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mercoledì 12 giugno 2019

Enrico Berlinguer, la sconfitta di un uomo perbene

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 7 Giugno 2019 

Sassari 25 maggio 1922, Padova 11 giugno 1984: l’arco temporale in cui si è svolta la parabola terrena di Enrico Berlinguer, grande capo dell’Eurocomunismo e icona di una politica a sinistra che ancora non aveva smarrito il proprio alto senso civile. La biografia di un predestinato, come ricordava l’abituale sarcasmo di Giancarlo Pajetta: “giovanissimo si iscrisse al Comitato Centrale del Partito Comunista Italiano”.
Nel 1972 viene eletto leader nazionale di un partito che, tra i due “pezzi da novanta” di destra e sinistra interne (il liberal-stalinista Giorgio Amendola e il Pietro Ingrao attratto dal movimentismo), opta per una scelta “centrista”; incarnata al meglio da questo 50enne cultore degli aspetti più rassicuranti dell’ortodossia e dal profilo un po’ grigio del perfetto funzionario gradito alle masse dei militanti.
Eppure il prudente neo-segretario imprimerà un’accelerazione alla linea politica del Pci già l’anno seguente la sua nomina, varando la strategia detta del “Compromesso storico”: una grande alleanza tra le masse popolari cattoliche e comuniste per lottare contro i rischi di involuzioni autoritarie e superare la conventio che dal 1948 escludeva il suo partito dalle possibili alleanze di governo (anche se nelle regioni centrali italiane i comunisti erano stabilmente alla guida delle istituzioni, mentre pratiche consociative vigevano nelle commissioni parlamentari già dagli anni 50). Lanciata con una serie di articoli su Rinascita, la nuova linea affermava esplicitamente di rispondere alle evoluzioni del quadro internazionale; dove faceva da battistrada di quello che sarebbe stato l’ordine reazionario in arrivo, incarnato dal duo Ronald Reagan-Margaret Thatcher, il colpo di stato in Cile, avvenuto l’11 settembre 1973: l’assassinio del presidente legittimo Salvator Allende e l’instaurazione della dittatura del generale fellone Augusto Pinochet.
Eppure, anche nel nuovo scenario era possibile individuare il persistente filo di continuità con la tradizione togliattiana, egemone nella cultura comunista italiana: si governa solo in condominio con i cattolici, garanti degli equilibri sanciti nella spartizione delle sfere di influenza mondiali a Jalta; va respinta ogni velleità radicaloide di perseguire alternative democratiche alla Dc. Scelta indubbiamente coerente con narrazioni e lasciti culturali vigenti in via delle Botteghe Oscure e dintorni. Ma priva di quel respiro necessario per un effettivo rinnovamento della politica nazionale, che iniziava a mostrare forme di incanaglimento in un quadro bloccato: quanto veniva descritto da politologi anticonformisti come “bipartitismo imperfetto”. Che l’onesto ma scolastico Berlinguer stentava a scorgere, anche perché influenzato da un entourage in cui prevalevano i cattocomunisti di Franco Rodano e il loro ecumenismo estraneo a un’idea di democrazia come regolazione competitiva della lotta politica; a partire dal suo segretario personale Antonio Tatò.
Resta il fatto – sconfortante per la sinistra laica-azionista – di una strategia difensiva quando il fronte progressista conosceva la propria massima avanzata elettorale. Difatti i marpioni democristiani incassano i dividendi di questa apertura al buio per uscire dall’impasse e poi liquidano lo scomodo partner varando il Caf, acronimo dell’alleanza tra i campioni del cinismo furbesco – Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani – nell’ultima stagione spartitoria di Prima Repubblica; il saccheggio del pubblico denaro all’origine di quanto diventerà il deficit strutturale dei conti pubblici.
Messo in un angolo da tali volponi, Berlinguer reagirà lanciando la nuova parola d’ordine della “Questione morale”, invisa a un personale politico in via di farsi casta e ormai dedito spudoratamente al carrierismo. Compresi strati dello stesso Pci.
Il 28 aprile 1981, intervistato da Eugenio Scalfari, denuncia “l’occupazione dello Stato da parte di ladri, corrotti e concussi”. Ma ormai è solo una voce testimoniale, uno sconfitto dalla nuova politica rampante che seduce folle crescenti di accaparratori: la futura Italia berlusconiana. Battaglia solitaria che si conclude tragicamente il 7 giugno 1984: colpito da ictus durante un appassionato comizio elettorale a Padova, muore quattro giorni dopo. Con lui si estingue la stirpe dei politici per bene, i Sandro Pertini, gli Alcide De Gasperi. Poco dopo arriverà Tangentopoli con l’indagine di Mani Pulite.
Politica | 7 Giugno 2019

lunedì 15 dicembre 2014

“Antipolitica”, Napolitano ricorda Moroni. Ma non il sistema delle tangenti

Fonte: il Fatto Quotidiano del 15 dicembre 2014 a firma di Mario Portanova
“Un clima da pogrom nei confronti della classe politica”. Sul Corriere della Sera, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda la lettera inviata alla Camera da Sergio Moroni: un testo drammatico in cui il deputato del Psi spiegava le ragioni per cui, il 2 settembre 1992, si sarebbe tolto la vita dopo il suo coinvolgimento nell’inchiesta Mani pulite della Procura della Repubblica di Milano. Napolitano, all’epoca presidente dell’assemblea di Montecitorio, ricorda la lettura in aula di quella lettera come “il momento umanamente più angoscioso” della sua carica. Quello che però non ricorda è che in quella missiva dove rivendicava di non avere preso un soldo per sé, il deputato (padre di Chiara, che sarebbe diventata a sua volta parlamentare) ammetteva in pieno l’esistenza del sistema delle tangenti che i magistrati stavano svelando dopo l’arresto di Mario Chiesa a Milano, il 17 febbraio di quell’anno: “Ho commesso un errore accettando il sistema”, scriveva Moroni in quel pubblico congedo, “ritenendo che ricevere contributi e sostegni per il partito si giustificasse in un contesto dove questo era prassi comune”. La lettera di Napolitano al Corriere è la risposta al commento domenicale di Ernesto Galli della Loggia, “All’origine dell’antipolitica”, in cui il politologo lamentava come le parole di Moroni fossero “cadute nel vuoto”. Riferendosi, anche lui, al grido di dolore del parlamentare per “essere accomunato nella definizione di ladro oggi così diffusa”, ma guardandosi bene dal citare i passaggi sull’esistenza di un sistema che con la “origine dell’antipolitica” ha molto a che fare.
Il 2 settembre 1992 Sergio Moroni comprò un fucile in armeria, scese nella cantina della sua abitazione a Brescia e si sparò. Su di lui pendeva una richiesta di autorizzazione a procedere della Procura di Milano, datata 16 luglio 1992, per corruzione e violazione del finanziamento pubblico ai partiti. La richiesta era firmata dal pool Mani pulite al completo: Di Pietro, Davigo, Colombo, Borrelli. Diversi imprenditori e politici lombardi interrogati dai pm avevano indicato in Moroni, segretario regionale del Garofano guidato da Bettino Craxi, un protagonista del sistema delle tangenti in Lombardia, insieme al suo omologo Dc Gianstefano Frigerio, poi condannato in via definitiva, riemerso alla Camera nel 2001 grazie alla candidatura blindata in Forza Italia e finito di nuovo in carcere per le tangenti Expo, per le quali ha patteggiato tre anni e quattro mesi.
Quello di Moroni non fu il primo “suicidio di Tangentopoli“, dato che prima di lui si erano tolti la vita alcuni amministratori locali coinvolti a vario titolo nelle inchieste, fra i quali il segretario del Psi di Lodi Renato Amorese, il 17 giugno. Fu, però, la prima volta di un politico nazionale, di un parlamentare, che per di più aveva scelto di sollevare il tema nel modo più tragico: “Vengo coinvolto nel cosiddetto scandalo ‘tangenti'”, scrive Moroni a Napolitano, “accomunato nella definizione di “ladro” oggi così diffusa. Non lo accetto, nella serena coscienza di non aver mai personalmente approfittato di una lira. Ma quando la parola è flebile, non resta che il gesto“. Ma quali erano le accuse a Moroni? Nella richiesta di autorizzazione, tra gli elementi contro di lui i pm elencano le dichiarazioni di Luigi Martinelli, democristiano, consigliere regionale lombardo e presidente della Commissione ambiente. Che ai magistrati racconta di una tangente da un miliardo e 800 milioni di lire, le cui prime tranche erano già state consegnate, per la costruzione della discarica di Pontirolo, in provincia di Bergamo. La megatangente, secondo Martinelli, sarebbe stata spartita 50-50 tra Moroni e Frigerio per conto dei rispettivi partiti. Il deputato Psi, secondo gli inquirenti, è “l’autore dell’accordo di spartizione”. Dalle carte emerge anche un contrasto tra i due segretari regionali. Moroni non avrebbe spartito nulla – sempre in termini di denaro da consegnare al partito – in qualità di assessore regionale ai Trasporti, ma il secondo avrebbe fatto lo stesso con il denaro “proveniente dal settore dell’Edilizia economica popolare”. Così le discariche – non solo Pontirolo- sarebbero diventate il terreno di compensazione dei “crediti”. Moroni, infatti, era accusato di corruzione anche per l’acquisto di materiale rotabile per le Ferrovie Nord Milano, quelle che servono i pendolari. La sentenza di primo grado, emessa dal Tribunale di Milano nel 1994 a carico dei coindagati, poi confermata in appello e in Cassazione, dichiarerà pienamente provati i fatti. E cioè che il deputato Psi aveva ricevuto materialmente circa 200 milioni di lire in una cartellina da ufficio, avvolta in un giornale. Del resto lo stesso Moroni non ha mai negato di aver percepito denaro: “Mi rendo conto che spesso non è facile la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure legalmente scorrette in una logica di partito e quanti invece ne hanno fatto strumento di interessi personali”, scrive ancora nella lettera d’addio.
Nel corso delle indagini, l’assessore regionale socialista Claudio Bonfanti raccontò addirittura di una diatriba interna al Psi sulla ripartizione correntizia delle tangenti. Ai magistrati che gli chiedevano conto del sistema discariche di rifiuti in Lombardia, Bonfanti descrisse una normativa fatta in modo da potere concedere i permessi a chiunque pagasse, anche senza i requisiti necessari. Nell’autunno del 1991, mise a verbale Bonfanti, “l’onorevole Balzamo (storico segretario amministrativo nazionale del Psi di Craxi, ndr) mi chiamò e mi redarguì per il fatto che stavo permettendo il finanziamento del gruppo martelliano”. Guidato appunto “da Moroni”. E quest’ultimo, continuava Bonfanti, “mi confermò che si era occupato e si stava occupando di ricevere contribuzioni dagli imprenditori”.
Le discariche di rifiuti, le case popolari, i treni per i pendolari. Temi sensibili che hanno a che fare con la vita di tutti i giorni e con la salute delle persone. Questioni che oggi, un quarto di secolo dopo quelle confessioni, esplodono. Trattati dalla politica dell’epoca come un fiume dal quale pompare una massa spaventosa di denaro pubblico, dato che gli esborsi delle mazzette sostenuti dagli imprenditori venivano scaricati sui costi delle opere e delle forniture pubbliche.
Fu soltanto il “clima da pogrom” a uccidere Sergio Moroni, come ricorda oggi il presidente della Repubblica? O fu anche quel sistema di cui il deputato socialista faceva parte? Moroni “aveva molto sofferto per il cordone sanitario che gli era stato fatto attorno”, ricorderà anni più tardi Loris Zaffra, altro politico socialista pesantemente coinvolto in Tangentopoli, che ebbe occasione di parlare con lui di quelle vicende giudiziarie. “Tangentopoli ha messo a nudo, oltre al giro delle tangenti, la slealtà dei rapporti politici. Sei stato arrestato? Peccato per te, entri nel cesto delle mele marce. Gli altri, che con te hanno diviso errori e responsabilità, si girano dall’altra parte. Inaccettabile”. Ed ecco la lettura che diede la moglie di Moroni, Sandra, in un’intervista del 1998 al settimanale Diario: “In effetti mio marito era nauseato dalla piega che aveva preso la vita politica ancor prima dell’inizio di Mani Pulite. Però si è innescato un meccanismo di violenza in cui i magistrati potevano stare ai limiti della legalità perché avevano la stampa e l’opinione pubblica dalla loro parte. La rivoluzione rispetto a una certa politica”, concludeva la signora Moroni, “poteva essere giusta ma, invece che per via giudiziaria, doveva essere fatta in Parlamento. Cosa che non è successa”.
p.s.
Nel senso più comune il termine antipolitica definisce l'atteggiamento di coloro che si oppongono alla politica giudicandola pratica di potere e, quindi, ai partiti e agli esponenti politici ritenendoli, nell'immaginario collettivo, dediti a interessi personali e non al bene comune. Per assonanza con il termine antipolitica, in senso negativo-dispregiativo, si può intendere anche direttamente proprio questo tipo di pseudo-politica che si contrappone alla politica propriamente detta dedita invece alla salvaguardia dell'interesse collettivo (Fonte: Wikipedia).
Nulla da aggiungere....

martedì 13 maggio 2014

Expo 2015, come se il tempo non fosse trascorso

il compagno G e tutta la compagnia di giro sono riapparsi dall'ombra. Nessun tempo è passato; non siamo ai tempi di tangentopoli, nè siamo ai tempi della partitocrazia, con la quale l'ipocrisia italiota si poteva spiegare e giustificare nel proprio vivere piccolo borghese, eppure il tempo sembra sia fermo perchè l'azione dei magistrati ha (ri)scoperto il pentolone maleodorante dell'arraffo: non solo delle mafie, cosa ormai data per scontata, ma della (di nuovo) partitocrazia in stile XXI: stessi protagonisti diversi anni nel mezzo. Allora era il sistema di potere pentapartito a farne le spese e i figliocci del pci ne furono solo scalfiti... ora invece questi figliocci ne sono presi in pieno ossia ne sono il perno: ma c'è un altro aspetto ossia che il pentapartito o meglio il suo personale non è sparito ma si è nascosto, si proprio nascosto nel nuovo sistema politico sia nel pd che negli altri partiti al punto da dare l'impressione che cambiato il nome della ditta il resto rimane lo stesso... tutto uguale: anche l'abbraccio mafioso.
Sapete cosa manca realmente? Una qualche indignazione sia pur marginale..... non parlo naturalmente delle anime belle sempre pronte e giustificare le malefatte con finta condanna... no parlo proprio di noi: nessun moto popolare; nessun girotondo pacifico intorno a qualche istituzione, niente.... assuefazione, rassegnazione, menefreghismo, crisi: metteteci tutto anche se in realtà la vera ragione che non porta qualcuno a indignarsi seriamente è l'indifferenza: siamo diventati indifferenti, spersonalizzati, troppo presi da noi stessi e dal nostro guardarci in uno specchio; e questo è un problema perchè ci attendono anni durissimi: il processo di integrazione fra le due sponde dell'atlantico procede spedito; è la base del trattato di libero scambio: solo uguali situazioni possono essere amalgamate perchè se gli americani dovessero trovare attraente il vecchio mondo finirebbe il modello usa e se avvenisse il contrario bè..... addio soldi per la ripresa.
Siamo davvero un paese da operetta: votiamo per rappresentanti di lobby che non hanno alcun interesse per noi se non come mucche da mungere; votiamo per gli stessi che decenni fa sono stati beccati con le mani nel sacco; votiamo, e voteremo, ancora per gli stessi (il nostro ex sindaco per esempio gli stiamo pagando la pensione per aver "lavorato" per un mese alla ditta di famiglia)? La risposta è....

lunedì 21 novembre 2011

Un sistema un paese...




Ho letto questo libro (contemporaneamente al libro che sto ancora leggendo messo sul blox "sto leggendo" del blog e del profilo) - scritto benissimo e in maniera accessibile a tutti con dati, nomi, cifre, ecc. - non senza preconcetti e ritrosie perché non può sempre dire male e non riesci mai a credere che le cose son lì sotto gli occhi di tutti eppure .... nulla accade tranne quando si viene direttamente toccati e allora i pianti antichi e le proteste, spesso sull'onda di disastri ambientali e indagini della magistratura, contro i sepolcri imbiancati che decidono sapendo, che pochi o tanti che siano a protestare, di farla franca perché in fondo mica mi mettono le mani in tasca..... o che m'importa se in val di susa fanno passare un treno oppure ancora: privatizzano? E che vuoi che sia.. tanto qui fanno come gli pare... ecc. ecc.; mi aspettavo la solita tiritera contro la TAV dei soliti "comunisti" aggiornata e condita, per giunta, dalla rimostranze dei valligiani dell'alta Val Susa e dalla demagogica polemica dei soliti appartenenti ai "centri sociali", e invece.... e invece ho scoperto un mondo corrotto che a sua volta è specchio del paese e fonte di corruzione: un sistema appunto che nel suo, si fa per dire, piccolo è uno spaccato della metastasi che ha ucciso sul nascere qualunque speranza di cambiare questo paese; non illudiamoci: quello che stiamo vivevendo ora ha radici antichissime, che risalgono all'unità d'italia e ha avuto ben 150 anni per espandersi a tutto il corpo nazionale.... e tutto cominciò da una lettera di Preti al Ministro dei Trasporti e dell'Economia di allora.
Quando é nato il progetto alta velocità? Tutti, io per primo, pensavano fosse recente e invece risale al 1979!!!
Quali e quanti erano i modelli in discussione? Erano due: quello francese e quello "nordico"..
Perché si é scelto quello francese? In realtà non fu "scelto" ma imposto da chi aveva interesse a costruire un qualcosa di assolutamente inutile per un paese montuoso come il nostro, giacché i veri tecnici indipendenti, quasi tutti del ramo, che stilarono il progetto alternativo, che concorreva con quello delle varie consorterie, proposero degli adeguamenti della rete ferroviaria che portassero la velocità al di sopra dei 180 km con la teconologia che diede vita a quello che noi chiamiamo "Pendolino" a cui si aggiungevano alcuni e brevi tratti di pura alta velocità di cosiddetta "penetrazione" dalle coste alle dorsali più importanti.. sarebbe costato poco e avrebbe reso la rete ferroviaria europea senza enormi aggravi per le casse dello Stato. Invece? Invece passo, chissà come, il modello francese a rete ossia con la costruzione ex novo di ferrovie dedicate allo scopo da affiancare alla rete tradizionale; c'è un piccolo ma: la Francia é un paese a prevalenza pianeggiante. l'Italia no.... ciò avrebbe comportato un quadruplicazione dei costi a tutto vantaggio di chi doveva costruire mentre per chi caccia i soldi, noi, si stima che alla fine (tutto compreso, ma proprio tutto..) dei lavori si arriverebbe ai 100 mld di euro complessivi.. per una rete che riguarderebbe il 10% della popolazione a fronte dell'abbandono definitivo del cosiddetto "servizio ferroviario universale" in base al quale noi tutti paghiamo milioni di euro (in varie forme) al monopolista per avere un servizio ferroviario che permetta al restante 90% potenziale di usufruirne secondo criteri di efficienza, ecc. ecc.. Capito?
Quale modello di affidamento dei lavori fu seguito? Prima c'era la legge merloni ma ben presto fra deroghe e "riforme (bi-partizan)" si arriverà al cosiddetto "general contractor" cui affidare tutto che si occupa di tutto bypassando tutto.
Quale doveva essere il modello di finanziamento? Ma il project financing, naturalmente. Solo che "questo" modello (che ufficialmente prevede i privati che tirano fuori soldi in cambio di profitti futuri sulla gestione della rete in concessione) di privati ne aveva solo sulla carta........ erano le banche, allora pubbliche, che allora finanziavano direttamente le opere mentre i veri privati non dovevano fare altro che prendere i lavori e aspettare i profitti dalla gestione: i soldi erano pubblici ma i profitti erano privati. Con il processo di privatizzazione, nulla è cambiato se non nomi, regime giuridico delle società coinvolte ecc.: mentre i soldi continuavano a essere pubblici e la rete tradizionale bé é sotto gli occhi di tutti, non solo miei che sono pendolare.... pensate che il modello TAV è piaciuto talmente che non solo é diventato ufficiale per il settore ma addirittura è stato "copiato" in altri settori, partcolarmente quello delle municipalizzate: prima per farle sfuggire al controllo diretto pubblico sono state, o ci hanno provato ma con il referendum gli è andata male, privatizzate come regime giuridico, non certo come organizzazione e finanziamento, poi hanno cominciato a fare contratti di forniture con proprie emanazioni private che erano le dirette controparti dei cittadini contro cui però era quasi impossibile combattere perché agivano da privati anche se l'anima restava fortemente pubblica, anzi politica........
Quale altro esempio abbiamo di questo modello? Il ponte sullo stretto: stesso modello ma è solo uno degli esempi.....
...... quanto sopra é solo un bignami di quanto c'é nel libro che nel raccontare l'alta velocità italiana racconta il paese, leggetelo e ricordate che prima o poi andremo a votare!!!!!

sabato 19 gennaio 2008

La Tempesta, giudiziaria, (im)perfetta

Sembra di essere nel 1992, che piaccia o meno, tale è lo scontro fra politica e Magistratura che si sta vieppiù acuendo man mano che da un lato il senso di impunità e onnipotenza dall'altro il dover, anche facendo atti che i politici ritengono inopportuni, in base a notizia di reato svolgere le indagini porta all'emersione di una fitta di rete di intrecci che vanno al di là degli schieramenti e trascinanocon se polemiche e rovine nelle istituzioni, infatti a voler da retta ai politici l'attacco è violentissimo e metterebbe, ancora una volta, in pericolo la democrazia ecc., ma ne siamo sicuri? Premetto che sono dell'avviso che si è innocenti sino a sentenza definitiva, quindi dò il beneficio del dubbio e della innocenza a tutti. Detto questo. Qualcuno ha letto le cronache degli ultimi anni? Fra possibili rinvii a giudizio, arresti domiciliari e quant'altro sembra tornare a soffiare il vento forte che fece crollare l'albero della I° Repubblica con tutto quello che ne conseguì allora: non credo nei corsi e ricorsi della storia però delle similitudini ci sono e sono inquietanti davvero. Non tanto per l'operato in sè della Magistratura che fa il suo mestiere (ha una notizia di reato deve svolgere le indagini) quanto, ancora una volta, emerge dalle indagini e finisce sui giornali puntualmente a discredito del politico (anche se spesso l'uso dei media è strumentale per screditare il magistrato che svolge le indagini stesse): a partire dalla Unione e a finire alla Destra (non solo a livello nazionale ma anche nelle cronache regionali e locali) il livello di corruzione e il senso di impunità compongono un quadro tale che, se era sconfortante nel 1992, oggi è allarmante a dir poco. Nell'edificio del potere sembra che tangentopoli non ci sia mai stato e che tutto fosse come prima così come il sistema di potere ha di nuovo innervato di sè di nuovo l'intera società e davvero mai come ora nulla accade se non ci mette il becco la politica. Mi chiedo allora come mai ci scandalizziamo se i nostri figli pensano più alla palystation o a fare soldi nella maniera più veloce possibile anziché studiare per il proprio futuro e guarda alla politica o con ripugnanza o per usarla e trovare scorciatoie per fare carriera ma sopratutto mi chiedo come si possa pretendere che cantino l'inno nazionale e si mostrino orgogliosi della italianità se l'espressione ufficiale della società ha i comportamenti che emergono, se verificati, dalle notizie? Vale davvero la pena insegnargli la Costituzione se poi é chi dovrebbe applicarla per primo ed essere portatore di interessi generali se ne frega e bada ai propri interessi di bottega? Non sto a commentare i fatti ultimi ma in linea generale la II° Repubblica non si è dimostrata migliore della prima, anzi come si sente dire nelle strade e fra la gente comune forse si stava meglio sotto l'egida della Prima: almeno prendevano il 98% della torta ma lasciavano qualche briciola agli altri; qui invece si fa il pieno e si lascia il conto da pagare ai cittadini, e questo non è molto carino non credete?

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