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venerdì 20 febbraio 2015

Jobs Act, Renzi: “Nessuno sarà lasciato solo, più tutele per chi perde posto”

di | 20 febbraio 2015
“E’ una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato. Superiamo l’articolo 18 e i cococo. Nessuno sarà più lasciato solo. Ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata è esclusa”. Così il premier Matteo Renzi in conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato in via definitiva i primi due decreti attuativi del Jobs Act – quelli sul contratto a tutele crescenti e sui nuovi ammortizzatori sociali, varati il 24 dicembre – e ha esaminato quello sul riordino delle forme contrattuali e le nuove disposizioni in materia di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, oltre al ddl Concorrenza. “Abbiamo tolto ogni alibi a chi dice che in Italia non ci sono le condizioni per assumere. Da oggi il lavoro presenta più flessibilità in entrata e più tutele in uscita. Nessuno resta solo quando viene licenziato”, ha sostenuto il presidente del Consiglio. “Restituiamo ai pollai i cococo, cocopro e coco vari”, ha spiegato poi riferendosi al fatto che i contratti di collaborazione a partire dall’1 gennaio 2016 andranno in soffitta per essere sostituiti dal nuovo contratto a tutele crescenti. “Questo tipo di intervento vedrà circa 200mila nostri connazionali passare dal cococo ma soprattutto dai cocopro al contratto a tutele crescenti, quindi un lavoro a tempo indeterminato”. Quanto al disegno di legge sulle liberalizzazioni, Renzi ha presentato in sintesi le norme sulle assicurazioni, sui contratti telefonici e sulla notifica delle multe, dove viene superata “la riserva per Poste” che “c’è solo in Ungheria e in Portogallo”. “Diamo una sforbiciata, perché riduciamo il gap tra chi gode di una rendita e chi non ne usufruisce, ha detto il premier. Anticipando che “andremo un po’ meno dal notaio, andremo con più serenità incontro ai nostri professionisti”. Il ddl “incontrerà in Parlamento le resistenze delle lobby, ma noi le sfideremo”, ha poi annnciato. Affermazione che però stride con il contenuto di alcune delle norme approvate. A partire da quelle in materia di Rc auto, che come emerso nei mesi scorsi ricalcano pari pari quelle decisamente favorevoli per le compagnie inserite dall’esecutivo di Enrico Letta nel decreto Destinazione Italia e stralciate dopo le polemiche.
Confermato lo stop al reintegro anche nei casi di licenziamento collettivo - “La nostra scommessa è puntare sui contratti a tempo indeterminato rovesciando una mentalità che fino ad oggi voleva che si assumesse con qualunque contratto tranne con quello a tempo indeterminato”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Dal momento in cui il governo varerà il decreto attuativo sulle tipologie contrattuali non sarà più possibile sottoscrivere nuovi contratti di collaborazione a progetto. Quelli in essere, invece, dall’1 gennaio 2016 saranno trasformati in rapporto di lavoro subordinato nel caso mascherino un rapporto di lavoro dipendente. Negli altri casi, ha detto Poletti, “dipende: chi di fatto è una partita Iva, per esempio, aprirà la partita Iva”. Al contrario, “se i controlli verificano l’esistenza di una partita Iva fasulla gli si applicano le regole del lavoro dipendente”. Quanto all’ipotesi che il Consiglio dei ministri potesse decidere di modificare i contenuti dei decreti approvati prima di Natale, Poletti ha invece chiarito che “il governo ritiene che ci sia equilibrio nelle norme del decreto attuativo del Jobs act, sul contratto a tutele crescenti e su quello che riguarda la Naspi e per questo ha deciso di non cambiarle”. Di conseguenza “il decreto sul contratto a tutele crescenti non è stato modificato sul tema dei licenziamenti collettivi“. Vale a dire che è confermato che la cancellazione del diritto al reintegro per i nuovi assunti riguarda anche le procedure di licenziamento che coinvolgono gruppi di lavoratori. Con il risultato di creare nella stessa azienda categorie di dipendenti con trattamenti diversi a seconda dell’anzianità di assunzione.
Anche le aziende non in crisi potranno demansionare i dipendenti – Poletti ha poi dovuto ammettere che sul tema del demansionamento una variazione non da poco rispetto ai contenuti della delega c’è in effetti stata: “Il lavoratore avrà sempre garantito il trattamento economico“, ma l’azienda potrà ridurre il suo inquadramento “fino ad un livello” a fronte di una “riorganizzazione o di una ristrutturazione aziendale”. Non servirà, dunque, che l’impresa stia attraversando un periodo di crisi. Basterà che invochi la necessità di “riorganizzarsi” e avrà strada libera nello spostare i dipendenti a mansioni meno qualificate delle precedenti. E lo stesso avverrà “negli altri casi individuati dai contratti collettivi“. Peraltro anche sul fronte economico la garanzia è molto relativa, visto che il mantenimento del reddito non comprende “trattamenti accessori legati alla specifica modalità di svolgimento del lavoro”. E saranno possibili “accordi individuali in sede protetta tra datore di lavoro e lavoratore che possano prevedere la modifica anche del livello di inquadramento e della retribuzione al fine della conservazione dell’occupazione, dell’acquisizione di una diversa professionalità o del miglioramento delle condizioni di vita”.
Altre novità riguardano l’eliminazione del lavoro ripartito e delle associazioni in partecipazione e l’introduzione del “contratto di ricollocazione: un voucher con quale ci si rivolge all’agenzia per trovare un nuovo posto di lavoro”. I contratti a termine e il lavoro a chiamata invece non cambiano e anche per le somministrazioni di lavoro resteranno in sostanza le norme attuali. “Non siamo stati cosi bravi da trovare una soluzione alternativa”, ha detto Poletti.
Il Consiglio dei ministri ha anche approvato nuove norme sulla maternità: è stata prevista l’estensione del congedo parentale dagli attuali 3 anni di vita del bambino a 6. Per quanto riguarda la retribuzione del lavoratore in congedo, rimane al 30 per cento come è attualmente, secondo quanto spiegato dal ministro. Inoltre “abbiamo equiparato maternità e paternità con le adozioni o gli affidi perché riteniamo che quella famiglia ha gli stessi diritti”. In materia di congedi di paternità, viene estesa a tutte le categorie di lavoratori la possibilità di usufruire del congedo da parte del padre nei casi in cui la madre sia impossibilitata a fruirne “per motivi naturali o contingenti”.
Decreti fiscali rimandati perché “non possiamo permetterci altri passi falsi” – Alla domanda sullo slittamento dei decreti fiscali, che andranno in un successivo Consiglio dei ministri perché – è la versione ufficiale – il ministro dell’Economia non ha potuto essere presente dovendo presenziare alla riunione dell’Eurogruppo sulla Grecia, Renzi ha detto che “molte delle norme sono già pronte” e “il rinvio di oggi è dettato esclusivamente dalla circostanza di Piercarlo all’Ecofin”. In ogni caso, “quello sul fisco che dobbiamo offrire all’attenzione dei cittadini è un disegno complessivo e le polemiche delle settimane scorse mi hanno confermato che non possiamo permetterci passi falsi verso l’esterno, quindi i 15 giorni in più che ci prendiamo li useremo per affinare i testi dove necessario” e proporre un disegno che “elimini la discrezionalità dei pubblici uffici nella gestione fiscale, che spieghi che noi siamo contro l’evasione e pro business”. “Abbiamo avuto bisogno che Piercarlo fosse a Bruxelles perché l”Italia sta tentando di arrivare a un’intesa, a un punto di accordo”, ha affermato poi il premier passando a commentare le trattative con la Grecia sul debito. “Trovo che il principio riforme in cambio di tempo è giusto. La Grecia deve fare riforme fondamentali come quella contro l’evasione fiscale e d’altra parte è importante che gli impegni che si sono siglati siano affrontati e gestiti, ma il dibattito è molto acceso e non aggiungerò altro, Padoan è lì per questo, tutti siamo impegnati a dare una mano in questa direzione”.
p.s.
quello che non dice è che gli imprenditori avranno sconti se assumono: a) bisognerà vedere se ne hanno un proprio profitto o non gli conviene.. nel secondo caso il fiasco è assicurato. b) la ex-cig è poco finanziata (è di oggi la notizia che il Tesoro sostiene che non ci sono soldi per i disoccupati, non è un buon inzio) quindi il rischio è una versione degli esodati in versione 2.0; c) non ci credo che sia questo il vero problema del paese. Non vorrei che ci stiamo adeguando non alle richieste degli imprenditori ma a quelle dei negoziati per il TTIP: il che sarebbe davvero grave....
mi ha colpito la frase "non commettere passi falsi"... ne sa qualcosa perchè finora ne ha fatti a iosa eppure è ancora lì, chissà perchè.
 

giovedì 10 luglio 2014

Sanità pubblica, ecco l’integrazione con le assicurazioni che piace a Unipol e Censis

..per completare il giro parliamo del vero complotto.. quello dei politici contro le istituzioni che occupano e contro le costituzioni uscite dalla seconda guerra mondiale delle quali uno dei pilastri era proprio la sanità pubblica..... uguale e gratuita, o quasi, per tutti. Ma se dobbiamo inchinarci al Trattato del WTO e ai suoi corollari e al nascente trattato atlantico che prevede che gli stati debbano mettere sui mercati, perchè più efficienti (balle), tutti, proprio tutti, i sevizi che finora hanno gestito bene o male.. allora il discorso torna: gli accordi, segreti o meno, vanno rispettati e i famelici squali, anche nostrani, sono affamati: intravedono lauti profitti laddove altrove ormai hanno fatto tabula rasa. Ora tutto torna: l'inefficientissimo sistema americano (tutto privato in mano alle assicurazioni che spende in maniera altrettanto inefficiente miliardi di dollari.. in parte presi dallo Stato indirettamente e in parte pagati direttamente dai lavoratori in busta paga laddove un lavoro ce l'hanno.. perchè se lo perdono addio cure sanitarie, anche le più semplici e banali) dev'essere importato qui; una torta da 200 mld di euro complessivi solo nel nostro paese che fa il paio con gli atrettanti mld di euro delle pensioni e delle liquidazioni: una ruberia legalizzata e garantita dallo Stato italiano!
Ringrazio Wikileaks per l'allarme lanciato: ma quanti lo sanno? E quanti sanno delle ormai imminente privatizzazioni "sanitarie e pensionistiche" richieste a gran voce dalla finanza e dalle assicurazioni (le quali hanno appena avuto il permesso di farsi "banca" con tutto quello che questo può significare laddove avviene in un paese come il nostro dove i controllanti sono gli stessi che hanno fatto le leggi.. di privatizzazione). Non se ne esce.... volevate le riforme? Bene ora godetevele..
p.s.
sapete perchè, sulla carta e basta, siamo una delle migliori sanità del mondo? Semplice: approviamo leggi che non attuiamo nè, tantomeno, finanziamo.. quindi mentre nei parametri siamo fra i migliori nella realtà il ghana, con tutto il rispetto, è meglio di noi; anche dal punto di vista del "controllo" è la stessa cosa: creiamo i controllori ma con la virgola: niente o pochi poteri e finanziamenti e, quando possibile, uomini devoti alla bisogna che guardano da un altra parte pur prendendosi lo stipendio pagato con le nostre tasse.....
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 9 luglio 2014
L’ipotesi che lo scricchiolante welfare pubblico, sanità inclusa, possa diventare appannaggio delle compagnie assicurative non è solo un’idea avanzata da osservatori ed esperti come l’avvocato Marco Bona che ne ha recentemente parlato a ilfattoquotidiano.it. Ci stanno pensando da tempo anche gli stessi assicuratori, a partire dalla Unipol delle coop che non ne fa mistero. “Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori”, ha detto commentando i risultati del rapporto Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche socialì di Censis e Unipol, che è stato presentato mercoledì a Roma.
“Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese”, ha aggiunto Stefanini. “Nei lunghi anni della recessione le famiglie italiane hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico”, gli ha fatto eco Giuseppe Roma, direttore generale del Censis. “Oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili”.
Secondo il rapporto che si basa su indagine svolta dal Censis per Unipol, nell’ultimo anno la spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7%, il valore pro-capite si è ridotto da 491 a 458 euro all’anno e le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private. Per la prima volta è diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila in meno nell’ultimo anno. Sono i segnali di un’inversione di tendenza rispetto a un fenomeno consolidato per cui le risorse familiari hanno compensato per anni un’offerta del welfare pubblico che si restringeva. Tra il 2007 e il 2013 la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6% in termini reali) a causa della stretta sui conti dello Stato. Era aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2% tra il 2007 e il 2012, per ridursi però del 5,7% nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. Quanto al futuro, l’allungamento dell’aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale. 
“Negli anni a venire l’incremento della domanda di sanità e di assistenza proseguirà a ritmi serrati. Una domanda che l’offerta pubblica però non potrà soddisfare. C’è già oggi una domanda inevasa di cure e di assistenza a cui il sistema pubblico non riesce a fare fronte”, è stata la sintesi in sede di presentazione del rapporto. Secondo il quale “integrare pubblico e privato diviene, così, un’opportunità rilevante, per compensare una domanda cui la sola sfera pubblica non è più in grado di fare fronte”. In particolare l’idea è quella “di un’integrazione tra offerta pubblica e strumenti assicurativi (che permettano di sottoscrivere polizze a costi accessibili per poter godere in futuro di servizi di assistenza, di cura e di long term care) e di intermediazione organizzata e professionale di servizi” che “diventa quanto mai attuale”.
Anche perché, sottolinea il rapporto “l’Italia resta una delle poche economie avanzate in cui la spesa out of pocket intermediata, ovvero coperta da assicurazioni di tipo integrativo o da strumenti simili, rappresenta una quota molto bassa del totale della spesa sanitaria “di tasca propria”. L’Ocse stima che in Italia l’out of pocket intermediato sia appena il 13,4% del totale, a fronte del 43% della Germania, del 65,8% della Francia, 76,1% degli Stati Uniti. Si tratta di un dato che fa molto riflettere e che lascia immaginare lo spazio che esiste per allargare il perimetro di azione sia del pubblico che degli operatori privati, ma soprattutto per ridisegnare gli equilibri tra i due attori”.
In concreto “occorre naturalmente stabilire le modalità precise per attivare tale percorso di integrazione, non tralasciando che molti fenomeni di cambiamento socio-demografico variano ed assumono sfumature differenti a seconda dei territori in cui si articola il Paese. Coinvolgere, pertanto, gli Enti territoriali nella definizione di processi di integrazione pubblico-privato, ma soprattutto coinvolgerli nella definizione di strumenti integrativi di welfare può essere una pista di lavoro per attivare servizi maggiormente rispondenti ad uno scenario in cambiamento. In questa prospettiva si pongono le proposte, di alcuni operatori privati, in primis Unipol, di attivare fondi sanitari integrativi di tipo territoriale, con una forte compartecipazione degli Enti locali”.
Un’ipotesi che dovrebbe interessare a tutti gli attori in campo, incluso il ministero del Lavoro di Giuliano Poletti che ha partecipato alla presentazione dello studio insieme al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, se incorniciata nel quadro tracciato dal rapporto. Quello che parla di “una vera rivoluzione produttiva e occupazionale, utile a risollevare l’Italia dalla prolungata fase di stagnazione” proprio grazie all’integrazione degli strumenti di welfare pubblici con il mercato sociale privato, “puntando a valorizzare l’economia della salute, dell’assistenza e del benessere delle persone (la “white economy”)”. Considerato nell’insieme, sostengono le stime al 2012 del valore della produzione e dell’occupazione dei comparti afferenti alla white economy frutto dell’elaborazione Censis su dati Istat, Assobiomedica e Farmindustria riportata dall’analisi, il sistema di offerta di servizi di diagnostica e cura, farmaci, ricerca in campo medico e farmacologico, tecnologie biomedicali, servizi di assistenza a malati, disabili, persone non autosufficienti genera oggi un valore della produzione di oltre 186 miliardi di euro, pari al 6% della produzione economica nazionale, con una occupazione di 2,7 milioni di addetti. Numeri che non tengono ovviamente conto dei valori in ballo per il comparto assicurativo. Mentre resta fermo, sempre secondo lo studio, che “è evidente che la modernizzazione e la crescita della white economy, non possono passare solo per un investimento pubblico ma, viceversa, dovrebbero passare attraverso l’attivazione di un’offerta privata di servizi e di strumenti assicurativi e finanziari privati, di tipo integrativo, coordinati con l’offerta pubblica e sottoposti, ovviamente, alla vigilanza di organismi indipendenti competenti per materia”.
Un’idea che è piaciuta molto al ministro della Salute, Lorenzin che ha commentato che sulla sanità integrativa “non siamo all’anno zero” e dal prossimo autunno si costruirà “questo pilastro importante nella riorganizzazione del sistema sanitario“. “Dopo i costi standard e il Patto per la salute già realizzati” per il ministro è questo il prossimo importante passo da fare: organizzare “la sanità integrativa, sia con i fondi e sia con le assicurazioni, in modo tale da creare una complementarietà anche per quanto riguarda il settore pubblico”. Lorenzin immagina anche “dei fondi aperti. Penso ai lavoratori che perdono il lavoro, a come accompagnarli nei cambi di professione” . Si tratterà quindi di un sistema che non si va a sovrapporre “al servizio sanitario nazionale, ma dovrà essere integrato in una logica di sviluppo del sistema per creare anche una cultura del risparmio, utile all’assistenza per quando si sarà più anziani”. Inoltre, dovrà essere concepito in una logica di integrazione socio-sanitaria “penso – ha detto – non soltanto all’aspetto di sanitario ma anche di servizi alla persone”.
..  e "qui" c'è anche altro...il documento originale, stavolta in italiano, buona lettura

sabato 28 giugno 2014

Cig in deroga, stretta di Poletti: “Non più di 8 mesi”. Sindacati: “Crisi sociale”


(la vignetta l'ho trovata su facebook)
un nuovo genere di fantascienza.. la politica italiana
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 27 giugno 2014

E’ allarme sulla cassa integrazione in deroga. Cioè l’ammortizzatore sociale destinato a chi non ha diritto alla cassa ordinaria: lavoratori di piccole imprese e aziende artigiane, dei servizi e con contratti atipici. Ma anche dipendenti delle grandi imprese, una volta esaurite le 52 settimane di assegno Inps. Il problema è che a finanziarla non sono i contributi ma la fiscalità generale, cioè soldi pubblici. E il governo deve ancora emanare il decreto con le nuove regole di concessione valide fino al 2016, quando – come prevede la riforma Fornero – questo strumento scomparirà. Così venerdì il ministero del Lavoro ha “invitato” le Regioni e le Province autonome a non fare accordi per la cig in deroga superiori a otto mesi per il 2014 e sei per 2015 e 2016. Secondo i sindacati si rischia la “crisi sociale”. “E’ come dire che la crisi aziendale o si supererà entro tale periodo oppure produrrà disoccupati”, ha spiegato il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy. “Il tutto senza nessuna regola o legge ancora ufficialmente emanata. Resta solo il timore che con queste indicazioni molte aziende rinuncino a “pianificare” la ripresa e decidano di avviare la fuoriuscita dal lavoro di migliaia di persone”. Di qui la richiesta al ministero di ritirare “un atto sbagliato che incide su uno strumento, la cassa in deroga, che ogni anno tutela, con varia intensità, oltre 350.000 lavoratori”.
Il segretario confederale della Cisl, Luigi Sbarra, ha definito “gravissimo ed insostenibile il ritardo nella assegnazione alle Regioni delle risorse, peraltro insufficienti, previste dalla legge di Stabilità 2014, per garantire l’erogazione degli ammortizzatori sociali in deroga” e ha chiesto a Poletti di sbloccare la situazione, ricordando che al momento è disponibile da assegnare un miliardo di euro. Somma che andrebbe distribuita “immediatamente e per intero per consentire di pagare le ultime mensilità del 2013, ancora scoperte in alcune regioni, e le prime mensilità del 2014, fatta salva l’esigenza di reperire i fondi necessari a coprire l’intero anno, problema che rimane purtroppo aperto”.
p.s.
buon week end .....
si fa per dire.

venerdì 9 maggio 2014

Precari, Poletti: “Via i diritti acquisiti se i privilegi sono ingiusti”

di Redazione Il Fatto Quotidiano | 9 maggio 2014

“Se il diritto acquisito è un privilegio ingiustificato non si deve tenere” per questo “bisogna avere il coraggio di dire che ci sono delle cose che non ci stanno, perché ingiuste”. Con queste parole il ministro del Lavoro Giuliano Poletti si è  scagliato contro i diritti ottenuti da molti grazie a vecchi privilegi. Ospite di  un convegno sul job act, il titolare del Lavoro ha dichiarato: “È iniquo che mio figlio non abbia delle garanzie, dobbiamo costruire un punto di giustizia nel rapporto tra le generazioni”. D’altronde, secondo Poletti, “ci sono delle cose che erano giuste nel ’62 ma non lo sono più nel 2014″. Si tratta di una questione di iniquità generazionale: “Di gente che ha conquistato cose nel ’64-’65 ne abbiamo in quantità industriale”, ha aggiunto, “ma dobbiamo misurarci con tutti i ragazzi che non hanno ancora iniziato a lavorare”.
Poletti ha poi commentato positivamente l’iniziativa Garanzia Giovani, un piano europeo per la lotta alla disoccupazione, che in una settimana ha già raccolto quasi 30.000 adesioni. Secondo quanto riportato dall’agenzia Public Policy il titolare del Lavoro ha parlato di “abbassare il livello del costo in entrata del lavoro a tempo indeterminato”, intervenendo su “fisco, contribuzione pubblica e previdenziale”. Poi, ha concluso il suo intervento con un auspicio per il futuro: “Un ragazzo di vent’anni deve avere le condizioni minimali per poter lavorare”.
p.s.
insomma secondo il genio succitato chi per anni ha conquistato con le proprie lotte, con annesse botte e scioperi ecc., diritti che oggi si danno per cquisiti si deve riequilibrare il tutto ma ...... partendo dal loro allentamento perchè non è giusto che "suo" figlio ne abbia pochi: tradotto sono le stesse cose che dicevano i pdellini quand'erano al governo e che marchionne sta applicando nella fiat alla lettera. Non portare i nuovi assunti ai diritti ma abbassare i diritti al minimo "sindacale" in modo che non ci possano essere rivendicazioni future e disturbare i manovratori all'opera, ossia i datori di lavoro.
Sapete qual'è la vera differenza fra noi e gli altri paesi in crisi di questo vecchio e malandato mondo che si chiama europa? Che noi abbiamo dato tutte le risorse alle banche e alla riduzione del rapporto deficit/pil, gli altri no.... infatti lì ci si bagliori, fievoli, di ripresa ... qui no, tutto qui e con questi ora che fanno provvedimenti completamente inutili la situaizone non potrà che peggiorare: è un caso, secondo voi, che i tecnici del Senato abbiano affossato la "manovra" di Renzi (attirandosi addosso le ire paragrilline del toscano a roma)? No, perchè quei tecnici hanno fatto il loro lavoro e hanno detto la pura verità, che fra l'altro tutti conosciamo, con molto coraggio mentre governo e media no...... anzi se avete Renzi in tv ieri il fastidio era evidente: da bravo fondamentalista in salsa berlusconian/dc non ammette contraddittori.. allora come mai il pd-l vola nei sondaggi? Due son le cose: o i sondaggi mentono o siamo proprio stupidi e allora cei meritiamo tutto quello che ci propineranno nei prossimi mesi senza scuse o retropensieri stile 8 settembre 1943; qui non c'è nessun alibi: se vince il pd nessuno potrà recriminare!

martedì 25 febbraio 2014

Renzi versus Taverna.... a voi la decisione

Personalmente credo che la squadra messa su dal neo Presidente del Consiglio sia l'espressione tattile dell'orizzonte verso il quale il Capo del Governo naviga.... e non c'è nessun raggio verde da vedere ma solo meteoriti che stanno cadendoci addosso: chiunque abbia un minimo di buon senso ha capito che è l'estremo tentativo di tener su l'insostenibile d aun lato con un personaggio sacrificabile, e conscio di esserlo,  dall'altro anche se è portatore d'interessi forti alle spalle ma, come diceva nel film l'onore dei prizzi, sono solo affari e quando il vero personaggio frote del sistema, quello che sperano lo slvi, si affaccerà sul palcoscenico tutto il resto non avrà più spazio di manovra... compreso questo che c'è ora. E' questo il vero motivo per cui non si va a votare: temono quella che loro chiamano ingovernabilità ma che ha un altro nome ossia che il responso popolare potrebbe essere non quello che loro auspicano.... e questo è un problema.
Questo è, però, quello che io penso.... che è cosa diversa da quello che i viaggiatori della rete possono pensare, quindi credo che la cosa migliore sia che leggiate e sentiate cosa si son detti a distanza i principali protagonisti della vicenda: M5S e il Segretario e Presidente del consiglio ma con un piccolo fuori programma... lo scambio di msg fra Di Maio e Renzi che il Fatto ha pubblicato e che voi potete leggere (interessanti interazioni sono avvenute) klikkando qui.
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 24 febbraio 2014
Una riduzione “a due cifre” del cuneo fiscale, da presentare “immediatamente” al Parlamento. E’ l’impegno più concreto preso da Matteo Renzi in Senato nel suo intervento per ottenere la fiducia al nuovo governo (domani 25 febbraio si voterà alla Camera). Renzi ha parlato a braccio, leggendo pochi appunti (cosa che non accadeva da decenni in un’occasione simile, hanno osservato i commentatori), con una mano spesso tenuta in tasca, di fronte all’aula che vuole abolire (e non ha mancato di rimarcarlo) con la sua proposta di riforma istituzionale. Uno stile sottolineato da diverse forze politiche come “leggero” per un discorso programmatico, ma che Renzi – nella replica dopo circa 6 ore di dibattito parlamentare – difenderà così: “Al fatto che paradossalmente la Lega e Gal ci chiede un doppio registro rispondo che questo governo non avrà mai un doppio registro. Saremo gli stessi, trasparenti, non chiedeteci di essere diversi qui e fuori anche perché a differenza di altri siamo capaci di stare ancora in mezzo a persone”.
Renzi assicura poi nella replica al dibattito di Palazzo Madama che avrebbe “sicuramente voluto e forse dovuto impostare un discorso molto più cerimonioso e probabilmente la prossima volta lo scriviamo così non vi facciamo perdere troppo tempo. Ma c’è un passaggio: questa non è un’operazione di lifting o di potere. Questa non è un’operazione di lifting o di potere. Se fosse un’operazione di potere, non scommetteremmo tutto noi stessi. Non ci siamo dati una tempistica da calende greche: abbiamo detto che l’obiettivo è il 2018 e lo confermiamo”. 
“Ho provato vergogna quando fu chiesto a Napolitano il secondo incarico”
E la cartina di tornasole, secondo Renzi, saranno le riforme. L’unico modo per rendere merito al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano del sacrificio fatto un anno fa quando gli fu chiesto di accettare un nuovo – inedito – incarico come capo dello Stato. “Provo vergogna – ha detto Renzi – per il fatto ci sia stata incapacità di individuare successione ad un Presidente della Repubblica che aveva chiesto di non avere secondo mandato, gli fu invece chiesto un reale sacrifico personale e politico e lui chiese ai partiti di farsi carico processo riforme che poi non è partito e si è fermato. E’ giusto e rispettoso nell’Aula del Senato citare il presidente della Repubblica con parole formali e cerimoniose e non avere poi il coraggio di dire che l’unico modo di rispettare la figura straordinaria che è Giorgio Napolitano è realizzare quelle riforme chieste? Pensate sia possibile prendere in giro gli italiani dicendo ‘faremo, faremo, faremo” con noi che poi ‘rinvieremo, rinvieremo, rinvieremo’”.
Il programma
Una prima parte più visionaria, una seconda più programmatica, ma nel discorso del successore di Enrico Letta mancano i numeri, i provvedimenti specifici. In campo economico Renzi qualche dettaglio lo fornisce, chiamando in causa la Cassa depositi e prestiti, ente controllato dal ministero dell’Economia, per ”lo sblocco totale dei crediti delle aziende verso la pubblica amministrazione” e per alleviare il credit crunch che schiaccia le piccole e medie imprese. Più vaghi i termini di una riforma della giustizia – amministrativa, civile e penale – che sarà presentata “entro giugno” dal ministro Orlando, stante la ventennale incapacità dei due poli di “convincersi” della bontà delle proprie ricette. Come a suo tempo Tony Blair, il neopremier annuncia un grande piano per la scuola e l’edilizia scolastica, “allentando il patto di stabilità per i Comuni”. E alla fine avverte con grande enfasi che sulla realizzazione dei punti illustrati “non ci sono più alibi per nessuno. Abbiamo una sola chance, se perdiamo è colpa mia”. L’accoglienza del Senato verso il premier è tiepida: 14 applausi in un’ora e dieci di discorso, ma i più sonori sono risuonati quando ha nominato Enrico Letta e i marò detenuti in India. E a chi rileva l’assenza dei riferimenti alla questione del sud Renzi chiede se erano meglio “gli impegni verbali e i disimpegni sostanziali degli ultimi decenni, le parole in libertà”. Il capo del governo ha messo in rilievo, all’opposto, la volontà di puntare sui fondi strutturali europei.
Per due volte il discorso (qui il testo integrale) è stato interrotto dalla contestazione dei parlamentari Cinque Stelle, e in entrambe le occasioni Renzi ha replicato con ironia, ricordando la mancata presentazione dell’M5S alle elezioni in Sardegna e le “difficoltà con la base: non è facile stare in un partito dove c’è il capo che vi dice io non sono democratico”. Sul fronte dei programmi, oltre a un intervento straordinario sulla scuola “anche attraverso l’allentamento del patto di stabilità”, Renzi promette “lo sblocco totale dei crediti delle aziende verso la pubblica amministrazione”, attraverso la Cassa depositi e prestiti. Poi lo “sblocco del credito per le piccole e media imprese, che soffrono del credit crunch, sempre con l’intervento della Cdp. E, soprattutto, “porteremo immediatamente alla vostra attenzione una riduzione a doppia cifra del cuneo fiscale con misure serie, irreversibili, non solo legate alla revisione della spesa, che porterà già nel semestre 2014 risultati immediati”.
La riforma della giustizia
Renzi prende poi atto che “in vent’anni” i due poli non sono riusciti a “convincersi l’un l’altro” della bontà delle loro posizioni. Ci penserà quindi il ministro della giustizia, Andrea Orlando, a presentare “entro giugno” un pacchetto complessivo di riforma, dalla giustizia amministrativa a quella penale. ”Ormai le posizioni sono calcificate e intangibili, nessuno riuscirà a convincere l’altro”, afferma Renzi. “A giugno sarà all’attenzione del Parlamento un pacchetto organico di revisione della giustizia che non lasci fuori niente. Giustizia amministrativa: negli appalti pubblici lavorano più avvocati che muratori. Un provvedimento di un sindaco o del Parlamento è costantemente rimesso in discussione, una corsa a ostacoli impressionanti”, ha sottolineato Renzi. “Giustizia civile: viviamo un tempo in cui la lunghezza e difficoltà del processo civile” è motivo per cui “se ne vanno investimenti e possibilità di credere che il Paese sia recuperabile”, ha aggiunto il presidente del Consiglio. “Giustizia penale: a fronte di una straordinaria qualità di uomini e donne che lavorano nella giustizia esiste una preoccupazione costante nell’opinione pubblica che la giustizia corra il rischia arrivi tardi e colpisca in modo diverso”, ha concluso Renzi.

Qui invece molto riporto l'intervento in video della Cittadina Senatrice Taverna... spiega molto bene: notate che i media hanno riportato solo una piccola parte del suo intervento tralasciando alcune "cose" dette, forse ritenute (a voler pensar bene) non importanti dagli stessi ma, secondo il diritto a essere informati, che credo avremmo avuto il diritto di conoscere..... buon ascolto

più chiaro di così....

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