Visualizzazione post con etichetta stefano rodotà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stefano rodotà. Mostra tutti i post

domenica 20 marzo 2016

LA BATTAGLIA DELL’ACQUA (Stefano Rodotà)

17/03/2016 di triskel182
QUASI cinque anni fa, nel giugno 2011, ventisei milioni di italiani votarono sì in un referendum con il quale si stabiliva che l’acqua deve essere pubblica. Oggi, ma non è la prima volta, si cerca di cancellare quel risultato importantissimo, approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici. Non è una questione secondaria, perché si tratta di un bene della vita e perché viene messa in discussione la rilevanza di uno strumento essenziale per l’intervento diretto dei cittadini. Tutto questo avviene in un momento in cui si parla intensamente di referendum sì che, prima di approfondire la questione, conviene dire qualcosa sul contesto nel quale ci troviamo.

Una domanda, prima di tutto. Il 2016 è l’anno del referendum o dei referendum? Da molti mesi si insiste sul referendum autunnale, dal quale dipendono un profondo mutamento del sistema costituzionale e, per esplicita dichiarazione del presidente del Consiglio, la stessa sopravvivenza del governo. Ma nello stesso periodo si sono via via manifestate diverse iniziative dei cittadini per promuovere altri referendum, ma anche per raccogliere firme per presentare leggi di iniziativa popolare e per chiedere che la Corte costituzionale si pronunci sulla legittimità della nuova legge elettorale (e già il Tribunale di Messina ha inviato l’Italicum alla Consulta).
Questo non significa che quest’anno saremo chiamati a pronunciarci su una serie di referendum. Questo avverrà in un solo caso, il 17 aprile, quando si voterà per dire sì o no alle trivellazioni nell’Adriatico. Per gli altri dovremo aspettare il 2017. Ma già dai prossimi giorni cominceranno le diverse raccolte delle firme, con effetti politici che non possono essere trascurati. In un tempo dominato dal distacco tra i cittadini e la politica, dalla progressiva perdita di fiducia nelle istituzioni, questo attivismo testimonia l’esistenza di riserve diffuse di attenzione per grandi e concreti problemi, di mobilitazioni non sollecitate dall’alto che non possono per alcuna ragione essere sottovalutate. Ma non saremo di fronte soltanto ad un inventario di domande sociali. Poiché a ciascuna di queste domande si fa corrispondere una iniziativa istituzionale, questo significa che i cittadini diventano protagonisti della costruzione dell’agenda politica, dell’indicazione di temi di cui governo e Parlamento dovranno occuparsi. Non è un fatto secondario per chi vuole stabilire lo stato di salute della democrazia nel nostro Paese.
Seguiamo i diversi casi in cui si vuol dare voce ai cittadini. Una larga coalizione si è costituita intorno a tre referendum “sociali”, che riguardanolavoro, scuola, ambiente e beni comuni, per abrogare norme di leggi recenti (Jobs act, “buona scuola”) che più fortemente incidono sui diritti. Tre sono pure i referendum istituzionali, poiché a quello sulla riforma costituzionale se ne aggiungono due riguardanti l’Italicum. Le leggi d’iniziativa popolare riguardano l’articolo 81 della Costituzione, il diritto allo studio nell’università (per iniziativa della rete studentesca Link), la disciplina dell’ambiente e dei beni comuni. E bisogna aggiungere l’iniziativa della Cgil che sta consultando tutti i suoi iscritti su una “Carta dei diritti universali del lavoro”, mostrando come si vada opportunamente diffondendo la consapevolezza che vi sono decisioni che bisogna prendere con il coinvolgimento il più largo possibile di tutti gli interessati.
Sarebbe un grave errore archiviare queste indicazioni come se si fosse di fronte ad una elencazione burocratica. Vengono invece poste tre serissime questioni politico-istituzionali: come riaprire i canali di comunicazione tra istituzioni e cittadini, per cercar di restituire a questi la fiducia perduta e avviare così anche una qualche ricostruzione dei contrappesi costituzionali; come evitare che si determini una inflazione referendaria; come riprendere seriamente la riflessione su “ciò che resta della democrazia” (è il titolo del bel libro di Geminello Preterossi da poco pubblicato da Laterza). Ma sarebbe grave anche giungere alla conclusione che l’unico referendum che conta sia quello, sicuramente importantissimo, sulla riforma costituzionale, e che tutti gli altri non meritino alcuna attenzione e che si possa ignorarne gli effetti.
Sembra proprio questa la conclusione alla quale maggioranza e governo sono giunti negli ultimi giorni, nell’approvare le nuove norme sui servizi idrici, che contraddicono il voto referendario del 2011. Quel risultato clamoroso avrebbe dovuto suscitare una particolare attenzione politica e, soprattutto, una interpretazione dei risultati referendari la più aderente alla volontà dei votanti. E invece cominciò subito una guerriglia per vanificare quel risultato, tanto che la Corte costituzionale dovette intervenire nel 2012 con una severa sentenza che dichiarava illegittime norme che cercavano di riprodurre quelle abrogate dal voto popolare. Ora, discutendo proprio una nuova legge in materia, si è prodotta una situazione molto simile e viene ripetuto un argomento già speso in passato, secondo il quale formalmente l’acqua rimane pubblica, essendo variabili solo le sue modalità di gestione. Ma qui, come s’era cercato di spiegare mille volte, il punto chiave è appunto quello della gestione, per la quale le nuove norme e il testo unico sui servizi locali fanno diventare quello pubblico un regime eccezionale e addirittura ripristinano il criterio della ”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” cancellato dal voto referendario.
È evidente che, se questa operazione andrà in porto, proprio il tentativo di creare occasioni e strumenti propizi ad una rinnovata fiducia dei cittadini verso le istituzioni rischia d’essere vanificato. Se il voto di milioni di persone può essere aggirato e messo nel nulla, il disincanto e il distacco dei cittadini cresceranno e crollerà l’affidabilità degli strumenti democratici se una maggioranza parlamentare può impunemente travolgerli.
Questo, oggi, è un vero punto critico della democrazia italiana, non il rischio di una inflazione referendaria sulla quale Ian Buruma ha richiamato l’attenzione. Le sue preoccupazioni, infatti, riguardano un particolare uso del referendum, populistico e plebiscitario, promosso dall’alto, e dunque l’opposto del referendum per iniziativa dei cittadini, che è il modello adottato dalla Costituzione. I costituenti, una volta di più lungimiranti e accorti, hanno previsto una procedura per il referendum che lo sottrae al rischio di divenire strumento di quel dialogo ravvicinato tra “il capo e la folla” indagato da Gustave Le Bon. E che prevede una separazione tra tempi referendari e tempi della politica, per evitare che questi stravolgano il senso del ricorso a uno strumento così delicato della democrazia diretta.
Anche per questa via, dunque, siamo obbligati ad interrogarci intorno al senso della democrazia nel tempo che stiamo vivendo. Di essa si è talora certificata la fine o si sono segnalate trasformazioni tali da indurre a parlare, ben prima delle recenti sgangherate polemiche, di democrazia “plebiscitaria”, “autoritaria”, “dispotica” (forse la lettura di qualche libro dovrebbe essere richiesta a chi pretende di intervenire nelle discussioni).
Articolo intero su La Repubblica del 17/03/2016.

_______________________


A Rodotà piace vincere facile nel raccontare la realtà e i suoi sviluppi..

lunedì 2 febbraio 2015

Stefano Rodotà apre il cantiere della Cosa Rossa

Fonte:
In un'intervista al Quotidiano Nazionale, il giurista sottolinea che "ci sto già lavorando con Sel, Fiom, Cgil, don Ciotti di Libera". Serve soprattutto un progetto, ma si cerca anche un leader, ci cerca lo Tsipras italiano. "Io non ho l'età - spiega Rodotà, che ha 81 anni - E il modello greco non si basa su un consenso ideologico, ma su un legame solido tra politica e società. Rigenerare la sinistra con un trapianto è molto difficile".
Su quale ruolo avranno i ribelli del Pd, Rodotà osserva che "non si può ripartire con spezzoni di sinistra perdenti, ma dalla società". E Quanto vale la Cosa Rossa? "Intanto la costruiamo. Poi ci contiamo".

Rodotà ha ottenuto (dagli ex grillini) 17 voti al quarto scrutinio per l'elezione del presidente della Repubblica e il suo nome è stato salutato da un convinto applauso al momento della proclamazione dei risultati. Considera Sergio Mattarella "un'ottima scelta" e sottolinea che si è trovato "un modo eccellente di scegliere un presidente della Repubblica che avrà ripercussioni sulle riforme, come la legge elettorale. Ma, a parte qualche contentino sui capilista bloccati, il programma di governo non avrà una svolta a sinistra. Renzi e Vendola restano inconciliabili". Il patto del Nazareno, aggiunge, "è ferito, ma sarà rinegoziato".
p.s.
farà la fine di A.L.B.A. alla cui assemblea fondativa il sottoscritto partecipò e che presto è diventata l'ennesimo cespuglietto che si dibatte per sopravvivere fra SEL, PD, Fiom, ecc.?
VEDREMO
non dimentichiamo quanto PROFETIZZATO dal blog Spinoza: "la vittoria di Tsipras in Grecia è stata una della più grandi vittorie della sinistra italiana dopo Zapatero"

domenica 21 dicembre 2014

I mercati contro la democrazia, inutili anche le elezioni

Fonte: libreidee
Il sistema capitalistico ha sempre usato la democrazia come strumento di manipolazione di massa. Ma di quale democrazia sto parlando? Di quella che abbiamo avuto fino a ieri molto simile alla Caverna di Platone, dove gli uomini nel buio della non-conoscenza e non-consapevolezza si agitano per ottenere una libertà fittizia (lo schiavo che lotta per una catena più lunga). La vera democrazia, infatti, metterebbe in pericolo il capitalismo e i suoi interessi; non potrebbe conciliarsi, per esempio, con l’accumulo della ricchezza come base di funzionamento della società, perché la democrazia tende a raggiungere uno stato di uguaglianza sociale. La democrazia falsa, fino ad oggi, ha portato la gente a credere che partecipare alla vita democratica consista nel delegare ogni volta il potere con le elezioni, quando una vera democrazia necessita di revisione continua e di partecipazione assidua per vigilare il corretto funzionamento delle istituzioni. Con la perdita della sovranità abbiamo assistito a un veloce decadimento anche di quest’ultimo barlume di democrazia strumentale.
Il potere si è spostato di baricentro, si è accentrato fuori dai confini dello Stato sociale e esistendo lontano anche dal punto di vista logistico, si assicura un aurea di intoccabilità e indecifrabilità. La vecchia “democrazia senza popolo” (come l’ha definita Rodotà) ha lasciato il posto alla dittatura europea finanziaria e mentre con la “vecchia” dopo le elezioni si chiedeva al popolo di rimanere in silenzio per attuare le manovre, con la nuova dittatura non sono più necessarie nemmeno le elezioni, perché obsolete (Monti, Letta, Renzi insegnano). Il popolo è chiamato a sopportare, in silenzio possibilmente, ogni umiliazione imposta come unico e giustificato sacrificio al bene finanziario ed economico. E’ un errore, dunque, pensare di arrivare a una crisi assoluta della società prima di proporre un nuovo modello? La risposta è sì! È un errore perché si perderebbe molto, troppo lungo il cammino verso il tracollo e tanti, troppi, perirebbero sacrificati ingiustamente.
Per questo motivo oggi è necessario agire, e subito, per riconquistare gli strumenti che ci permettono di ristrutturare la vita sociale in ogni suo aspetto e l’economia del paese su nuovi paradigmi culturali. La sovranità è uno di questi strumenti indispensabili perché restituisce al paese il controllo del destino del suo popolo. Senza sovranità è inutile pensare di far politica con progetti di lungo periodo, perché il futuro appartiene ai mercati, è fuori dalla gestione dello Stato e quindi indecifrabile. Senza sovranità non è pensabile proporre sistemi economici alternativi e soluzioni per il rilancio del paese. Le forme di sovranità esistono perché esiste il popolo, è funzionale ad esso e al popolo deve tornare, attraverso le istituzioni funzionali al benessere sociale. Sovranità significa anche ricostituire uno Stato di diritto, dove l’uomo è al centro come soggetto e beneficiario del diritto stesso, per la sua felicità e benessere.
(Ivana Viazzi, “Democrazia platonica”, da “Appello al popolo” del 15 novembre 2014).
p.s.
.... e con questo il blog va in pausa per le feste.
per chi crede
BUON NATALE

per chi non crede BUONE FESTE

rilassatevi che nel 2015 ce ne saranno delle belle da vedere....

lunedì 10 novembre 2014

Il giorno che cambiò il mondo.. in peggio

Cade? E' caduto? Alla fine il mondo cambiò e la parte "libera" ebbe il sopravvento e tutti tirammo un respiro di sollievo.. il comunismo era morto w la libertà e il capitalismo. Tutto bene, quindi? No, e fin da subito.

Innanzitutto, nel timore di una rinnovata egemonia tedesca, Francia e Inghilterra strinsero i tempi per la convergenza dei paesi fondatori della futura UE ben sapendo che almeno metà dei paesi non ERANO pronti anzi forse contavano proprio sulla loro arretratezza per fermare la locomotiva tedesca. Naturalmente avevano ragione e torto: ragione perchè la locomotiva tedesca ripartì al massimo dei giri sia perchè c'era il mercato "coloiale" della ex DDR sia perchè comprese prima di altri che doveva contare sulle altrui debolezze sia perchè ha ascoltato e compreso il trend degli anni successivi e poteva contare sul fatto che gli altri si sarebbero attardati in inutili discussioni "sociali". Avevano torto perchè non fecero i conti con ...... i tedeschi e la loro capacità di adattamento rispetto agli imprevisti.
Un altra ragione era intrinseca al capitalismo stesso.... non avendo più un nemico non c'era più la necessità di mostrare un volto umano, sociale ma quello vero: un sistema "liberale" dove l'individuo era al centro del tutto e l'unica cosa che conta è la sua capacità di affermarsi senza fermarsi a stendere le mani ai caduti; fossero Stati, ceti o altri individui se restavano indietro erano persi, non esistevano semplicemente: chiamatelo liberalismo economico o liberismo il risultato dell'equazione eugenetica non cambia, se non ce la fai no esisti. Oh si certo, la cosa è affascinante perchè la ownership society in una società ideale è il massimo ma nella realtà attuale rappresenta solo una riproposizione di quanto era già accaduto dal 1799 a 1900: chi si trova in alto nella gerarchia sociale ha una strada molto facilitata rispetto a chi si trova più in basso; ha le scuole migliori, le università, ecc. gli altri possono solo sperare di riuscire a saltare il fosso. Rodotà in un suo saggio l'aveva preconizzato che la caduta del muro di berlino avrebbe avuto effetti collaterali ben al di là del singolo periodo ed ha avuto ragione. Non aveva, però, previsto la sparizione di un intero ceto sociale, i lavoratori: un terzo che non esiste più se non quando sono oggetto delle crisi e dei processi di ristrutturazione economica e meno che meno sono visibili oggi che la società è finanziarizzata.
La Klein, a sua volta, in "nologo" ci aveva anche avvisato: conta il progetto, l'idea.. poi dove viene prodotto non ha importanza alcuna anzi meglio se il lavoro costa meno: intere nazioni si sono specializzate in un singolo ruolo, ad esempio la Cina che è diventata la grande manifattura del pianeta; l'India dove c'è il passaggio dalla fase creativa a quella pre-produttiva; la Corea del Sud, e le zone franche di quella del nord, dove il comparto manifatturiero pesante ha il suo maggior sviluppo con la più grande acciaieria del globo.. tutto si è specializzato, diviso, segmentato a scapito, proprio, del modello europeo che era intrinsecamente perfetto se non avesse abbracciato a sua volta il liberismo di stato.
Si quel muro è caduto e la guerra fredda è finalmente finita; ne è scoppiata un altra: quella degli abbienti contro tutti gli altri.. molto meno fredda, però. Non ci sono morti e non ci sono schieramenti ci sono solo quei pochi che avvantaggiati dal sistema che, potere per il potere, hanno tutto l'interesse a vedere lo scannatoio messo su per il loro profitto e divertimento.......
Ci abbiamo proprio guadagnato dalla caduta di quel, maledetto, muro?
Ci siamo davvero entrati in una società migliore di quella precedente?
L'abbiamo proprio vinta quella guerra?
Un modo per capire in quale buco nero siam caduti è seguire i soldi: chi ci si arricchisce e chi si è arricchito? Dove son finite le riserve valutarie in oro dei paesi? Dove sono le nostre 3200 circa tonnellate di oro che erano la riserva su cui poteva contare il paese e chi le ha in mano o per meglio dire chi le gestisce e perchè e su quale mandato?

martedì 14 ottobre 2014

Internet, arriva la Carta dei diritti. Ora tocca ai cittadini

Faccio mio quest'articolo-appello del Dr. Scorza sul Fatto Quotidiano del 13 ottobre 2014
“Internet deve essere considerata come una risorsa globale, universalmente accessibile” che “ha contribuito in maniera decisiva a ridefinire lo spazio pubblico e privato, a strutturare i rapporti tra le persone e tra queste e le istituzioni” e a costruire “modalità nuove di produzione e utilizzazione della conoscenza”, consentendo così “lo sviluppo di una società più aperta e libera”.
Sono questi alcuni dei principi tracciati – per ora a matita – nel preambolo della prima bozza della Dichiarazione dei diritti in Internet che, questo pomeriggio, il Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini ha presentato aprendo i lavori della riunione dei Presidenti delle Commissioni competenti in materia di diritti fondamentali in corso a Roma nell’ambito del semestre di Presidenza italiana dell’Unione Europea.
Un momento storico che, in tanti – in Italia e non solo – attendevano, da anni, almeno da quel lontano 13 novembre 2007, quando a Rio de Jainero, il ministro della cultura brasiliano ed il nostro sottosegretario alle comunicazioni firmavano una dichiarazione congiunta impegnandosi a promuovere un Internet bill of rights, una carta di principi e diritti fondamentali che avrebbe dovuto occuparsi, tra l’altro di privacy, libertà di informazione, diritto di accesso alla rete e net neutrality.
Quel ricordo sfocato nel tempo che, a tratti, è apparso – almeno a casa nostra – un sogno lontano ed irraggiungibile oggi, sembra, finalmente, farsi più nitido, prendere forma e prepararsi a diventare realtà.
Il nostro Paese si candida a farsi promotore in Europa di un Internet Bill of Rights, una dichiarazione dei diritti che, a leggere il preambolo della prima bozza, risultato di una manciata di mesi di lavoro e confronto della Commissione voluta dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e presieduta da Stefano Rodotà, ambisce ad essere una dichiarazione “fondata sul pieno riconoscimento di libertà, eguaglianza, dignità e diversità di ogni persona” perché “la garanzia di questi diritti è condizione necessaria perché sia assicurato il funzionamento democratico delle istituzioni, e perché si eviti il prevalere di poteri pubblici e privati che possano portare ad una società della sorveglianza, del controllo e della selezione sociale”.
Il diritto ad avere, anche on line, i diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino ed a vederli rispettati, il diritto di accesso a internet quale precondizione essenziale ed irrinunciabile per l’esercizio di ogni altro diritto fondamentale, la neutralità della Rete, la tutela dei dati personali e del proprio domicilio informatico nell’era di Internet, il diritto all’identità personale, all’anonimato ed all’oblio nello spazio pubblico telematico, il diritto all’educazione anche e soprattutto alla cultura in digitale e poi quello alla sicurezza delle reti e nelle reti e i principi cui deve ispirarsi il governo di Internet.
Sono questi i diritti, le libertà ed i principi che, quando i lavori della Dichiarazione dei diritti in Internet saranno terminati, l’Italia prima e, auspicabilmente, l’Europa con l’Italia dichiareranno di voler porre alla base della convivenza dei cittadini dell’Unione Europea negli anni che verranno.
Per il momento si tratta, solo, di un elenco di principi e diritti che costituiscono buoni propositi sui quali, nei prossimi giorni, verrà avviata una consultazione pubblica, aperta e multistakeholders per raccogliere commenti, critiche, proposte di modifica ed integrazione dai cittadini, dalle associazioni che rappresentano la società civile italiana così come dai rappresentanti delle imprese e, naturalmente dalla politica.
Il primo passo, però, è stato fatto ed ora tocca ai cittadini italiani ed europei proseguire lungo la strada indicata dalla Commissione voluta dall’On. Boldrini e presieduta da Stefano Rodotà.
Sta a noi riconoscerci o meno nell’elenco dei diritti fondamentali raccolti nella bozza della dichiarazione, proporne modifiche e correzioni e poi innamoracene senza riserve ed esitazioni con la stessa convinzione e passione con la quale dovremmo sentirci vicini – in ogni momento – alla nostra Costituzione ed alla Carta europea dei diritti fondamentali, in modo da sentire sempre vivo il nostro diritto ad avere i diritti e libertà che soli possono garantirci davvero di essere cittadini del nostro Paese e dell’Unione europea anche nell’era digitale.
p.s.
sul sito della Camera dei Deputati è possibile leggere e a partire dal 27/10 anche esprimere pareri
mi aspetterei che una volta tanto ci facessimo sentire..... se poi volete "acculturarvi" potete leggere quanto scriveva, in tempi non sospetti, J. Rifkin nel saggio "l'era dell'accesso": rispetto ai giorni nostri è stato... profetico.

venerdì 29 novembre 2013

LA STRATEGIA DEL BENE COMUNE (Stefano Rodotà); dal blog di triskel182

La legge di stabilità non è solo la “polveriera” economica di cui ha parlato Tito Boeri. Ha fatto affiorare vizi culturali profondi, che toccano il ruolo sociale dei beni, i limiti della discrezionalità politica, e il modo stesso d’intendere la vita delle persone. Provo a sintetizzare alcune indicazioni su questi tre punti.
1) In molti paesi è da tempo in corso una discussione sul grande e ineludibile tema dei beni comuni, che in Italia viene troppo spesso falsato da una diffusa e spesso compiaciuta ignoranza, e talora distorto da qualche intemperanza ideologica. Nell’ultimo periodo non sono mancate ironie sui “benecomunisti”, e qualche aggressione pochissimo informata su alcune esperienze in corso. Si ignora che questo tema ha dietro di sé una lunga serie di studi e che, nel 2009, il Premio Nobel per l’economia venne assegnato a Elinor Ostrom proprio per i suoi contributi alla teoria dei beni comuni (i più importanti sono disponibili in italiano). In Italia è stato pubblicato un fiume di libri. Segnalo soltanto la ricca raccolta di saggi nata da un seminario della Fondazione Basso (Tempo di beni comuni, Studi multisciplinari… Ediesse, Roma, 2013); il nitido itinerario di Guido Viale (Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i beni comuni, Feltrinelli, Milano, 2013); e il lavoro di uno storico, Andrea Di Porto, che tra l’altro ricorda il lontano punto di partenza della sentenza della Corte di Cassazione del 1887, che diede ragione al Comune di Roma contro il principe Borghese che voleva chiudere i cancelli della Villa, riconoscendo ai cittadini il diritto di passeggiare liberamente in quel luogo (Res in usu publico e “beni comuni”, Giappichelli, Torino, 2013).
Un bagno culturale eccessivo? Ma i parlamentari non hanno bisogno di andare così lontano. Basta che aprano la porta accanto. Troveranno i testi mandati a tutti loro all’inizio della legislatura, già strutturati in forma di disegno di legge, sulla disciplina dell’acqua e sulla riforma del sistema dei beni pubblici, che riproduce i risultati di una Commissione ministeriale e che qualcuno ha già trasformato in proposta di legge. Perché, allora, ripetere le trite e pericolose banalità della vendita dei beni pubblici per far cassa, fino alla grottesca vicenda delle spiagge?
In realtà, la questione dei beni comuni non fa storia a sé. Impone un ripensamento dell’intero ordinamento dei beni pubblici (ai quali ha dedicato un importante volume l’Accademia dei Lincei nel 2010). Non tutti possono essere attratti nell’area del “comune”, ma non per questo la gran massa dei beni pubblici diventa disponibile per qualsiasi disinvolta operazione. Dovrebbe essere chiaro che questi beni hanno funzioni diverse, e si presentano come beni “ad appartenenza pubblica necessaria” (opere per la difesa, le reti viarie e ferroviarie, i porti), “sociali” (che devono soddisfare bisogni essenziali delle persone), “fruttiferi” (da gestire con adeguate modalità economiche). Per quanto riguarda le spiagge, per esempio, le operazioni da fare dovrebbero essere due. Eliminare la loro sostanziale privatizzazione, che per lunghissimi tratti esclude l’accesso ai cittadini, in forme sconosciute ad altri paesi. E rendere economiche le concessioni ai privati, che oggi danno allo Stato un reddito inadeguato (discorso che può essere esteso ad altri casi, come quello delle frequenze).
Tornando ai beni comuni, la loro definizione rinvia al fatto che essi sono indispensabili per la soddisfazione di bisogni fondamentali delle persone. Si istituisce così un nuovo rapporto tra mondo delle persone e mondo dei beni. E infatti molti documenti nazionali e internazionali parlano, in primo luogo, di accesso all’acqua, al cibo, alla conoscenza in rete, ai farmaci essenziali, alla tutela del territorio come di diritti fondamentali, la cui realizzazione esige appunto regole particolari per quei beni. Tra queste emergono quelle sulla partecipazione dei cittadini alla gestione, prevista dall’articolo 43 della Costituzione, che parla di “servizi pubblici essenziali” da affidare a “comunità di lavoratori o di utenti”. Qui nascono tre problemi. Rispetto dei risultati di referendum come quello sull’acqua, a proposito del quale si ha una timida e parziale apertura del ministro per l’Ambiente. Non per tutti i beni comuni può essere individuata una comunità che li gestisce: come si può inventare questa comunità tra i tre miliardi di persone che accedono alla conoscenza in Rete? Questo bene, allora, deve essere qualificato in via generale come comune. E le istituzioni devono confrontarsi con le esperienze che formulano progetti, realizzano innovazioni dell’ordine esistente, distinguendo certo, ma senza trincerarsi dietro rifiuti pregiudiziali.
2) Punto sul vivo, il Presidente Letta ha reagito ai rilievi dell’Unione europea sulla legge di stabilità, cominciando a riecheggiare critiche sempre più diffuse sugli effetti negativi delle politiche di austerità. La reazione d’un momento, tutto sommato strumentale, o l’avvio di un’altra strategia? Si avvicinano le elezioni europee, e non ci si può limitare a esprimere preoccupazione per i populismi antieuropeisti, che rischia di trasformarsi in un inutile lamento. La strategia europea deve cominciare a prendere coraggiosamente atto che la politica dell’Unione è stata chiusa nella dimensione economico-finanziaria, amputando del tutto quella dei diritti, affidata alla sua Carta dei diritti fondamentali, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati. Questo “valore aggiunto” è stato in questi anni negato ai cittadini europei e ha determinato la progressiva delegittimazione delle istituzioni. Da qui bisogna ripartire, se il Governo vuole davvero dare un qualche senso al suo parlare di Europa. Altrimenti si allontanerà ancora di più da una società nella quale sta maturando un serio movimento che vuole parlare di politica “costituzionale” per l’Europa, così come sta facendo per l’Italia. La voce dei cittadini senza demagogia antieuropea deve esser ascoltata perché, si condivida in tutto o in parte la tesi di Luciano Gallino, è indubbio che sia avvenuto qualcosa che assomiglia a un colpo di Stato (Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino, 2013). E i cittadini stanno studiando i modi per rimettere in discussione quel mutamento dell’articolo 81 che si è voluto sottrarre ad un loro possibile voto. E per sfuggire alla subalternità all’economia, bisogna riconoscere che la discrezionalità politica deve obbedire ai criteri che, per la ripartizione delle risorse scarse, sono indicati proprio dalla trama dei diritti fondamentali.
3) La verità è che si è messo in discussione quello che definisco “il diritto all’esistenza”. Divenuti residuali i diritti sociali, rafforzate le diseguaglianze, si è minata la stessa condizione dell’efficienza economica (continua a ricordarcelo Jean-Paul Fitoussi, Il teorema del lampione, Einaudi, Torino, 2013). Per questo non può essere allontanata, con una mossa infastidita, la questione del reddito minimo (esiste una proposta d’iniziativa popolare anteriore a quella del Movimento 5Stelle). È tema difficile, per il rapporto con le politiche del lavoro e per il reperimento delle risorse necessarie, ma ineludibile. E mi pare utile che, dopo una intemperanza iniziale, Stefano Fassina abbia parlato di un confronto politico su questo tema.
4) Ho citato molti libri. Ma, se dobbiamo uscire dalla profonda regressione culturale che ha reso misera la politica, possiamo farlo senza buone letture?
p.s.
Solo da un pensatore come Rodotà poteva arrivare un contributo del genere. Personalmente l'avrei come un grande Presidente della Repubblica: migliore, e sicuramente diverso, dell'attuale inquilino e anche di Romano Prodi. Ma viviamo in tempi di governo del denaro e con il denaro ormai diventato ll fine e non lo strumento come dovrebbe essere..... dove nella legge di stabilità hanno reintrodotto di nuovo la legge mancia, circa 5 mln per il clientelismo dei partiti, e qualche norma qui e là che salva l'intero sistema, dal centro alla periferia, per evitare che ci possano essere politucoli che non possano mangiare a spese nostre.... ricordatelo quando andrete a votare: a qualunque livello di elezione o ce ne liberiamo o non ci .. liberiamo del regime del denaro

test velocità

Test ADSL Con il nostro tool potrete misurare subito e gratuitamente la velocità del vostro collegamento internet e ADSL. (c) speedtest-italy.com - Test ADSL

Il Bloggatore