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martedì 2 aprile 2019

GUERRA IN YEMEN, coinvolte "segretamente" anche le truppe speciali della Gran Bretagna

Fonte: Informazione Consapevole Di Salvatore Santoru

Nella guerra dello Yemen gli Stati Uniti non sono l'unico paese occidentale impegnato. Difatti, come riportato da Analisi Difesa e da 'Gli Occhi della Guerra', nel conflitto risulterebbe coinvolta anche anche la Gran Bretagna.

Difatti, proprio nello Yemen sono state inviate le forze speciali della Marina al fine di combattere una guerra ormai sempre meno "segreta". Andando maggiormente nei dettagli, le truppe d’élite britanniche (Special Boat Service) sono operative da diverso tempo nel paese mediorientale.

Così come gli Stati Uniti, anche la Gran Bretagna sostiene gli Emirati Arabi e l'Arabia Saudita nel conflitto contro i ribelli filo-iraniani Houthi.

martedì 26 marzo 2019

Ue toglierà Arabia Saudita dalla lista nera del riciclaggio

Fonte: W.S.I. 1 Marzo 2019, di Alberto Battaglia

L’inclusione dell’Arabia Saudita nella lista nera Ue dei Paesi troppo morbidi nella lotta al riciclaggio vedrebbe contraria una larga maggioranza dei Paesi membri. Lo affermano a Reuters due fonti comunitarie, citando un blocco ostile all’inclusione di Riyad che conterebbe 20 membri su 28: fra gli stati contrari ci sarebbero il Regno Unito, la Francia “e tutti i maggiori membri” Ue. In precedenza la lista nera aveva irritato anche Panama, che aveva sollecitato Bruxelles a riconoscere i passi avanti compiuti dopo il caso Panama Papers.
Il sovrano saudita, Salman, si era mosso in prima persona per convincere le autorità europee a riconsiderare l’inserimento del suo Paese nella black list, in alcune lettere viste da Reuters. Tale decisione “danneggerà la reputazione del regno e creerà difficoltà nel commercio e negli investimenti fra Arabia Saudita e Unione Europea”, aveva scritto il re Salman.
Riyad ha minacciato di stracciare i contratti con gli stati Ue nel caso in cui la lista fosse approvata, ha affermato una delle fonti Ue. “Stanno davvero tirando fuori le armi pesanti”, avrebbe detto un diplomatico commentando la vicenda.
Le armi persuasive del regno saudita starebbero ottenendo i risultati sperati. Perché la lista nera venga emendata occorre una maggioranza di almeno 21 stati membri. A quanto si apprende, tale maggioranza sarebbe a portata di mano.
Fra i Paesi insoddisfatti della black list non mancano gli Stati Uniti, che in essa vi hanno ritrovati quattro dei propri territori. Si tratta di Samoa, Guam, Puerto Rico e le Isole Vergini.
Fra gli altri nomi che compongono la lista nera del riciclaggio e del finanziamento al terrorismo compaiono anche Corea del Nord, Libia, Iran, Pakistan, Nigeria, Afghanistan e il già citato Panama.

lunedì 25 marzo 2019

Yemen, quattro anni di guerra. E non se ne vede la fine

Fonte: Il Fatto Quiotidiano Mondo | 25 Marzo 2019 

Il 25 marzo 2015 la prima bomba della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti cadeva sullo Yemen. Da allora, questa scena si è ripetuta migliaia di volte, portando distruzione e devastazione nel paese più povero del mondo arabo.
L’obiettivo della coalizione, sostenuta sul terreno dalle forze leali al presidente ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, era e resta quello di sconfiggere le forze huthi, pro-iraniane, che nel settembre 2014 hanno preso il controllo della capitale Sana’a e di altre zone dello Yemen.
Di questo nuovo capitolo dello scontro tra Arabia Saudita e Iran per la supremazia nel Medio Oriente stanno pagando il prezzo milioni di civili yemeniti, vittime di una gravissima catastrofe umanitaria provocata dalla guerra.
In questi quattro anni, tutte le parti in conflitto hanno inflitto sofferenze inimmaginabili alla popolazione civile.
Il catalogo degli orrori, gravi crimini di diritto internazionale se non veri e propri crimini di guerra, comprende attacchi aerei indiscriminati (contro centri abitati, scuole e scuolabus, mercati, moschee, ospedali, banchetti nuziali), detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, maltrattamenti e torture, aggressioni sessuali, arruolamento di bambini soldato e l’imposizione di restrizioni all’ingresso e alla circolazione di beni e aiuti essenziali.
Di tutto questo non si vede la fine: il numero delle vittime civili aumenta e la situazione umanitaria peggiora di giorno in giorno.
Diversi Stati occidentali – tra cui Usa, Regno Unito, Francia e anche Italia – continuano a fornire armi agli stati membri della coalizione nonostante vi siano prove schiaccianti che esse sono state usate per commettere crimini di guerra. Solo una manciata di Stati – Olanda, Norvegia, Danimarca, Finlandia e Svizzera – hanno sospeso questi trasferimenti.
La vita dei civili yemeniti non vale niente rispetto ai lucrosi commerci di strumenti di morte.
Mondo | 25 Marzo 2019

giovedì 14 marzo 2019

IL DOPPIO STANDARD, commerciare con la Cina è un "peccato" ma con paesi come l'Arabia Saudita è un 'dovere'

Fonte: Informazione consapevole Di Salvatore Santoru
In questi giorni si sta parlando molto degli accordi economici che l'Italia dovrebbe fare con la Cina. Tali accordi sono alquanto criticati da una certa parte delle cosiddette 'élite occidentali' e una delle principali motivazioni, tra le altre, sarebbe il fatto che il paese asiatico non sia conforme al modello liberal-democratico occidentale.
Tale preoccupazione è certamente fondata ma, d'altro canto, non si può non segnalare un certo 'doppio standard'. Difatti, se è pur vero che esistono situazioni controverse e discutibili in Cina, che dire di paesi come l'Arabia Saudita o gli Emirati (ecc) ?
Con tali paesi, governati da regimi ben poco rispettosi di diritti umani/civili, l'Italia e altri paesi occidentali fanno molti accordi ma ciò non desta sospetto in quanto 'il commercio è sempre commercio'.
D'altronde, la maggior parte di tali stati risultano alleati storici degli Stati Uniti o di altre potenze occidentali e quindi il problema (nel caso cinese) sembrerebbe maggiormente di carattere geopolitico piuttosto che una mera questione di diritti e di sicurezza.
Il punto di tale breve articolo non è contrastare le legittime e anche abbastanza condivisibili perplessità nei riguardi degli accordi con la nazione asiatica ma, semmai, segnalare un certo 'interessato allarmismo' e tale 'doppio standard'.

giovedì 7 febbraio 2019

YEMEN, LA RIVELAZIONE DELLA CNN: 'Arabia Saudita ed Emirati passavano armi Usa a gruppi legati ad Al Qaeda'

Fonte: Informazione Consapevole Di Salvatore Santoru
 Una recente inchiesta della Cnn ha rivelato che armi statunitensi sono finite nelle mani di diversi gruppi impegnati nel conflitto dello Yemen, tra cui quelli jihadisti legati ad al Qaeda. Come riporta un articolo di Remocontro, la Cnn ha spiegato che le armi sono state fornite volontariamente dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti.

In tal modo, l'Arabia e gli Emirati hanno cercato di conquistare la fedeltà di milizie e clan locali e di aumentare la propria influenza geopolitica nell'area, tenendo anche conto che gli stessi gruppi e Al Qaeda risultano essere impegnati nella lotta contro i ribelli Houthi.
Su ciò c'è anche da dire che comunque, sempre secondo l'inchiesta, armi USA sono finite anche nelle mani del fronte antisaudita rappresentato dagli stessi Houthi.

lunedì 21 maggio 2018

Monarchie del Golfo, una settimana di ordinaria repressione

Fonte: Il Fatto Quotidiano Mondo | 21 maggio 2018 


Come ogni settimana, non sono mancate neanche in quella appena terminata preoccupanti notizie sullo stato dei diritti umani nella regione del Golfo. Il 16 maggio la quarta corte d’appello del Bahrein ha emesso il verdetto al termine di un “maxi-processo”, iniziato il 23 agosto 2016, che vedeva imputate di terrorismo 138 persone, 52 delle quali in contumacia.
Il processo, in cui sono state ammesse come prove diverse confessioni estorte con la tortura, si è concluso con 23 assoluzioni, 53 ergastoli, tre condanne a 15 anni, una a 10 anni, 15 a sette anni, 37 a cinque anni e sei a tre anni. C’è poi l’odiosa pena “accessoria” della privazione della cittadinanza, provvedimento adottato nei confronti di 115 imputati. Dall’inizio dell’anno, 231 bahreiniti sono stati resi apolidi. Dal 2012, il totale è di 718.
L’articolo 10 della legge sulla cittadinanza, più volte emendato, stabilisce che questa possa essere revocata a chi svolge servizio militare per un Paese straniero, si mette al servizio di un Paese straniero o procura “danno alla sicurezza nazionale“, definizione quest’ultima che può voler dire tutto e niente.
Le persone che vengono private della cittadinanza sono obbligate a consegnare il passaporto e i documenti d’identità. Quelle che non sono in carcere devono chiedere un permesso di soggiorno in quanto “stranieri” o lasciare il Paese. Chi è in carcere lo farà al termine della pena. Chi non ottiene il nuovo documento viene accusato di “soggiorno illegale” ed espulso.
Anche nell’Arabia Saudita del “moderato” e “riformista” principe della Corona Mohammad Bin Salman non si sono risparmiati. Il 18 maggio fonti ufficiali saudite hanno reso noto l’arresto di sei difensori dei diritti umani e di una settima persona al momento ignota, con l’accusa di tradimento. L’annuncio è stato immediatamente seguito da una campagna diffamatoria mossa dai media di regime, che hanno accusato le persone arrestate di far parte di una cellula in contatto con entità straniere. In parole semplici, di essere dei traditori.
Tra le sette persone arrestate figura Loujain al-Hathloul, la nota promotrice della campagna contro il divieto di guida alle donne saudite, che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) essere rimosso dal 24 giugno. L’hanno portata via da casa la sera del 15 maggio ed è detenuta nella prigione di al-Hai’r nella capitale Riad.
Ci sono poi Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef, che nel 2013 sfidarono il divieto guidando per le vie della capitale, così come Aisha al-Manea, a sua volta protagonista della campagna sin dai primi anni Novanta. E infine Ibrahim al-Modeimigh, avvocato e promotore dei diritti delle donne, e Mohammad al-Rabea, che aveva aperto a Riad un circolo letterario per uomini e donne.

martedì 7 novembre 2017

Dossier top secret: Israele e sauditi insieme per provocare guerra

WSI 7 novembre 2017, di Daniele Chicca
Israele e l’Arabia Saudita stiano facendo combutta per provocare una guerra alle forze filo iraniane nella polveriera mediorientale. Lo rivela un dossier diplomatico esplosivo e top secret israeliano che è stato reso pubblico. Di fatto Tel Aviv e Riyad stanno in maniera deliberata coordinando un’escalation militare in Medioriente.
Domenica, dopo le dimissioni scioccanti del premier libanese Saad Hariri, Israele ha inviato un messaggio a tutte le sue ambasciate chiedendo ai suoi rappresentanti diplomatici sparsi in tutto il mondo di fare il possibile per aumentare le pressioni diplomatiche sui nemici Hezbollah e Iran.
Nel messaggio, pubblicato da Channel 10 News, si lancia un appello alla guerra saudita contro i ribelli anti governativi Huthi, popolo sostenuto dall’Iran, in Yemen. Nel cable diplomatico l’Iran viene criticato per essere “impegnato in operazioni sovversive nella regione“.
Il governo israeliano – si legge nel file ottenuto dal navigato corrispondente di politica estera della testata, Barak Ravid – chiede ai suoi diplomatici di appellarsi ai funzionari più alti dei paesi in cui risiedono, per tentare di espellere Hezbollah dal governo del Libano e dalla politica più in generale.
Il messaggio top secret di stamattina è stato inviato dopo gli eventi caotici del fine settimana in Libano e Arabia Saudita, dove il nuovo corso del Regno ha avviato una maxi operazione di purga dei piani alti nell’ambito di una lotta alla corruzione senza mezze misure, caratterizzata da arresti, congelamento di conti in banca e sequestri.
Hariri si è dimesso dopo essere stato convocato a Riyad dalle autorità saudita che lo sostenevano. Dopo l’annuncio a sorpresa, l’Arabia Saudita ha accusato il Libano di “aver dichiarato guerra” contro il Regno del Golfo. Accusando lo Hezbollah e il suo alleato iraniano di esercitare la loro egemonia sul paesi dei Cedri, Hariri ha spiegato di aver abbandonato l’incarico perché teme per la sua vita.
Le crescenti tensioni nella regione hanno contribuito a spingere al rialzo i prezzi del petrolio sui mercati con il Brent che ha sfiorato i 61 dollari al barile. Al momento le quotazioni tirano il fiato dopo la corsa degli ultimi giorni per via dell’ottimismo su un’estensione della durata del piano di tagli alla produzione da parte dell’Opec, che si riunisce a fine mese.
Come è noto, la causa che accomuna Israele e Arabia Saudita è la lotta contro l’Iran e Hezbollah, con l’intento di impedirne l’espansione in luoghi strategici e in tumulto come la Siria, l’Iraq e anche il Libano. Per ridurne l’influenza, i due nemici storici hanno deciso di unire le forze per raggiungere un obiettivo politico preciso: indebolire la fazione sciita.
L’organizzazione sciita Hezbollah è da anni uno dei principali nemici di Israele insieme ad Hamas. Per i leader del governo israeliano il braccio armato libanese di Hezbollah non è altro che l’estensione della presenza sul territorio dell’Iran non appena sopra i confini settentrionali dello stato ebraico.

mercoledì 4 maggio 2016

Armi, triplica vendita del made in Italy. E tra gli intermediari spunta Banca Etruria

di | 4 maggio 2016dal Fatto Quotidiano

Nell’ultimo anno è triplicata la vendita di armi italiane all’estero e sono aumentate le forniture verso Paesi in guerra: in particolare quelle verso l’Arabia Saudita, condannata dall’Onu per crimini di guerra nel conflitto in Yemen e per la quale il Parlamento europeo ha chiesto un embargo sulla vendita di armamenti. Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principale banche italiane, Intesa e Unicredit, e tra i piccoli istituti coinvolti compare ancora Banca Etruria e una banca libica.
La relazione annuale del governo sull’export militare italiano 2015 – appena trasmesso al Parlamento e il cui contenuto è stato anticipato da Nigrizia – mostra un aumento del 200% per le autorizzazioni all’esportazione definitiva di armamenti il cui valore complessivo è salito a 7,9 miliardi dai 2,6 miliardi del 2014. Un dato senza precedenti che, come osserva il governo nel documento con soddisfatto understatement, testimonia la “consolidata ripresa del settore della Difesa a livello internazionale”.
Come si legge nella relazione, “i settori più rappresentativi dell’attività d’esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica), la cantieristica navale ed i sistemi d’arma (missili, artiglierie), che hanno visto, nell’ordine: Alenia Aermacchi, Agusta Westland, GE AVIO, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries, MBDA Italia e Industrie Bitossi ai primi dieci posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La maggior parte di queste aziende sono di proprietà o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica”.
Ma il dato politicamente più importante è il boom di vendite verso Paesi in guerra, in violazione, attraverso escamotage, della legge 185/1990 che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Un sotterfugio che un ex ministro della Difesa di nome Sergio Mattarella denunciò anni fa come “un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge 185”: il governo può aggirare il divieto di forniture militari a un paese in guerra se con esso ha stipulato un accordo intergovernativo nel campo della difesa e dell’import-export dei sistemi d’arma. Il caso più grave riguarda le forniture belliche alle forze aeree del regime Saudita, che da oltre un anno conducono bombardamenti indiscriminati su città, scuole e ospedali in Yemen che finora hanno provocato almeno 2mila morti civili, per un quarto bambini. Crimini di guerra ripetutamente condannati dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che a febbraio hanno spinto il Parlamento europeo ha chiedere un embargo sulla vendita di armi a Riyad.
Il valore dell’export di armi ‘made in Italy’ verso l’Arabia Saudita autorizzato nel 2015 è salito a 257 milioni dai 163 milioni del 2014. Un aumento del 58% attribuibile in gran parte alle tonnellate di bombe aeree prodotte nello stabilimento sardo di Domusnovas della Rwm Italia S.p.a. e spedite via aerea e navale da Cagliari tra le proteste e le denunce – anche alla magistratura – di parlamentari e pacifisti. Consegne confermate dalla relazione: 600 bombe Paveway da 500 libbre (per 8,1 milioni di euro), 564 bombe Mk82 da 500 e 2000 libre (3,6 milioni), 50 bombe Blu109 da 2000 libre (3,6 milioni) e cento chili di esplosivo da carica Pbxn-109 (50mila euro).
A questo si aggiunge il forte incremento del valore delle esportazioni italiane verso l’Arabia Saudita che rientrano tra i programmi intergovernativi di cooperazione militare, saliti nel 2015 a 212 milioni dai 172 milioni del 2014. Il principale programma riguarda i cacciabombardieri Eurofighter usati ogni giorno dalla Royal Saudi Air Force nei suoi raid in Yemen. La fornitura, iniziata anni fa, riguarda l’Italia non solo per la sua partnership industriale nel consorzio europeo (con Finmeccanica), ma anche perché questi aerei, assemblati negli stabilimenti inglesi della Bae System, vengono consegnati facendo scalo all’aeroporto bolognese di Caselle. Nonostante la legge 185/90 vieti anche il transito di armi destinate a Paesi in guerra.
Anche le forniture belliche italiane verso gli altri paesi che partecipano alla guerra in Yemen a fianco dei sauditi sono proseguite o aumentate: gli Emirati si confermano il principale cliente mediorientale (con 304 milioni come l’anno prima), mentre c’è stato un forte incremento di vendite al Bahrein (da 24 a 54 milioni) e soprattutto al Qatar (da 1,6 a 35 milioni). Il Kuwait, nel 2015 ancora tra i clienti minori, è destinato a scalare la classifica dopo la firma, poche settimane fa, di un contratto multimiliardario per la fornitura di 28 cacciabombardieri prodotti da Finmeccanica.
Ma è boom di export verso tutti i Paesi in guerra, a cominciare da un clamorosa new-entry: l’Iraq, finora mai comparso tra i clienti italiani, esordisce nel 2015 con vendite per 14 milioni (armi leggere e munizioni, quindi Beretta). Impennata di vendite verso la Turchia (da 53 a 129 milioni) che bombarda i curdi fuori e dentro i suoi confini con gli elicotteri T129 costruiti su licenza Finmeccanica; verso la Russia (da 4 a 25 milioni) che continua a ricevere blindati Lince della Fiat-Iveco nonostante l’embargo post-Ucraina, verso il Pakistan (da 16 a 120 milioni) in perenne conflitto con talebani, indipendentisti baluci e con l’India (anch’essa con forniture belliche italiane in aumento da 57 a 85 nonostante la crisi dei marò e la guerra contro la ribellione contadina naxalita). Nota a margine: nel 2015 sono incrementate le vendite all’Egitto pre-caso Regeni (da 32 a 37 milioni), comprese le armi leggere e i lacrimogeni usati dalla polizia del Cairo nelle repressioni di piazza.
Ultimo dato importante che emerge dalla relazione è l’aumento del ruolo d’intermediazione finanziaria delle banche italiane nel business delle forniture belliche. Se la parte del leone rimane alle banche straniere (Deutsche Bank e Crédit Agricole sopra tutte) si fanno strada sia Unicredit (passata dal 9 al 12% delle operazioni) che Intesa Sanpaolo (dal 2 al 7,4%) che Unicredit (dal 9 al 12%). Seguono con percentuali minori Bnl, Ubi (Banco di Brescia, Popolare Commercio e Industria, Regionale Europea) e una sfilza di “popolari” in ordine discendente (Emilia Romagna, Carispezia, Banco Popolare, Valsabbina, Sondrio, Carige, Etruria, Parma e Piacenza, Credito Cooperativo Cernusco S.N. e Versilia e Lunigiana, Spoleto, Friuladria, Bpm) e perfino Poste Italiane.
Nonostante pochi milioni di euro di operazioni, comunque in aumento rispetto all’anno precedente, merita una menzione particolare Banca Ubae: istituto controllato dalla Libyan Foreign Bank (banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia) e nel cui azionariato figurano Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi ed Eni.

(Foto – Aeroporto di Cagliari 29 ottobre 2015, carico di bombe prodotte dalla Rwm Italia S.p.a. destinate all’Arabia Saudita – di Massimo Manca)
di | 4 maggio 2016


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a leggere bene e a riflettere un SOLO centimetro al di là della singola notizia, ossia i collegamenti alla vicenda, pur citati in articolo, le somme tornano tutte... ehm la Costituzione, quella che vogliono "riformare" cosa dice in proposito? Mi rinfrescate la memoria per piacere?

mercoledì 15 luglio 2015

Un accordo.. avvelenato

.. per una sera non volgiamo lo sguardo oltre adriatico, ma andiamo oltre: dove si fa la storia per davvero; storia con la "S" maiuscola una volta tanto: lasciamo stare i nani, le ballerine, kiap**** in********, i sognatori del quarto reich, gli schiavi e i candidati tali ma parliamo di un vero punto di crisi: ossia di quei nodi, questo è davvero cruciale, della geopolitica che possono, a esser ottimisti, cambiare la storia o essere forieri di tragedie, guerre e terrorismo che possono travolgere stati, imperi economie e interi continenti, per tacere della tanto, da qualcuno anche ricercata fortemente per motivi puramente economici, declamata III° guerra mondiale...... ritengo in primo luogo che si questo accordo potrebbe essere una classica svolta nella storia ma Obama si doveva decidere prima, almeno all'inizio del secondo mandato e non ora alla fine per il semplice motivo che le prossime elezioni quasi sicuramente le vinceranno i repubblicani e tutti sappiamo che per tanti motivi essi sono uno dei rami politici molto sensibili ai desiderata non solo israeliani ma pure dei cosiddetti "paesi arabi moderati... tutti sunniti" che considerano gli iraniani alla stessa stregua di apostati e nemici mortali: questo solo per l'aspetto "politico-religioso" ma c'è n'è anche un altro ossia quello geopolitico dove conta chi ce l'ha più lungo: gli iraniani sono per loro un mortale concorrente e un Iran "nuclearizzato" è una vera e prorpia iattura: una guerra poteva essere inevitabile... e non è detto che venga evitata. Vediamo:

  1. Israele si è già tirata fuori; non riconosce  l'accordo anzi parla di asse del male vittorioso..... può darsi ma chi fa gli attentati? Soprattutto sunniti come sunniti sono quelli dell'Isis. Prima, però, di poter fare qualcosa dovrà attendere due condizioni ineludibili ossia o un "incidente" che gli dia l'agio di saltare al collo dell'Iran o una eventuale vittoria del GOP americano, i repubblicani, ben sapendo che senza quell'ombrello è praticamente isolato. Nel frattempo, potete giurarci, i palestinesi saranno messi molto sotto pressione.....
  2. i cosiddetti "paesi arabi moderati" son quasi tutti sunniti e odiano più degli americani gli sciiti iraniani.. non fa ben sperare il rumoroso silenzio del più grosso di essi, l'Arabia Saudita che vede il paese sciita come una vera spina nel fianco, un concorrente dell'area e un pericoloso esempio per le varie minoranze sciite dell'area.. non aspetterà altro che un qualunque motivo, anche banale, per dare la stura e liberare i mastini della guerra......  da un punto di vista strettamente militare credo che la lotta sarebbe pari, con una leggera pendenza verso gli iraniani che hanno praticamente sconfitto Saddam (dietro il quale si nascondeva l'intero occidente), se dietro a ognuno non ci fossero mani "straniere" e "progetti dentro altri progetti (cito a memoria dal film "dune") ..

...per ora mi godo il risultato ben sapendo che è una cosa importante ma i bizantinismi della diplomazia ci sranno molteplici scappatoie e dettagli e ben sappiamo che il diavolo è proprio lì che si nasconde!
p.s.
ricordate sempre quanto sostenne Brezynski a proposito dei sovietici che invasero l'afghanistan: "mi sarei alleato anche con il diavolo pur di mandarli via"... 

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