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giovedì 2 maggio 2019

Primo maggio, festeggiarlo in Italia è una contraddizione. E c’è una sola via d’uscita

Fonte: Il Fatto Quotidiano Lavoro & Precari | 1 Maggio 2019 

Tempi duri per la festa del 1° maggio in Italia. Tempi duri per i lavoratori, durissimi per il lavoro. Nonostante la Costituzione (art.1), nonostante le organizzazioni sindacali italiane siano tra le più ricche e diffuse dell’Europa civile, il 1° maggio si è trasformato in poco più di un concerto rock di basso livello, e non senza polemiche. Mancano i lavoratori (tanto terziario, secondario in crisi) e soprattutto manca il lavoro. Non mancano invece gli incidenti sul lavoro. La Costituzione non è stata abrogata, ma l’Italia è sempre meno un Paese fordista: salari bassissimi, dove non solo “non si fa più l’amore” (Celentano), ma dove sempre più il lavoro è lasciato alle leggi della jungla, in particolar modo per i giovani. Dove soprattutto non è il labor (la fatica, l’impegno) a costituire la fonte di reddito degli italiani, ma altre attività ben note e meno pubblicizzabili, di cui tacciamo per carità di patria. Altro che festa dei lavoratori!
La storia del lavoro in Italia è sempre stata una vicenda triste. Il Paese non ha mai creduto veramente che quella del sudore fosse la strada maestra per far ricchi gli italiani e per far crescere il Paese. Siamo un popolo di amanti delle scorciatoie. Ha influito certamente il cattivo esempio dei pochissimi ricchi, arrivati all’abbondanza nella stragrande dei casi attraverso mezzi discutibili o accumulazioni tanto repentine quanto torbide, nella migliore delle ipotesi – amicizie, favori, assenza di leggi. Poi ci ha messo del suo la mentalità “religiosa”, inerte di fronte al merito personale, al successo terreno, che ha preferito sottolineare aspetti più adatti a una società fatta quasi solo di poveri, come quella medievale: la ricchezza come male assoluto, a prescindere. Infine sono arrivati i socialisti e i comunisti, con le loro idee del conflitto di classe come fenomeno storico ineluttabile, con il desiderio di persuadere i poveri che conta solo il salario, il reddito, e non la funzione sociale o i valori di cui si è portatori. Sicché invece di aumentare i redditi è cresciuta l’invidia, la perdita di consapevolezza dell’importanza del lavoro, a prescindere (non necessariamente) dallo stipendio.
In questo sfondo culturale tutto italiano, la strutturale ed eccedente offerta di lavoro e la ristrettezza dei capitali circolanti hanno fatto il resto e dettato l’evoluzione del lavoro, anche per gli anni postindustriali, quando tutto avrebbe dovuto essere ormai cambiato in meglio da decenni. Che senso aveva infatti sviluppare un settore terziario moderno ed efficace, in grado di condurre lo sviluppo del Paese, se precedentemente il secondario non era giunto alla maturazion, in termini di capacità produttive, redditi e condizioni sociali? Questo è quello che è accaduto in Italia, con il benestare degli italiani (“meglio un uovo oggi che una gallina domani”) e dei loro governi, da metà degli anni 60 in poi. Con la compagnia dei politici-camerieri, che hanno finito per servire gli interessi di pochi grandi imprenditori, illudendosi e illudendoci di lavorare per il nostro bene e producendo, invece, solo la deindustrializzazione del Paese e la cancellazione di quasi ogni tutela sul lavoro.
Così alla fine oggi la Festa del Lavoro in Italia è un ossimoro, una contraddizione in termini, una fantasia erotica. Non dobbiamo però disperare. In economia vige un principio, “no free meals“: c’est à dire che l’imbroglio non può durare in eterno. La finanza non ci rende ricchi, alla pari delle aziende tirate su a sovvenzioni e favori. Le ricchezze accumulate in tempi di record sono solo un balzello, che forse altri, forse gli stessi ricchi, pagheranno prima o poi. Dobbiamo aver fiducia. Lo sviluppo del Paese passa necessariamente attraverso la valorizzazione del lavoro, esattamente come prescrive la Costituzione, passa dalla porta d’ingresso del riconoscimento del merito. I salari sono destinati a crescere e le retribuzioni in generale dovranno essere graduate secondo il merito, non secondo i privilegi.
Non c’è alternativa. Tutti gli altri mezzi per cercare di creare benessere nel Paese sono destinati all’insuccesso. Non c’è alternativa alla fatica, all’impegno e al lavoro se vogliamo creare una società ricca e giusta. I politici stentano ancora a capirlo (non lavorano!), ma gli italiani lo sanno, anche quelli che non lo praticano. E prima o poi si stuferanno e convinceranno i politici a sviluppare e proteggere l’unica attività che consente alle società di prosperare da che mondo è mondo: il lavoro. Allora, con maggiore soddisfazione di oggi, festeggeremo il 1° maggio, la Festa del Lavoro.
Lavoro & Precari | 1 Maggio 2019

venerdì 20 febbraio 2015

Jobs Act, Renzi: “Nessuno sarà lasciato solo, più tutele per chi perde posto”

di | 20 febbraio 2015
“E’ una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato. Superiamo l’articolo 18 e i cococo. Nessuno sarà più lasciato solo. Ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata è esclusa”. Così il premier Matteo Renzi in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato in via definitiva i primi due decreti attuativi del Jobs Act – quelli sul contratto a tutele crescenti e sui nuovi ammortizzatori sociali, varati il 24 dicembre – e ha esaminato quello sul riordino delle forme contrattuali e le nuove disposizioni in materia di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, oltre al ddl Concorrenza. “Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere. Da oggi il lavoro presenta più flessibilità in entrata e più tutele in uscita. Nessuno resta solo quando viene licenziato”, ha sostenuto il presidente del Consiglio. “Restituiamo ai pollai i cococo, cocopro e coco vari”, ha spiegato poi riferendosi al fatto che i contratti di collaborazione a partire dall’1 gennaio 2016 andranno in soffitta per essere sostituiti dal nuovo contratto a tutele crescenti. “Questo tipo di intervento vedrà circa 200mila nostri connazionali passare dal cococo ma soprattutto dai cocopro al contratto a tutele crescenti, quindi un lavoro a tempo indeterminato”. Quanto al disegno di legge sulle liberalizzazioni, Renzi ha presentato in sintesi le norme sulle assicurazioni, sui contratti telefonici e sulla notifica delle multe, dove viene superata “la riserva per Poste” che “c’è solo in Ungheria e in Portogallo”. “Diamo una sforbiciata, perché riduciamo il gap tra chi gode di una rendita e chi non ne usufruisce, ha detto il premier. Anticipando che “andremo un po’ meno dal notaio, andremo con più serenità incontro ai nostri professionisti”. Il ddl “incontrerà in Parlamento le resistenze delle lobby, ma noi le sfideremo”, ha poi annnciato. Affermazione che però stride con il contenuto di alcune delle norme approvate. A partire da quelle in materia di Rc auto, che come emerso nei mesi scorsi ricalcano pari pari quelle decisamente favorevoli per le compagnie inserite dall’esecutivo di Enrico Letta nel decreto Destinazione Italia e stralciate dopo le polemiche.
Confermato lo stop al reintegro anche nei casi di licenziamento collettivo - “La nostra scommessa è puntare sui contratti a tempo indeterminato rovesciando una mentalità che fino ad oggi voleva che si assumesse con qualunque contratto tranne con quello a tempo indeterminato”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Dal momento in cui il governo varerà il decreto attuativo sulle tipologie contrattuali non sarà più possibile sottoscrivere nuovi contratti di collaborazione a progetto. Quelli in essere, invece, dall’1 gennaio 2016 saranno trasformati in rapporto di lavoro subordinato nel caso mascherino un rapporto di lavoro dipendente. Negli altri casi, ha detto Poletti, “dipende: chi di fatto è una partita Iva, per esempio, aprirà la partita Iva”. Al contrario, “se i controlli verificano l’esistenza di una partita Iva fasulla gli si applicano le regole del lavoro dipendente”. Quanto all’ipotesi che il Consiglio dei ministri potesse decidere di modificare i contenuti dei decreti approvati prima di Natale, Poletti ha invece chiarito che “il governo ritiene che ci sia equilibrio nelle norme del decreto attuativo del Jobs act, sul contratto a tutele crescenti e su quello che riguarda la Naspi e per questo ha deciso di non cambiarle”. Di conseguenza “il decreto sul contratto a tutele crescenti non è stato modificato sul tema dei licenziamenti collettivi“. Vale a dire che è confermato che la cancellazione del diritto al reintegro per i nuovi assunti riguarda anche le procedure di licenziamento che coinvolgono gruppi di lavoratori. Con il risultato di creare nella stessa azienda categorie di dipendenti con trattamenti diversi a seconda dell’anzianità di assunzione.
Anche le aziende non in crisi potranno demansionare i dipendenti – Poletti ha poi dovuto ammettere che sul tema del demansionamento una variazione non da poco rispetto ai contenuti della delega c’è in effetti stata: “Il lavoratore avrà sempre garantito il trattamento economico“, ma l’azienda potrà ridurre il suo inquadramento “fino ad un livello” a fronte di una “riorganizzazione o di una ristrutturazione aziendale”. Non servirà, dunque, che l’impresa stia attraversando un periodo di crisi. Basterà che invochi la necessità di “riorganizzarsi” e avrà strada libera nello spostare i dipendenti a mansioni meno qualificate delle precedenti. E lo stesso avverrà “negli altri casi individuati dai contratti collettivi“. Peraltro anche sul fronte economico la garanzia è molto relativa, visto che il mantenimento del reddito non comprende “trattamenti accessori legati alla specifica modalità di svolgimento del lavoro”. E saranno possibili “accordi individuali in sede protetta tra datore di lavoro e lavoratore che possano prevedere la modifica anche del livello di inquadramento e della retribuzione al fine della conservazione dell’occupazione, dell’acquisizione di una diversa professionalità o del miglioramento delle condizioni di vita”.
Altre novità riguardano l’eliminazione del lavoro ripartito e delle associazioni in partecipazione e l’introduzione del “contratto di ricollocazione: un voucher con quale ci si rivolge all’agenzia per trovare un nuovo posto di lavoro”. I contratti a termine e il lavoro a chiamata invece non cambiano e anche per le somministrazioni di lavoro resteranno in sostanza le norme attuali. “Non siamo stati cosi bravi da trovare una soluzione alternativa”, ha detto Poletti.
Il Consiglio dei ministri ha anche approvato nuove norme sulla maternità: è stata prevista l’estensione del congedo parentale dagli attuali 3 anni di vita del bambino a 6. Per quanto riguarda la retribuzione del lavoratore in congedo, rimane al 30 per cento come è attualmente, secondo quanto spiegato dal ministro. Inoltre “abbiamo equiparato maternità e paternità con le adozioni o gli affidi perché riteniamo che quella famiglia ha gli stessi diritti”. In materia di congedi di paternità, viene estesa a tutte le categorie di lavoratori la possibilità di usufruire del congedo da parte del padre nei casi in cui la madre sia impossibilitata a fruirne “per motivi naturali o contingenti”.
Decreti fiscali rimandati perché “non possiamo permetterci altri passi falsi” – Alla domanda sullo slittamento dei decreti fiscali, che andranno in un successivo Consiglio dei ministri perché – è la versione ufficiale – il ministro dell’Economia non ha potuto essere presente dovendo presenziare alla riunione dell’Eurogruppo sulla Grecia, Renzi ha detto che “molte delle norme sono già pronte” e “il rinvio di oggi è dettato esclusivamente dalla circostanza di Piercarlo all’Ecofin”. In ogni caso, “quello sul fisco che dobbiamo offrire all’attenzione dei cittadini è un disegno complessivo e le polemiche delle settimane scorse mi hanno confermato che non possiamo permetterci passi falsi verso l’esterno, quindi i 15 giorni in più che ci prendiamo li useremo per affinare i testi dove necessario” e proporre un disegno che “elimini la discrezionalità dei pubblici uffici nella gestione fiscale, che spieghi che noi siamo contro l’evasione e pro business”. “Abbiamo avuto bisogno che Piercarlo fosse a Bruxelles perché l”Italia sta tentando di arrivare a un’intesa, a un punto di accordo”, ha affermato poi il premier passando a commentare le trattative con la Grecia sul debito. “Trovo che il principio riforme in cambio di tempo è giusto. La Grecia deve fare riforme fondamentali come quella contro l’evasione fiscale e d’altra parte è importante che gli impegni che si sono siglati siano affrontati e gestiti, ma il dibattito è molto acceso e non aggiungerò altro, Padoan è lì per questo, tutti siamo impegnati a dare una mano in questa direzione”.
p.s.
quello che non dice è che gli imprenditori avranno sconti se assumono: a) bisognerà vedere se ne hanno un proprio profitto o non gli conviene.. nel secondo caso il fiasco è assicurato. b) la ex-cig è poco finanziata (è di oggi la notizia che il Tesoro sostiene che non ci sono soldi per i disoccupati, non è un buon inzio) quindi il rischio è una versione degli esodati in versione 2.0; c) non ci credo che sia questo il vero problema del paese. Non vorrei che ci stiamo adeguando non alle richieste degli imprenditori ma a quelle dei negoziati per il TTIP: il che sarebbe davvero grave....
mi ha colpito la frase "non commettere passi falsi"... ne sa qualcosa perchè finora ne ha fatti a iosa eppure è ancora lì, chissà perchè.
 

giovedì 7 agosto 2014

Europa, il mercato unico ha arricchito Germania e Danimarca. Meno l’Italia

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 5 agosto 2014

L’Europa ci ha salvati dall’instabilità e dagli attacchi speculativi. Macché, la moneta unica e la centralizzazione delle decisioni a Bruxelles sono la principale causa dell’impoverimento delle famiglie e della stagnazione dell’economia. Il partito pro-Unione europea e quello che predica la necessità di uscire dall’euro non sono mai stati tanto agguerriti. Ma non sempre documentano le proprie tesi con dati “solidi”. Qualche risposta su chi e in che misura abbia tratto effettivamente vantaggio dal mercato unico, cioè l’area di libera circolazione di merci, servizi e persone nata nel 1993 e sfociata dieci anni dopo nell’adozione dell’euro, arriva ora dalla tedesca Fondazione Bertelsmann. Che, pur posizionandosi senza alcun dubbio tra i favorevoli, in uno studio appena pubblicato riconosce che i Paesi del Sud Europa, tra cui l’Italia, hanno avuto benefici di gran lunga inferiori rispetto a quelli goduti per esempio da Germania e Danimarca.
 
In particolare, i ricercatori della fondazione hanno confrontato i dati sul prodotto interno lordo registrato in 14 dei 15 Stati aderenti al mercato unico nel 1992 e nel 2012. E hanno calcolato quanto sarebbero cresciuti se non avessero preso parte al processo di integrazione. Risultato: per Roma l’aumento del pil pro capite è stato di soli 80 euro all’anno. Cifra che ci posiziona al decimo posto nella classifica. Vantaggi minori li hanno ricevuti solo i cittadini di Spagna (70 euro a testa), Grecia (idem), Portogallo (20 euro) e Gran Bretagna, con soli 10 euro a testa in più. Ma in questo caso potrebbe aver pesato la decisione di non adottare la moneta unica. Al contrario, nello stesso ventennio il Pil dellaGermania è cresciuto in media di 37 miliardi l’anno, pari a un aumento di 450 euro annui per abitante. I danesi, primi in graduatoria, si sono ritrovati nel portafoglio addirittura 500 euro in più ogni anno. Seguono gli austriaci, con 280 euro all’anno in più, gli abitanti della Finlandia, che ci hanno guadagnato 220 euro e quelli della Svezia, con 180 euro.
Il presupposto per la creazione del mercato unico, ricorda lo studio, è che “con l’eliminazione delle tariffe doganali può incoraggiare la crescita economica tramite più canali”. Dal punto di vista dei consumatori, la riduzione dei prezzi dei prodotti importati “aumenta il potere d’acquisto dei loro redditi”, mentre per le imprese “cresce la possibilità di commercio con gli altri stati membri”. Da che cosa dipendono allora le importanti disparità registrate? L’analisi non lo spiega nel dettaglio, ma si chiude spiegando che un aumento dell’integrazione non potrà che aumentare i vantaggi, grandi o piccoli che siano, per i Paesi coinvolti. Per questo secondo la fondazione è opportuno eliminare le barriere residue che ancora limitano gli scambi nel settore dei servizi e nel mercato del lavoro

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