mercoledì 14 novembre 2012

Ancora sul clima e sul capitalisti dei disastri

Come dicevo ieri che il clima sia cambiato lo sappiamo, é sotto gli occhi di tutti; é innegabile: ha voglia la politica a dire che in fondo si sa che lo sviluppo ha dei costi, questa che vediamo oggi é, solo, la prima rata altro ancora c'é da venire. Faccio presente che non appartengo alla categoria dei catastrofisti ma degli scettici in materia: scettico nel senso che é vero che il clima é cambiato, e cambierà ancora, ma é vero che le conseguenze potrebbero essere minori se cittadini e politici facessero, ognuno per sé, la loro parte ... in questo senso sono scettico, sia chiaro. Stasera voglio puntare, invece, l'attenzione su i .... gufi o meglio su quelle persone e studiosi che da anni ne parlano in vario modo e a vario titolo nei vari campi di cui si occupano: é vero che con la cultura non si mangia ma é anche con la cultura che si può combattere la, voluta, ignoranza che sul clima, e su altro, porta prima all'indifferenza e poi alla passività prima e alla rassegnazione, poi, del "io che ci posso fare" che é sinonimo di fallimento della democrazia occidentale, o meglio il suo epitaffio da scrivere sulla pietra tombale.
Partiamo dal testo base di chi ha sollevato il coperchio del vaso di pandora sull'economia dei disastri: il saggio di
Naomi Klein
"shock economy (fra l'altro che segnalai su questo blog come "da leggere" qualche tempo fa..)"

.... [saggio] che fa il punto dello stato dell'arte in materia da un lato riassumendo le ricerche dall'altro rapportando le ricerche e i loro risultati di cui sopra con quanto realmente avvenuto nella realtà quando c'era un disastro e i corollari economici di stampo liberista che ne giustificavano l'azione.
ma c'é un illustrissimo precedente sul quale si basano le successive indagini su questo tipo di economia (e politica):
Hannah Arendt ne "le origini del capitalismo": "i campi di concentramento e le camere a gas» – senza dubbio la soluzione più sbrigativa del problema della sovrappolazione, della superfluità economica e dello sradicamento sociale – lungi dal costituire un monito possano, al contrario, rappresentare anche per le società democratiche un esempio, una tentazione, cioè, destinata a riproporsi quando appaia impossibile alleviare la miseria politica, sociale o economica in maniera degna dell’uomo"; bé, più chiaro di così.... tutte le successive indagini sono, come dicevo, partite da questo assunto: compreso il saggio della Klein che ne da un immagine che definire cinica é usare un puro eufemismo visto che l'autrice ne ripercorre l'ascesa fin dai primi esperimenti in america latina al 2004 tutte situazioni che in comune hanno il tipo di risposte dato; tutte, guarda caso, ispirate dalle teorie di Milton Friedman e della scuola di Chicago che hanno scorto nelle catastrofi non tanto problemi da risolvere, quanto opportunità di un rapido arricchimento a favore di un’esigua minoranza raccolta nel patto scellerato tra una classe politica corrotta e le grandi imprese multinazionali e non che son chiamate a intervenire anche laddove c'è presenza dello Stato.
Secondo, infatti, il "fondamentalismo" capitalistico di Friedman e dei suoi allievi – alcuni dei quali insediati ai vertici dei più importanti organismi finanziari, altri, invece, direttamente impegnati come consiglieri dei governi, altri ancora suoi ammiratori entusiasti e infine banchieri e altro materiale umano che anche in Italia vediamo in azione inorganismi finanziari e governi – il verificarsi di una grande crisi o di un grande shock consente di "sfruttare le risorse dello stato per ottenere un guadagno personale mentre gli abitanti sono ancora disorientati"; per meglio dirla: "il prodursi di eventi traumatici diventa, allora, l’occasione per poter rimodellare la società, applicando misure radicali di ingegneria sociale ed economica". Tutto ciò non vale solo per i paesi autoritari ma anche, e soprattutto, per le democrazie e ciò é triste: basti pensare al falimento statale di Katrina e agli incassi fatti dai privati per lo stesso uragano: naturalmente i privati, finché paga lo Stato o i riccastri, determinano e agiscono senza problemi ma se il primo non può coprire tutti i costi e i secondi sono soddisfatti, indovinate un pò chi rimane fuori, come ancora oggi accade in louisiana, dalla ricostruzione? I meno abbienti, i quali, sempre in louisiana, ancora oggi non vedono ricostruite le loro case.... qui un esempio del genere ce lo abbiamo in Abruzzo dove il "fatto" é nemmeno la metà di quanto resta da fare: ma senza soldi si sa ... perché qui non sfuggiamo a questa regola del capitalismo dei disastri: se lo Stato ha soldi i privati ci mettono i mezzi altrimenti tutto resta così com'é.
Se a quanto sopra aggiungiamo la corruzione politica, il clientelismo, il malaffare mafioso che ci mette il naso per accaparrarsi gli appalti, ecc. ecc. allora credo che il quadro che ci si para davanti é chiarissimo: siamo nel pieno boom, anche qui, di tal tipo di capitalismo: liberista nei profitti ma statalista quando si tratta di pompare nelle propie casse i soldi dello Stato ossia di tutti noi...
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