati che investono finanziariamente proprio dove il rischio è alto per gli interessi con la prospettiva di scappare via con il malloppo impunemente quando le cose dovessero mettersi al peggio!!!!! Ciò impone politica debole e mercati non regolamentati e se i cittadini dovessero svegliarsi dal torpore, come ancora una volta stanno facendo in Grecia con il Governo Tsipras che ha varato l'ennesima riforma delle pensioni che penalizza i più poveri, pretendendo per giunta di rientrarci con gli interessi mentre i tedeschi, maestri di traformismo, alzano il dito invitando gli altri a fare "i compiti" mentre loro sono i primi a non averli fatti in casa propria: hanno fatto al massimo un maquillage ben sapendo che prima o poi i mercati, per ora alleati, prima o poi gli si rivolteranno contro quando sarà il loro turno.
Come sempre la ricetta sarà: austherity e sacrifici
mentre l'idea di fondo sarà la tecnica del "frega il tuo vicino" è sempre vincente....
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domenica 10 maggio 2015
Elezioni Uk 2015, i mercati premiano la vera democrazia
Fonte: Il Fatto Quotidiano del 10 maggio 2015a firma di Loretta Napoleoni
L’inaspettata vittoria di David Cameron nel Regno Unito ha prodotto una sorta di euforia sui mercati. L’indice Stoxx Europe 600 è salito di 2,9 punti percentuali, facendo così registrare un aumento dell’1,4 per cento nell’arco di una settimana durante la quale tutti si aspettavano risultati elettorali completamente differenti. Nel momento in cui i Tory hanno raggiunto la soglia dei 326 parlamentari, che gli permette di governare da soli, l’indice Ftse 100 è aumentato del 2,3 per cento. Simile ottimismo serpeggiava venerdì scorso in Europa, l’indice Dax e Swiss Market sono saliti rispettivamente di 2,7 e 2,5 punti percentuali.
A prima vista la risposta positiva dei mercati sembra fuori luogo. Mai il Regno Unito è stato così diviso, la mappa elettorale mostra una Scozia decisamente nazionalista ed un sud conservatore. La presenza dei laburisti è sporadica in Inghilterra e nel Galles mentre in Scozia, un tempo baluardo della sinistra, sono stati rimpiazzati dall’Snp, lo Scottish National Party. I liberal democrats, poi, sono stati decimati.
Non solo David Cameron dovrà fare i conti con un partito, Snp, all’opposizione molto più radicale dei vecchi e nuovi laburisti, ma sarà costretto a dare spazio all’interno del suo partito all’ala degli euroscettici. Tutto ciò sullo sfondo del referendum sull’Europa Unita, promesso all’elettorato insieme alla decisione di non ripresentarsi per un terzo mandato.
Certo non c’è da stare tranquilli, la politica di austerità perseguita fino ad oggi potrebbe facilmente essere sabotata dall’opposizione e dagli euroscettici; il referendum rimane una grossa incognita, che succederà all’economia se la popolazione voterà a favore dell’uscita dall’Unione Europea? Anche se il Regno Unito non ha aderito all’euro, l’Europa rimane il partner commerciale più importante del regno di sua maestà. Senza parlare poi del futuro della piazza di Londra, la più importante del vecchio continente, quali le implicazioni del Brexit?
Nonostante queste grosse incertezze i mercati hanno applaudito la vittoria di Cameron. Perché?
In un’Europa politicamente divisa, dove i governi di coalizione sono diventati la norma, il mandato di Cameron, tra i pochi a poter governare da solo, e cioè senza dover scendere a compromessi con altri partiti, è un fattore di stabilità e non c’è niente altro che al momento i mercati anelano.
Ma c’è un altro elemento che sicuramente gioca un ruolo importante nella psicologia dei mercati: la prova di democrazia che ancora una volta il Regno Unito ha superato con grande successo. L’anima della democrazia è l’alternanza di governo, che altro non è che il potere del voto. Molti che nel 2010 si sentivano laburisti o liberal democrats giovedì hanno votato un altro partito. Ancora più encomiabile è la risposta dei leader dei tre partiti sconfitti Miliband, Clegg e Farage, tutti e tre si sono dimessi e lo hanno fatto con stile. In politica si vince e si perde, questo è il principio della democrazia.
Una prova di democrazia, dunque, quella britannica che nel sud d’Europa ancora non si è vista. Nel nostro paese pur di non perdere la poltrona si è disposti a tutto, anche a votare una legge elettorale che di democratico ha ben poco. Da noi i partiti cambiano nome, si fondono, si ristrutturano per evitare che chi ne fa parte si debba dimettere, il lupo italiano perde sempre e solo il pelo. Ed infatti da trent’anni vediamo sempre le stesse facce e quelle poche nuove sono i loro cloni.
Suggerisco alla nostra classe politica di ascoltare i discorsi in cui i tre leader britannici annunciano le loro dimissioni e di confrontarli con l’arroganza di quelli dei nostri leader anche quando sono stati sconfitti alle urne o mai eletti in Parlamento.
Noi che viviamo da decenni nel Regno Unito queste differenze le vediamo e non ci sorprende che la risposta dei mercati al mandato di Cameron sia stata positiva. In una vera democrazia tutte le decisioni sono giuste, ed anche una campagna elettorale povera di idee nuove, come è stata quella appena conclusasi nel Regno Unito, può produrre un risultato positivo. Dove invece la democrazia è debole elezioni e referendum spesso producono risultati disastrosi.
p.s.
ora che anche la dr.ssa Napoleoni, e non solo i soliti due di picche, l'ha detto chiaro spero che qualche campanellino nel mondo reale per gli italiani suoni.....
L’inaspettata vittoria di David Cameron nel Regno Unito ha prodotto una sorta di euforia sui mercati. L’indice Stoxx Europe 600 è salito di 2,9 punti percentuali, facendo così registrare un aumento dell’1,4 per cento nell’arco di una settimana durante la quale tutti si aspettavano risultati elettorali completamente differenti. Nel momento in cui i Tory hanno raggiunto la soglia dei 326 parlamentari, che gli permette di governare da soli, l’indice Ftse 100 è aumentato del 2,3 per cento. Simile ottimismo serpeggiava venerdì scorso in Europa, l’indice Dax e Swiss Market sono saliti rispettivamente di 2,7 e 2,5 punti percentuali.
A prima vista la risposta positiva dei mercati sembra fuori luogo. Mai il Regno Unito è stato così diviso, la mappa elettorale mostra una Scozia decisamente nazionalista ed un sud conservatore. La presenza dei laburisti è sporadica in Inghilterra e nel Galles mentre in Scozia, un tempo baluardo della sinistra, sono stati rimpiazzati dall’Snp, lo Scottish National Party. I liberal democrats, poi, sono stati decimati.
Non solo David Cameron dovrà fare i conti con un partito, Snp, all’opposizione molto più radicale dei vecchi e nuovi laburisti, ma sarà costretto a dare spazio all’interno del suo partito all’ala degli euroscettici. Tutto ciò sullo sfondo del referendum sull’Europa Unita, promesso all’elettorato insieme alla decisione di non ripresentarsi per un terzo mandato.
Certo non c’è da stare tranquilli, la politica di austerità perseguita fino ad oggi potrebbe facilmente essere sabotata dall’opposizione e dagli euroscettici; il referendum rimane una grossa incognita, che succederà all’economia se la popolazione voterà a favore dell’uscita dall’Unione Europea? Anche se il Regno Unito non ha aderito all’euro, l’Europa rimane il partner commerciale più importante del regno di sua maestà. Senza parlare poi del futuro della piazza di Londra, la più importante del vecchio continente, quali le implicazioni del Brexit?
Nonostante queste grosse incertezze i mercati hanno applaudito la vittoria di Cameron. Perché?
In un’Europa politicamente divisa, dove i governi di coalizione sono diventati la norma, il mandato di Cameron, tra i pochi a poter governare da solo, e cioè senza dover scendere a compromessi con altri partiti, è un fattore di stabilità e non c’è niente altro che al momento i mercati anelano.
Ma c’è un altro elemento che sicuramente gioca un ruolo importante nella psicologia dei mercati: la prova di democrazia che ancora una volta il Regno Unito ha superato con grande successo. L’anima della democrazia è l’alternanza di governo, che altro non è che il potere del voto. Molti che nel 2010 si sentivano laburisti o liberal democrats giovedì hanno votato un altro partito. Ancora più encomiabile è la risposta dei leader dei tre partiti sconfitti Miliband, Clegg e Farage, tutti e tre si sono dimessi e lo hanno fatto con stile. In politica si vince e si perde, questo è il principio della democrazia.
Una prova di democrazia, dunque, quella britannica che nel sud d’Europa ancora non si è vista. Nel nostro paese pur di non perdere la poltrona si è disposti a tutto, anche a votare una legge elettorale che di democratico ha ben poco. Da noi i partiti cambiano nome, si fondono, si ristrutturano per evitare che chi ne fa parte si debba dimettere, il lupo italiano perde sempre e solo il pelo. Ed infatti da trent’anni vediamo sempre le stesse facce e quelle poche nuove sono i loro cloni.
Suggerisco alla nostra classe politica di ascoltare i discorsi in cui i tre leader britannici annunciano le loro dimissioni e di confrontarli con l’arroganza di quelli dei nostri leader anche quando sono stati sconfitti alle urne o mai eletti in Parlamento.
Noi che viviamo da decenni nel Regno Unito queste differenze le vediamo e non ci sorprende che la risposta dei mercati al mandato di Cameron sia stata positiva. In una vera democrazia tutte le decisioni sono giuste, ed anche una campagna elettorale povera di idee nuove, come è stata quella appena conclusasi nel Regno Unito, può produrre un risultato positivo. Dove invece la democrazia è debole elezioni e referendum spesso producono risultati disastrosi.
p.s.
ora che anche la dr.ssa Napoleoni, e non solo i soliti due di picche, l'ha detto chiaro spero che qualche campanellino nel mondo reale per gli italiani suoni.....
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