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lunedì 31 ottobre 2016

Brexit e immigrati, ‘You are no longer welcome’: come è cambiato (in peggio) il Regno Unito

di | 31 ottobre 2016 dal Fatto Quotidiano

di Paola Tamma *
In attesa che Londra emetta chiare garanzie, 3 milioni di europei residenti nel Regno Unito vivono in un clima di crescente intolleranza e paura. 162,000 sono italiani.
“Welcome to the UK” – l’onnipresente cartello al controllo immigrazione pare una battuta crudele. Dal 23 giugno scorso si susseguono le minacce del governo inglese nei confronti dei residenti stranieri. Amber Rudd, ministra dell’Interno, ha proposto che le imprese pubblichino un registro degli impiegati stranieri, subito paragonato alle stelle di David imposte agli ebrei dalle leggi razziali. In seguito alle critiche Rudd ha ritirato la proposta.
Liam Fox, ministro per il Commercio internazionale, ha chiamato i cittadini europei un “asso nella manica” nei negoziati con l’Ue, vera e propria merce di scambio per mantenere l’accesso al mercato unico.
Mercoledì scorso Theresa May ha dichiarato che limiterà la libertà di movimento. “Chi è già qui è al sicuro, una deportazione di massa sarebbe illegale oltre che impraticabile” rassicura Claire de Than, docente di legge alla City University. Ma aggiunge: “L’opzione più sicura rimane fare domanda di cittadinanza, o sposare un cittadino britannico”. Per ottenere il diritto definitivo di residenza bisogna documentare cinque anni di permanenza continua nel Regno Unito e pagare £ 1,875, + 42% rispetto al 2014. Molti non possono permettersi il costo o non soddisfano i requisiti minimi. May, ex ministra dell’Interno nel precedente governo Cameron, ha alzato a gennaio 2016 tutte le tasse relative all’immigrazione, forse in previsione di una pioggia di richieste in seguito al referendum.
Val S., un’infermiera romena di 43 anni nel Regno Unito da 10, si dice “forzata a richiedere la residenza, altrimenti non so cosa succederà alla mia famiglia”. Il suo caso dimostra la cecità del governo: oltre il 17% del personale ospedaliero è di origine straniera, fino a 26% per i medici. Senza Val e i suoi colleghi la sanità inglese crollerebbe.
Chi non rischia il rimpatrio subisce pressioni di altro tipo. Helene L., arrivata dalla Francia nel 2007, teme di perdere il lavoro: “I miei superiori vogliono ridefinirsi come ‘impresa al 100% British’. Non fanno altro che chiedermi quando tornerò a casa e quand’è l’ultima volta che sono andata in Francia. Per loro, spendere qualche giorno all’anno in Francia dimostra che ‘non sono abbastanza dedicata a questo paese’.”
Le famiglie miste sono sotto stress. Lo scozzese Andrew Walker ha subito un attacco verbale sul bus per aver parlato con la moglie in finlandese: “Non mi sento a casa, mia moglie è Finlandese ed il suo diritto di residenza è minacciato. Non riconosco più questo Paese o i suoi valori. Penso di lasciare il Regno Unito, non è più un paese per giovani”.
Molti, come l’austriaca Barbara M., evitano di parlare la propria lingua in pubblico: “Il mio compagno ed io siamo madrelingua tedeschi. Viviamo in un’area che ha votato a maggioranza per Brexit, ed evitiamo di parlare tedesco al supermercato. I vicini mi dicono che io sono una ‘brava persona’ perché pago le tasse, il problema sono ‘tutti gli altri immigrati’”.
Sono tutti segni di crescente intolleranza, sdoganata dalla retorica nazionalista del governo. La campagna pro-Brexit ha usato l’immigrazione come capro espiatorio in un Paese fortemente diviso e provato da continui tagli alla spesa pubblica. Ad oggi il governo continua a fomentare l’odio per lo straniero, mantenendo sulle spine milioni di cittadini europei che non hanno potuto votare al referendum pur subendone le conseguenze. “Molti se ne stanno già andando. Se il governo non vuole causare un esodo di lavoratori qualificati deve fornire garanzie chiare, e subito”, urge De Than.
Da terra delle opportunità, mèta di moltissimi giovani Europei in cerca di futuro, il Regno Unito si sta ripiegando su sé stesso in una mossa autolesionista oltre che retrograda. Chi arriva qui in cerca di futuro non si faccia ingannare dal cartello: you are no longer welcome.
brex
Fonte: data.gov.uk, 2014* studentessa di giornalismo investigativo presso la City University (Londra) 
di | 31 ottobre 2016
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che significa risvegliare gli odi, vero? Io non sono un europeista, anzi ma non sono certo fautore di società distopiche come quella che rischia di prospettarsi nel Regno Unito dopo la Brexit... se metti nelle mani dei reazionari la pancia della gente questi sono i risultati, anche se forse dovremmo ascrivere alla Thatcher, quanti danni che ha fatto, i mali attuali: timorosa di vedere una Germania forte decise, con la sponda di Mitterand, di accelerare i tempi dell'unificazione europea (che prevedeva tempi ben più lunghi visto che alla base le economie dovevano convergere fra loro per il 2020) tenendo ben fuori il suo paese naturalmente: son sempre inglesi, no? Si sbagliava e di grosso perchè proprio questa manovra fece si che non solo la Germania ne fece tesoro ma, già con il marco forte, divenne l'economia di riferimento del vecchio mondo e con l'euro vede affermata la propria egemonia facendo il bello e il cattivo tempo ovunque...Grecia docet mi pare.
Sapete cosa mi ricorda questa evoluzione, si fa per dire, del regno unito? Un romanzo, da cui hanno tratto anche un bel film, ossia 'I figli degli uomini'; da leggere.

giovedì 16 giugno 2016

Brexit, come sarebbe l’Europa del 2026

di | 16 giugno 2016 dal Fatto Quotidiano
Cosa sarà dell’Europa se vince la Brexit? Le differenze culturali, politiche ed economiche tra i diversi paesi membri potrebbero accentuarsi ancora di più, fino ad arrivare al dissolvimento dell’Unione e alla formazione di due blocchi in contrasto fra loro. Uno scenario immaginario, ma non troppo.
di Gianni De Fraja * (fonte: lavoce.info)
23 giugno 2026
Ieri, 23 giugno 2026, era il decimo anniversario della vittoria a sorpresa del referendum per l’uscita dall’Unione Europea di quello che allora si chiamava Regno Unito. È quindi di profondo valore simbolico la data scelta dal primo ministro del Resto del Regno Unito, Boris Johnson, fiancheggiato dal suo ministro degli esteri Nigel Farage, per la firma dell’accordo per l’ingresso del Ruk nell’Associazione dell’Europa Baltica, presieduta da Angela Merkel. Il referendum confermativo dell’accordo, programmato per il mese prossimo, sarà una pura formalità: i sondaggi indicano una maggioranza a favore addirittura superiore a quel 68 per cento che in marzo portò la Scozia nell’Aeb.
Due Europe
Si chiude così in modo definitivo la scissione dell’Europa in due blocchi economicamente e culturalmente separati. Nonostante entrambi i blocchi avessero alacremente corteggiato l’Inghilterra, l’interesse dimostrato da Johnson per l’Unione del Mediterraneo del Nord si è rivelato spudoratamente tattico, volto a ottenere le migliori condizioni possibili nelle negoziazioni con Merkel. Da ieri, i due blocchi hanno esattamente lo stesso numero di membri e ciascuno la metà esatta dei 28 membri della vecchia Ue, che raggiunse la massima dimensione storica dopo l’adesione della Croazia nel 2013. Simbolico anche il fatto che ognuno dei due blocchi contiene tre dei sei membri fondatori dell’originale comunità del carbone e dell’acciaio; la simmetria è mantenuta anche dalle scelte delle quattro nazioni formatisi in seguito a secessioni da paesi membri, una tra le molte conseguenze dell’inaspettato voto del 2016.
La firma dell’accordo mette fine a un periodo della storia europea iniziato con le conversazioni, in tedesco, tra Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che dettero il via all’unificazione l’Europa dopo i traumi delle guerre della prima metà del secolo scorso. Prima del referendum di dieci anni fa, c’erano stati segni premonitori, eventi che, con il senno del poi, erano chiari segnali che la fine del periodo di unità era un rischio presente e reale. La vecchia Unione si dimostrò infatti incapace di creare un piano coerente per gestire l’emergenza determinata dai profughi delle guerre civili nel medio oriente e nel corno d’Africa, il cui numero complessivo, pur grande in assoluto, era meno di un minuscolo 0,5 per cento della popolazione europea.
Prima ancora, l’Unione si era dimostrata incapace di proporre soluzioni sensate alla crisi economica della Grecia. Dopo la Brexit, la vecchia Unione Europea smise di attrarre nuovi membri, tutti si bloccarono in un gioco di attesa, nel sospetto, poi confermato dai fatti, che il continente si sarebbe diviso: i potenziali entranti attendevano la spaccatura, per decidere poi in quale blocco entrare, mentre ciascuno dei 28 membri aspettava che qualcun altro facesse la prima mossa. La morte dell’Ue fu davvero annunciata quando si rifiutò di appoggiare la feroce guerra all’Isis condotta da Hillary Clinton.
E ancor più due anni dopo, quando i suoi leader, intenti solo ad arruolare nel loro blocco i membri non ancora schierati, chiamarono “cassandre” i pochi che avevano intuito le intenzioni di Vladimir Putin e poi osservarono paralizzati l’esercito di Mosca annettere indisturbato le otto regioni orientali “dell’Ucraina russa”. L’inerzia fu un mortale dilemma del prigioniero, in cui la soluzione migliore per l’Europa era troppo costosa per ciascuno dei due blocchi preso a sé, nonostante fosse ovvio a tutti che le promesse dell’inesperta neo-presidente Sarah Palin di opporsi con fermezza al bullismo russo valessero meno di quelle di un marinaio ubriaco.
Davvero così separati?
Gli storici del futuro continueranno a immaginare scenari diversi, in cui il drammatico fallito attentato al principe Carlo due giorni prima del referendum non avviene, o in cui almeno 7.451 elettori non cambiano idea in conseguenza, e la Brexit è respinta. Per parte loro, i complottisti continueranno a insistere che qualcuno nei servizi segreti abbia scelto di non prevenire l’attentato nonostante le informazioni raccolte dagli infiltrati nel gruppo terrorista.
Certo, le differenze tra due visioni del mondo prevalenti nella popolazione e nelle élite politiche, culturali ed economiche delle nazioni d’Europa hanno sempre reso difficile formare politiche che accontentassero tutti, e le scelte radicalmente diverse fatte dai due blocchi in campi disparati, quali l’adesione al Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’atteggiamento verso i vaccini, il diritto di adottare per coppie gay e lesbiche, il commercio di cibi ogm, il peso relativo dei diritti individuali di fronte ai poteri statali, suggeriscono che una divisione della vecchia Ue sarebbe forse avvenuta comunque. Ma, è altrettanto possibile che un deciso voto britannico a favore dell’Ue avrebbe dimostrato al resto dell’Europa, e del mondo, che anche la nazione più euroscettica valutava i benefici di lungo periodo decisamente superiori ai costi e avrebbe riacceso l’entusiasmo nel resto del continente e cambiato così il corso della storia del XXI secolo.
*Ha conseguito il dottorato a Siena nel 1987 e il DPhil a Oxford nel 1990; è attualmente professore ordinario di Economia a tempo parziale presso l’Università di Roma “Tor Vergata” e presso l’University of Nottingham ed è Research Fellow al Cepr. In passato è stato professore ordinario a York e a Leicester, e visiting scholar a Tokyo, Bonn, e Barcellona. La sua recente ricerca si è soffermata sulle aree dell’economia dell’istruzione, economia del lavoro, economia industriale, coprendo sia aspetti teorici, sia applicazioni empiriche. La sua attività di ricerca si è concentrata sulla pubblicazione di articoli accademici in riviste internazionali. È stato direttore di dipartimento a Leicester, e co-ordinatore del dottorato a York, Leicester e Nottingham, e membro del GEV13 per la VQR 2016.

di | 16 giugno 2016
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personalmente trovo che sageri un pò ma con il futuro ignoto non si può mai dire... ma il punto rimane ed è dirompente: è meglio un'europa centrata sulla moneta o è meglio mandarla a farsi benedire e provare a fare altro?

giovedì 17 settembre 2015

Jeremy Corbyn, un ‘compagno’ leader di un partito di sinistra? Il suo strano caso

dal Fatto Quotidiano del 16 09 2015 a firma di
Un “compagno” a capo di un partito di sinistra? Dovrebbe essere una cosa ovvia ma a giudicare dal clamore che ha suscitato (dapprima tra i suoi stessi compagni di partito) prima la sua candidatura da outsider alle primarie e poi la sua schiacciante vittoria (59% dei consensi, più di quanto aveva ottenuto il giovane Blair nel 1994, e con il principale rivale fermo al 19%) questa può essere una notizia.
Se poi guardiamo a quelli che sono i capisaldi del “Corbyn pensiero” possiamo effettivamente constatare che sono ad anni luce dai suoi omologhi in Europa (per non fare nomi, Matteo Renzi in Italia e Manuel Valls in Francia).
Ecco il Corbyn pensiero in 24 punti:
1. Ripianare il deficit ma non attraverso tagli alla spesa quanto piuttosto con una tassazione più alta nei confronti dei ricchi e una stretta sull’evasione fiscale senza dimenticare la lotta alle agevolazione fiscali per le grosse multinazionali.
2. Ri-nazionalizzazione delle ferrovie britanniche.
3. Più spazi verdi e giardini. Corbyn ha un pezzo di terra non lontano dalla sua circoscrizione a nord di Londra e nel 2008 dichiarò alla Camera dei Comuni che gli enti locali e i costruttori “dovrebbero fare del loro meglio per assicurare che ogni nuova costruzione includa degli spazi coltivabili”.
4. Dialogare con le diverse fazioni è necessario per vincere il processo di pace in Medio Oriente. Corbyn è stato oggetto di forti critiche per aver definito “amici” Hamas ed Hezbollah. A queste critiche ha risposto di aver usato il termine in modo generico aggiungendo che seppur non condivide il modo di agire di tali organizzazioni per avviare un processo di pace “bisogna parlare anche con le persone con le quali si hanno profonde divergenze”.
5. “Quantitative easing (alleggerimento quantitativo) per le persone” al fine di investire nell’edilizia, energia, trasporti e progetti digitali. Diversamente dal Quantitative Easing emesso dalla Banca d’Inghilterra per comprare obbligazioni e altri debiti questo sarebbe “per la gente e non per le banche”.
6. No al rinnovo del programma nucleare. Per Corbyn, membro da lungo tempo della Campagna per il Disarmo Nucleare (Cnd) il piano di sostituzione dei missili nucleari andrebbe accantonato perché rappresenterebbe “un costoso errore“. I 100 miliardi di sterline (136 miliardi di Euro) previsti per questo programma Corbyn li spenderebbe per programmi di “benessere nazionale”.

7. Creazione di un Sistema di Istruzione Nazionale prendendo spunto dal Sistema Sanitario Nazionale (Nhs) . Con Corbyn le università finanziate dallo Stato e le “free schools” tornerebbero sotto il controllo delle autorità locali mentre le tasse universitarie (circa 12.000 Euro l’anno) verrebbero sostituite da borse di studio.
8. No al sostegno di raid aerei contro l’Isis in Siria. Corbyn, presidente della Colazione “Stop the War” ritiene che a patire di più sarebbe la popolazione siriana mentre si dovrebbe intervenire interrompendo il rifornimento di armi e i finanziamenti al Gruppo Stato Islamico. Nel passato si è sempre opposto ad un intervento militare contro il regime di Assad ed è stato tra i principali avversari dell’invasione dell’Irak. Sul suo sito si può leggere “sostituire le guerre illegali con una politica estera che metta in prima linea giustizia ed assistenza”.
9. Re-introdurre un controllo sul prezzo degli affitti collegando affitti privati e incassi locali e prevedendo la costruzione di più case popolari.
10. Far tornare gli abitanti dell’Arcipelago Chagos sulle loro isole. Tra il 1967 e il 1971 circa 2.000 persone furono espulse dalla loro terra da parte del Governo Britannico per la realizzazione di una base aerea Usa. Corbyn da tempo sostiene la campagna per il ritorno degli isolani espulsi.
11. Il dibattito sull’immigrazione è stato molto sgradevole. In un’intervista Corbyn ha affermato che si dimentica troppo spesso “l’enorme contributo che i migranti hanno fornito a questo paese” e ha aggiunto “dovremmo lasciar entrare nel nostro paese coloro i quali stanno disperatamente cercando un posto sicuro dove vivere”.
12. La disputa tra Regno Unito ed Argentina sulle Falkland/Malvinas potrebbe essere risolta attraverso “un’amministrazione congiunta”. Secondo Corbyn durante il conflitto del 1982 l’interesse di Margaret Thatcher era quello di “deviare l’attenzione dalle catastrofiche questioni economiche”.
13. L’aumento dei prezzi immobiliari sta portando alla chiusura dei Pub di Londra. In un intervento del 2013 alla Camera dei Comuni Corbyn disse che ai proprietari di Pub conveniva vendere a favore di speculatori che li trasformano in appartamenti residenziali.
14. Embargo sulle armi nei confronti di Israele. Corbyn, sostenitore della “Palestine Solidarity Campaign” ha dichiarato ad Agosto che ai rifugiati palestinesi dovrebbe essere garantito un “diritto di ritorno”. Ha inoltre sostenuto il boicottaggio dei beni prodotti nei territori occupati da Israele così come delle Università israeliane impegnate nella ricerca sulle armi.
15. Corbyn è un repubblicano convinto, ma non ha intenzione di far cessare la monarchia. In un’intervista al New Statesman ha dichiarato “Non è la mia battaglia – non mi interessa”.
16. Restare nell’Ue ma con dei cambiamenti. A Corbyn non piace l’attuale Unione Europea ma intende restarci per combattere per “un’Europa migliore”. E’ inoltre un fermo oppositore del Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership).
17. Corbyn ciclista. Non ha un’auto e ha rifiutato l’invito per un’intervista in auto proposta dalla BBC. “Vado sempre in bici e se ho qualcosa da rivelare ho sempre una seconda bicicletta”.
18. Le compagnie energetiche dovrebbero appartenere allo Stato. Corbyn ha dichiarato che si sentirebbe molto più felice con un servizio di fornitura di energia regolamentato e pubblico. E’ un fervente avversario del fracking (fratturazione idraulica).
19. L’Irlanda dovrebbe essere unita. Corbyn ha da sempre sostenuto il ritiro Britannico dall’Irlanda del nord e invitato il Presidente dello Sinn Fein Gerry Adams alla Camera dei Comuni già nel lontano 1984. Fu criticato per aver osservato un minuto di silenzio per gli 8 membri dell’Ira uccisi dalle Sas (forze speciali britanniche) nel 1987 e in passato ha avuto nel suo staff un Repubblicano irlandese.
20. Introduzione di un tetto per gli stipendi dei più ricchi. Corbyn è anche favorevole all’introduzione di un’imposta sui proventi straordinari (windfall tax) su beni già appartenuti allo Stato come la Royal Bank of Scotland a suo avviso oggetto di una svendita.
21. Ogni bambino deve poter avere l’opportunità di imparare a suonare uno strumento musicale o recitare. Le politiche culturali di Corbyn includono anche l’aumento dei finanziamenti per i progetti locali e una maggiore protezione per la Bbc.
22. Stop alle iniziative di finanza privata per l’Nhs (Sistema Sanitario Nazionale) grazie all’uso di fondi statali.
23. Avviare un “dibattito serio sui poteri della Nato“. Corbyn ha già sostenuto il ritiro dall’Organizzazione e crede che questa avrebbe dovuto essere liquidata già nel 1990 allo stesso tempo del Patto di Varsavia. Per Corbyn un’espansione ad est della Nato porterà l’esercito russo a doversi espandere “in risposta alla Nato”.
24. Il commercio delle armi andrebbe limitato. Corbyn vorrebbe vedere “le brillanti doti di coloro che sono al servizio dell’industria bellica convertiti in compiti a scopo pacifico”.
Traduzione in Italiano dei 24 punti dall’articolo della Bbc 24 things that Jeremy Corbyn believes

p.s.
e in Italia? Chi possiamo schierare? Al massimo un Vendola....

domenica 10 maggio 2015

Elezioni Uk 2015, i mercati premiano la vera democrazia

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 10 maggio 2015a firma di 
L’inaspettata vittoria di David Cameron nel Regno Unito ha prodotto una sorta di euforia sui mercati. L’indice Stoxx Europe 600 è salito di 2,9 punti percentuali, facendo così registrare un aumento dell’1,4 per cento nell’arco di una settimana durante la quale tutti si aspettavano risultati elettorali completamente differenti. Nel momento in cui i Tory hanno raggiunto la soglia dei 326 parlamentari, che gli permette di governare da soli, l’indice Ftse 100 è aumentato del 2,3 per cento. Simile ottimismo serpeggiava venerdì scorso in Europa, l’indice Dax e Swiss Market sono saliti rispettivamente di 2,7 e 2,5 punti percentuali.
A prima vista la risposta positiva dei mercati sembra fuori luogo. Mai il Regno Unito è stato così diviso, la mappa elettorale mostra una Scozia decisamente nazionalista ed un sud conservatore. La presenza dei laburisti è sporadica in Inghilterra e nel Galles mentre in Scozia, un tempo baluardo della sinistra, sono stati rimpiazzati dall’Snp, lo Scottish National Party. I liberal democrats, poi, sono stati decimati.
Non solo David Cameron dovrà fare i conti con un partito, Snp, all’opposizione molto più radicale dei vecchi e  nuovi laburisti, ma sarà costretto a dare spazio all’interno del suo partito all’ala degli euroscettici. Tutto ciò sullo sfondo del referendum sull’Europa Unita, promesso all’elettorato insieme alla decisione di non ripresentarsi per un terzo mandato.
Certo non c’è da stare tranquilli, la politica di austerità perseguita fino ad oggi potrebbe facilmente essere sabotata dall’opposizione e dagli euroscettici; il referendum rimane una grossa incognita, che succederà all’economia se la popolazione voterà a favore dell’uscita dall’Unione Europea? Anche se il Regno Unito non ha aderito all’euro, l’Europa rimane il partner commerciale più importante del regno di sua maestà. Senza parlare poi del futuro della piazza di Londra, la più importante del vecchio continente, quali le implicazioni del Brexit?
Nonostante queste grosse incertezze i mercati hanno applaudito la vittoria di Cameron. Perché?
In un’Europa politicamente divisa, dove i governi di coalizione sono diventati la norma, il mandato di Cameron, tra i pochi a poter governare da solo, e cioè senza dover scendere a compromessi con altri partiti, è un fattore di stabilità e non c’è niente altro che al momento i mercati anelano.
Ma c’è un altro elemento che sicuramente gioca un ruolo importante nella psicologia dei mercati: la prova di democrazia che ancora una volta il Regno Unito ha superato con grande successo. L’anima della democrazia è l’alternanza di governo, che altro non è che il potere del voto. Molti che nel 2010 si sentivano laburisti o liberal democrats giovedì hanno votato un altro partito. Ancora più encomiabile è la risposta dei leader dei tre partiti sconfitti Miliband, Clegg e Farage, tutti e tre si sono dimessi e lo hanno fatto con stile. In politica si vince e si perde, questo è il principio della democrazia.
Una prova di democrazia, dunque, quella britannica che nel sud d’Europa ancora non si è vista. Nel nostro paese pur di non perdere la poltrona si è disposti a tutto, anche a votare una legge elettorale che di democratico ha ben poco. Da noi i partiti cambiano nome, si fondono, si ristrutturano per evitare che chi ne fa parte si debba dimettere, il lupo italiano perde sempre e solo il pelo. Ed infatti da trent’anni vediamo sempre le stesse facce e quelle poche nuove sono i loro cloni.
Suggerisco alla nostra classe politica di ascoltare i discorsi in cui i tre leader britannici annunciano le loro dimissioni e di confrontarli con l’arroganza di quelli dei nostri leader anche quando sono stati sconfitti alle urne o mai eletti in Parlamento.
Noi che viviamo da decenni nel Regno Unito queste differenze le vediamo e non ci sorprende che la risposta dei mercati al mandato di Cameron sia stata positiva. In una vera democrazia tutte le decisioni sono giuste, ed anche una campagna elettorale povera di idee nuove, come è stata quella appena conclusasi nel Regno Unito, può produrre un risultato positivo. Dove invece la democrazia è debole elezioni e referendum spesso producono risultati disastrosi.
p.s.
ora che anche la dr.ssa Napoleoni, e non solo i soliti due di picche, l'ha detto chiaro spero che qualche campanellino nel mondo reale per gli italiani suoni.....

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