dal
Fatto Quotidiano Eretica 13 aprile 2014
La
ribellione
non la puoi misurare a compartimenti stagni. Chiami ribelli,
resistenti, partigiani, quelli che stanno in piazza a opporsi al
governo turco di
Erdogan, solidarizzi perfino con i secessionisti in
Veneto,
esprimi grande soddisfazione quando la polizia toglie i caschi mentre
sfila una manifestazione popolata da umori di destra e poi fai la
divisione tra i buoni e i cattivi se a scendere in piazza è la
sinistra?
Sono i
due pesi e le due misure di
umori destrorsi, razzisti, un po’ fascisti, quelli che hanno sempre una
parola buona da rivolgere nei confronti di cittadini “esasperati” e poi
però fanno il tifo affinché un manganello colpisca i poveri anarchici o
di sinistra. Perché in
Italia è un po’ così: va bene
far truccare anche un passeggino da arma impropria, va bene
giustificare chi fa comizi parlando di fucili da rivolgere contro gli
immigrati, va bene se c’è chi parla di giustizia fai da te per
difendersi dagli
zombies che si accampano alla meno
peggio ovunque, va bene chiamare “degrado” i poveri, i neri, i rom e le
puttane ma non va bene se tanta gente,
famiglie che tentano di sopravvivere a mille disastri, occupano edifici che non servono a nessuno o si ribellano al destino che la politica vorrebbe loro riservare.
Due pesi e due misure perché c’è un pezzo d’Italia in ribellione che continua comunque a immaginare che il
nemico
sia quell’altro, povero tanto quanto lui o anche di più, e così vedi
piazze in cui c’è un tricolore, l’inno alla patria, la cacciata contro
l’immigrato
che serve ancora chiamare volgarmente “clandestino”, con ammiccamenti
vari alle forze di polizia e poi vedi un’altra piazza mista, in cui non
c’è un colore, non c’è gerarchia, differenza d’etnia, si parla da
cittadini del mondo, senza confini né razzismi, dove si ha chiaro che o i
diritti ci sono per tutt* o non esistono diritti per nessun@, e lì
resistono i pregiudizi, solite favole in cui si narrano quegli appestati
dei centri sociali come stronzi, tossici e privi di qualunque
tangibile segno di moralità.
Sono le
due povere italie movimentiste divise in piazza e
nei confronti delle quali l’atteggiamento da parte di chi tutela gli
interessi dei più ricchi è pressappoco uguale. Ci si può scannare quanto
si vuole, si può pensare che una piazza in cui si pensa che il
pericolo siano i neri, i rom, i froci, le puttane, abbia ragione più di
altre di arrabbiarsi per la
miseria che li opprime ma
di fatto poi a prendere legnate in piazza più d’ogni altr@ è chi anche
inconsapevolmente non diventa funzionale a chi vuole che le guerre
scorrano in basso così da tutelare
culi ricchi che restano perennemente in alto.
Vorrei sapere davvero, oggi, dopo aver saputo della
sconfitta del governo in piazza, ché
la gente malmenata e vittima di repressione
perché rivendica dei diritti, casa, reddito, pane, lavoro, comunque è
lo specchio di un grande fallimento delle istituzioni, chi, come e
perché cavalca le proteste e usa la povertà delle persone per introdurre
nel dibattito, nella cultura, nelle discussioni
elementi ideologici
che ci riportano indietro. Vorrei sapere se la povertà, l’esasperazione
e la ribellione possono essere strumenti per chi indirizza l’odio da
una parte o l’altra invece che ragionare di soluzioni reali affinché
tutti possano domani vedere il sole.
Vorrei sapere se
la povertà ha un colore politico,
se puoi parlarne per giustificare il fatto che condanni tante persone
immigrate a morire nel mediterraneo, se può servirti per raccontare che
esiste sempre qualcuno che ha un sesso, un colore, una cultura, una
religione diversa dalla tua quando in realtà la
differenza che devi tenere bene a mente è quella
di classe.
E se quel che porti in piazza è un conflitto di classe, se di
differenza di classe stai parlando, allora spiegami perché te la prendi
con chi è pover@ tanto quanto te. Spiegami perché non riesci a
rinunciare ai tuoi
pregiudizi e pensi che per mangiare
devi privare chi non ha pane di un morso che a buon diritto gli spetta.
Spiegami, infine, perché ti è più semplice prendertela con chi è più
debole invece che ribellarti contro chi ha la responsabilità di tutto
questo.
Se sei precari@, pover@, se porti avanti una lotta, per prima cosa dovrai acquisire
coscienza – di classe – e quando l’avrai acquisita, solo allora, potrai dire che la tua ribellione invece che uno sfogo diventa
risorsa collettiva.
Tu che scendi in piazza, tu che dici di avere l’acqua alla gola, tu
che vivi male, che conosci le tragedie di chi si suicida, tu che
conosci a menadito la precarietà, la fine della speranza, giusto tu:
una coscienza di classe ce l’hai oppure no? Hai una coscienza di classe o hai solo coscienza del tuo personalissimo problema? Questa è la domanda.
p.s.
ESATTO
quelle sono le domande cui dobbiamo dare risposta.. oltre che cercare
di non farci abbindolare dalle sirene del blair de noantri con i suoi 80
euri per ora del tutto teorici.