Quando l'ho letto non ci potevo credere: un ghanese da 16 anni in
italia non ha potuto avere la nostra cittadinanza perchè non sapeva chi
erano i ... politici e cosa facevano? E' un motivo discriminante per non
dare l'italica carta d'identità? Sul fatto quotidiano c'era l'articolo
che ne parlava fra il serio e il faceto: il serio perchè se è vero che
l'operaio ghanese dimostrava una buona conoscenza generale dal lato del
faceto il problema era che non gli concedevano, siamo sempre sudditi, la
cittadinanza perchè non sapeva chi fossero i nostri politici più in
vista... una follia bella e buona perchè quanti italioti li conoscono?
Quanti conoscono l'art. 95 della Costituzione? Ben pochi, in paricolare
nelle nuove genrazioni.. quindi che si fa? Gli si leva la cittadinanza
anche a loro? A differenza di noi che, anche se non sappiamo un ben
niente di queste cose, non corriamo molti rischi.... lui si, rischia
l'espulsione.
Leggetevi l'articolo è illuminante di come un paese,
che ha rinunciato ad avere un futuro, ha un estremo bisogno di idee,
persone e braccia fresche per un piglio puramente, e stupidamente,
burocratico (indotto dalla legge sulla cittadinanza combinata con quella
sull'immigrazione) rinunci a futuri cittadini che non delinquono ma
lavorano onestamente, pagano le tase e i contributi contribuendo
all'economia....
dal Fatto quotidiano del 19/7/2013 a firma di T. Mackinson
“Non conosce Berlusconi, Grillo e Casini”. E la Questura gli nega la cittadinanza
Se li conosci li eviti, se non li conosci rischi l’espulsione. Così insegna la storia di Addai, un ghanese che ha tutti i requisiti ma non ottiene la cittadinanza italiana perché non sa chi siano Alfano, Berlusconi, Casini. E a dirla tutta, neppure Grillo, Di Pietro,
etc… Mentre il governo Letta e tutti noi siamo costretti a mandar giù
le battute razziste di Calderoli e improbabili autoassoluzioni di
Alfano sullo scandalo kazako, l’Italia cambia idea
sull’immigrazione: la cittadinanza si ottiene grazie allo “ius partiti”.
Non è uno scherzo, è successo davvero. Lo rivela il surreale e
kafkiano parere con cui l’Ufficio Immigrazione della Questura di
Pordenone, lo scorso gennaio, ha addotto quelle motivazioni per negare
la naturalizzazione di un immigrato che – altra colpa grave –
“conosceva i nomi di Monti e Napolitano, ma non di Ciampi”.
Il solerte funzionario non ha dubbi: respinto. La relazione, trasmessa
alla Prefettura perché finisca al Ministero dell’Interno, mette fine
alle speranze di Addai Richie Akoto, operaio, padre di quattro figli in
Italia da 16 anni.
Lo incontriamo a Pordenone,
scopre da noi la brutta notizia. La famiglia gli si stringe attorno. A
sentire tutta la storia non ci sono dubbi, è un perseguitato politico.
Ma non dalle autorità del Ghana, da cui è scappato nel 1997 passando
per la frontiera di Ventimiglia quanto da quei politici che
distrattamente vede in tv. Il rapporto, che è un atto interno, riporta
un casellario giudiziale intonso, un quadro sociale sereno. Vive in
appartamento “per il quale versa un affitto di 650 euro” con tre figli e
la moglie, tutti cittadini stranieri regolarmente soggiornanti. Versa
anche 180 euro al mese per la stanza della figlia che frequenta
Geologia a Trieste. Quei soldi Addai se li suda e lo zelante estensore
lo scrive pure: dal 2004 è assunto a tempo indeterminato all’Electrolux di Porcia,
cuore industriale di Pordenone alle prese con 150 esuberi e con cassa e
mobilità in scadenza a fine mese. Se perde il posto, lui rischia
l’espulsione con tutta la famiglia. Non conta. Il dirigente vuole invece
accertare, come impone la legge, il suo livello di preparazione
linguistica e culturale. Addai parla e legge l’italiano e “comprende
anche le parole più complesse”. Evviva, e allora? “Tuttavia ha una
conoscenza storica, geografica e delle Istituzioni del nostro paese non
sufficiente, confusa e lacunosa”. Che avrà mai detto? Non ricorda le
date delle feste nazionali, confonde quella della Repubblica con l’Unità d’Italia (istituita appena due anni fa e ignota ai più, ndr), i relativi periodi storici ed “afferma che Garibaldi
era prima un politico e poi uno scrittore, senza essere in grado di
dare la risposta esatta”. Alt, parentesi: sul politico si può discutere,
ma non c’è dubbio che abbia scritto poemi, lettere, memorie e
trattati. Il meglio arriva ora: “Quanto alle istituzioni conosce i nomi
di Napolitano e Monti, ma non di Ciampi e neppure la durata in carica
del presidente della Repubblica che indica a vita”. Il doppio
settennato di Napolitano, in realtà, sembra anche dargli ragione.
Ed
ecco il brivido vero: “Conosce il Parlamento e le due camere, (..)
alcuni partiti principali, ma ha sbagliato i leader del Pdl, non conosce
Grillo né Casini e Di Pietro”. Inaccettabile: “si esprime parere
sfavorevole”. Così un dirigente ha deciso il destino di un aspirante
italiano e chissà quanti altri. Almeno fino a luglio, quando il
Ministero è ricorso a più miti consigli, anche grazie a
un’interrogazione parlamentare di Sel sull’anomala
parsimonia nelle concessioni. La legge sulla cittadinanza (L.91/1992) e
la circolare con le procedure di concessione fanno riferimento a
“principi fondamentali cui si ispira il nostro ordinamento”. Qualcuno
qui, ma forse anche altrove, fa a modo suo, assumendo che esponenti dei
partiti (e non delle istituzioni) siano parte dell’ordinamento. E che
l’infausto destino dei cittadini italiani sia di doverli conoscere uno
per uno. Piccola annotazione per chi si chiedesse cosa abbia mai fatto
Addai in questi 16 anni e se sia stato sulla luna per non sapere chi
sono Alfano, Casini&co. No, ha lavorato in fabbrica, mantenuto
cinque persone e si e’ adoperato nella comunita’ di immigrati come
presidente dell’associazione “Ashanti” per raccogliere fondi con cui
acquistare materassi, beni essenziali e tutto quelli che manca ai bimbi
dell’omonima regione (e povera) regione ghanese. Postilla: con la
terzogenita Jonaqline, quarta liceo, siamo andati a fare le stesse domande rivolte al padre ai residenti italiani. Il risultato, date un occhio al video (l'ho trovate sul sito), è esilarante. E ora, chi si prende la briga di revocare loro la cittadinanza?
p.s.
buona lettura e buona domenica...
si parla di progresso, di evoluzione, di civiltà ci ritroviamo invece in un nuovo medio evo dove conta chi si nasconde dietro il potere o vi si allea con esso.
sabato 20 luglio 2013
giovedì 18 luglio 2013
e, a proposito di dignità, una domanda: ma cosa avevano promesso i partiti?
Mentre il Capo dello Stato monita dice che il Governo non può essere
ostaggio nè dei problemi (più o meno giudiziari) del "singolo" nè
dell'affaire kazako, una vera vergogna per un paese che ad ogni piè
sospinto ricorda a tutti di essere democratico e liberale.... a parole, i
reggitori dello stesso governo ne approfittano:
lo spiega benissimo il Prof Zagrebelsky in questa intervista pubblicata dal Fatto che qui vi riporto come testimonianza... buona lettura
“F35, giustizia e Kazakistan È l’umiliazione dello Stato” (Silvia Truzzi).Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.
Siccome i “maltrattamenti” alla Carta continuano, ci tocca disturbare di nuovo – a poche settimane dall’ultima volta – Gustavo Zagrebelsky.
Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?
Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.
Cosa intende?
Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?
Dica lei.
Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.
Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?
Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.
Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?
Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?
L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?
Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?
Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?
Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.
C’è una logica che spiega i singoli episodi?
Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.
Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?
In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.
Da Il Fatto Quotidiano del 18/07/2013.
p.s.
nulla da aggiungere se non che le parole che usa il il prof. sono rivolte a noi.. quei pavidi e opportunisti che si autodefiniscono "cittadini italiani"...
- con eroico blitz notturno i partiti, SEL compresa, stabiliscono che i sindaci che sono stati eletti (immagino anche quelli che sono nel governo) ... continuano a essere "compatibili"..... ossia nel decreto del "fare (.... cosa e a chi mi chiedo dato che dovrebbe essere un decreto economico che nulla a che fare con i privilegi dei politici, in teoria mentre in pratica, con la giustificazione di contenere la spesa pubblica, consente ai sindaci di restare dove sono in parlamento)" viene inserita da deputati del pd, del pdl e di sel una norma che sostiene: che l’incompatibilità scatterà solo con le prossime elezioni comunali, tutto qui (il resto lo trovate qui nel link).. non male vero?
- gli stessi partiti, forse lo ricordate, avevano promesso di tagliare i soldi e tanto altro, ma soprattutto i soldi: volete sapere com'è andata a finire? Se li tengono, punto e basta.... tranne M5S gli altri si tengono tutto, proprio tutto: a partire dalla prima tranche di 95 mln di euro... questo è il link
lo spiega benissimo il Prof Zagrebelsky in questa intervista pubblicata dal Fatto che qui vi riporto come testimonianza... buona lettura
“F35, giustizia e Kazakistan È l’umiliazione dello Stato” (Silvia Truzzi).Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.
Siccome i “maltrattamenti” alla Carta continuano, ci tocca disturbare di nuovo – a poche settimane dall’ultima volta – Gustavo Zagrebelsky.
Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?
Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.
Cosa intende?
Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?
Dica lei.
Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.
Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?
Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.
Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?
Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?
L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?
Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?
Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?
Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.
C’è una logica che spiega i singoli episodi?
Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.
Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?
In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.
Da Il Fatto Quotidiano del 18/07/2013.
p.s.
nulla da aggiungere se non che le parole che usa il il prof. sono rivolte a noi.. quei pavidi e opportunisti che si autodefiniscono "cittadini italiani"...
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