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mercoledì 31 maggio 2017

M5S + sinistra: si può?

di | 31 maggio 2017  Il Fatto Quotidiano

Ieri Marco Travaglio ha immaginato, o per meglio dire auspicato, quello che sarebbe di gran lunga il migliore scenario possibile post-elezioni. Ve lo riassumo: si va a votare a ottobre con il sistema tedesco, che è peraltro una legge discreta. Ovviamente c’è il rischio che venga snaturato, per esempio con i capilista bloccati (li prevede il “Rosatellum”, e già il nome fa schifo) o con uno sbarramento al 3% invece del 5% per fare un contentino a nessuno (cioè Alfano, che comunque forse non raggiungerebbe neanche il 3%).
Le tre maggiori forze (PD, M5S, centrodestra) non sono in grado di governare da sole. Qui qualcuno dirà “Noi arriveremo al 50% più uno”, ma di fronte alle dichiarazioni lisergiche non ha senso controbattere. Quindi si riparte col Renzusconi, proseguendo l’inciucione che va avanti da 6 anni (Monti ruleZ). Questo scenario è il peggiore possibile. Quindi accadrà, perché l’Italia politicamente non è redimibile, altrimenti non avrebbe sopportato per decenni i Mussolini, gli Andreotti, i Craxi, i Berlusconi e i Renzi. Oltretutto c’è chi afferma che, “perdendo” con il 30/35% dei voti, i 5 Stelle sarebbero nella condizione ideale: forti nel fare opposizione, ma senza responsabilità nazionali. Sarebbero liberi di vedere il sicuro sfacelo altrui, macinerebbero ulteriore esperienza per poi battere cassa alle elezioni del 2022 (o molto prima). Possibile.
Marco ieri ha proposto l’unica alternativa: le frattaglie di sinistra si uniscono, da Bersani a Pisapia a Civati a Fratoianni eccetera; trovano un leader credibile, sperando nell’effetto Melenchon; e raccattano un 5-10%. A quel punto i 5 Stelle, qualora baciati da un largo consenso (e non è affatto detto), dovrebbero bussare alla porta della sinistra, per fare un governo di scopo con pochi punti fondamentali. Per esempio reddito di cittadinanza, seria legge anticorruzione, legge sul conflitto di interessi, lotta all’evasione, recupero del sommerso, abolizioni dei vitalizi e più in generali degli sprechi, interruzione delle cosiddette “grandi opere” (inutili). Eccetera. Non un’alleanza pre-elettorale, ma un accordo programmatico post-elettorale limitato ad alcuni punti. Del resto, nel Parlamento Europeo, il M5S vota quasi sempre con la sinistra (alla faccia dell’alleanza tattica con Ukip) e il Pd quasi sempre col centrodestra: “Renzusconi” esiste già e l’unico a non averlo capito è Zucconi. Tale accordo, per quanto complicato per motivazioni personali ma pure politiche (pensate alla tematica migratoria e a quella europeista), sarebbe possibile. E sarebbe bello. Ma non credo che accadrà. Per questi motivi.
il resto del'articolo sul Fatto Quotidiano

giovedì 26 giugno 2014

Legge elettorale: streaming Pd-M5S, chi ha vinto tra Renzi e Di Maio?

già chi ha vinto lo streaming? Secondo Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano | 25 giugno 2014

Lo streaming Pd-M5S è stato un confronto dialetticamente teso ma civile. Renzi si è confermato un marpione dialetticamente scaltrissimo, ma con Di Maio ha dovuto più volte rintuzzare e alla fine si è palesemente piccato; particolarmente comico il passaggio nel corso del quale Renzi ha detto che, sulla questione morale, il Pd non ha nulla da nascondere. Continue le frecciatine reciproche: Renzi ha indovinato quella su Farage, mentre è parso bambinesco e arrogante nel ricordare che loro hanno più preferenze degli altri (la solita sindrome dell’io ce l’ho più lungo). Molto tenero quel “chiudiamo tutto che ho un impegno tra 5 minuti”, segno ulteriore del nervosismo renziano. Fondamentale l’apporto dell’ex centrodestrorsa ex bersaniana ex tutto Alessandra Moretti, che è riuscita ad annuire più volte di Pellegatti con Galliani.
Dei due, almeno oggi, il partito “padronale” non è certo sembrato quello rappresentato da Di Maio. Renzi ha disperatamente inseguito l’ultima parola, inciampando a un passo dal traguardo in un drammatico riflusso esofageo che lo avrà oltremodo indisposto. Bravino Toninelli, bravo Renzi e bravissimo Di Maio, che avrebbe dovuto partecipare anche agli streaming passati dei 5 Stelle: forse, così facendo, M5S non avrebbe perso i voti che ha perso. Ottimo Speranza, ma solo perché è stato zitto.
E’ un confronto che strategicamente servirà il giusto, ma politicamente e concretamente non sposterà una mazza. In estrema sintesi, e al netto delle supercazzole su “Ric e Gian” e “noi siam quella razza” (povero Monni, citato da Renzi), il Pd continua a preferire Berlusconi e Verdini a Di Maio e Toninelli: a ognuno le sue perversioni politiche.
P.S. Ho un problema di memoria: quando lo hanno dato lo streaming della Boschi con Verdini e Romani? Lo stesso giorno in cui hanno dato quello tra Renzi e Berlusconi al Nazareno, immagino.
p.s. mio
Visto Di Maio? Farà strada, molta strada. Condividendo l'impostazione del post del giornalista aggiungerei di mio una piccola ma fondamentale domanda: visto che siamo arrivati a questo punto.. era proprio necessario epurare dal M5S proprio i sostenitori di ... questo?

giovedì 15 maggio 2014

Governo Renzi alla prova del fact checking: quali promesse sono diventate realtà

Un successo per questo governo che sta mettendo uno dietro l'altro molti obiettivi raggiunti: pil che cala; deficit che sale; debito pubblico che raggiunge un altro record in poco tempo. Come i precedenti ha messo un altro tassello sul cammino del paese verso il fallimento.
Ma cosa ha relamente realizzato il nuovo che avanza nel "fare"?
Vediamo...
Dal Fatto Quotidiano del 15 maggio 2014 di
E’ il 17 febbraio. Matteo Renzi – appena nominato e non ancora in carica – dice: “Entro il mese di febbraio compiremo un lavoro urgente sulle riforme della legge elettorale e istituzionali, nel mese di marzo la riforma del lavoro, in aprile la pubblica amministrazione e in maggio il fisco” (Ansa). La formula annunciata è questa: portare a compimento una riforma ogni trenta giorni. E’ solo l’inizio, perché il premier sciorina una lunga serie di promesse anche il 24 febbraio mentre è in Senato a chiedere la fiducia e il 12 marzo, giorno della conferenza stampa con le slide in cui annuncia gli obiettivi economici in agenda. L’elenco è lungo: da “entro 15 giorni pagheremo tutti i debiti della P.A.” a “entro il 1° maggio -10% del costo dell’energia per le imprese”, passando per l’edilizia scolastica, il lavoro, i ‘mitici’ 80 euro, il piano casa e le Province. Ilfattoquotidiano.it ha esaminato tutti gli annunci e le promesse di Renzi. Ecco l’esame ragionato alla luce dei fatti delle sue dichiarazioni e quello che è successo dopo.
Riforme istituzionali – NON HA RISPETTATO I TEMPI - Il ddl che dovrà riformare Senato e Titolo V della Costituzione doveva arrivare entro febbraio. Un mese dopo Renzi prende tempo: “Ho illustrato ai ministri un testo di riforma del Senato (…). Diamo 15 giorni e poi si porta in Parlamento” (Ansa, 12 marzo 2014). Invece il Cdm lo licenzia il 31 marzo e l’8 aprile arriva in Senato. Il 12 aprile, a Torino, dove inaugura la campagna elettorale del Pd, Renzi la spara grossa: “Entro il 25 maggio dobbiamo arrivare al superamento del bicameralismo” (Ansa, 12 aprile 2014). Sei giorni più tardi si mostra sicuro: “Sono molto ottimista che entro maggio il Senato approvi la Riforma del Senato e del Titolo V e del Cnel” (Ansa, 18 aprile 2014). Non solo la prima lettura, ma l’intera riforma. Quando il M5S dichiara di appoggiare il testo presentato dalla minoranza Pd, Renzi comincia a spazientirsi: “Lo facciamo entro maggio. Se vogliono perdere la faccia facciamo pure, io no” (Radiocor, 22 aprile 2014). Passano 5 giorni e, parlando a “In 1/2 ora” sul voto in prima lettura a Palazzo Madama entro il 25 maggio, il premier frena: “Se invece del 25 arriva il 5 giugno, non cambia niente” (Ansa, 27 aprile 2014). Il 29 aprile il voto slitta al 10 giugno: “Con 15 giorni in più nessuno si scandalizza”. Ma non sarà facile: il termine ultimo per presentare gli emendamenti in Commissione Affari costituzionali è stato fissato al 23 maggio. Ergo, sulle riforme si tornerà a lavorare solo dopo le elezioni. La verità, forse, è contenuta nel Documento di Economia e Finanza 2014 presentato l’8 aprile: alla voce “Riforme costituzionali”, a pagina 4, si legge. “Approvazione in Parlamento in prima deliberazione (…) entro settembre 2014“.
Riforma del lavoro – PROMESSE RISPETTATE A META’ - “A marzo la riforma del lavoro”, spiegava l’ex sindaco il 17 febbraio: il 12 marzo il dl n. 34 firmato dal ministro Poletti viene approvato dal Cdm e il 20 marzo è pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La promessa è rispettata. Non si può dire lo stesso dell’annuncio fatto il 24 febbraio in Senato: “Partiremo, entro marzo, con la discussione parlamentare del cosiddetto Piano per il lavoro”, diceva Renzi chiedendo la fiducia. Invece la discussione inizia solo 2 mesi dopo, il 22 aprile, e il 23 il testo incassa la fiducia alla Camera. Ora il dl è in Senato, ha subito alcune modifiche (in primis, l’obbligo di assunzione per le aziende che sfondano il tetto del 20% del numero di precari viene sostituito da una multa) e la nuova versione è tornata a Montecitorio per l’approvazione definitiva, che dovrà avvenire entro il 19 maggio, pena la decadenza. Giornali e governo parlano trionfanti dell’approvazione dello Jobs Act, che però è una cosa diversa. Perché il dl Lavoro è solo una parte della bozza di riforma presentata da Renzi l’8 gennaio con il nome di Jobs Act: un testo molto complesso contenente provvedimenti che vanno molto al di là di quanto contenuto nel dl Poletti, che si limita alla “semplificazione delle disposizioni in materia di contratti di lavoro a termine”, come recita il titolo del dl. Non solo: nel Jobs Act  la parola “contratto” compare 2 sole volte: si parla di “Riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile” e di “un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti”. Nel dl Lavoro non c’è traccia di nessuno dei due.
Riforma della PA – NON CE L’HA FATTA - Doveva arrivare entro fine aprile il testo di legge destinato a riformare la Pubblica amministrazione. Ma mercoledì 30 invece di presentarsi in conferenza stampa a Palazzo Chigi con un dl o un dd, Renzi arriva solo con le linee guida del provvedimento, che sarà un disegno di legge e non un decreto, e arriverà in “consiglio dei ministri il 13 giugno” (Ansa, 30 aprile). Tra tre settimane ci sono le europee e, anche se il governo dice di non voler ridurre gli organici, meglio non scontentare nessuno.
“Riforma elettorale entro maggio”. MA IL DEF DICE SETTEMBRE - “Se arriviamo al passaggio del 25 maggio senza aver fatto la legge elettorale – scandiva il premier il 18 dicembre alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa – e, almeno in prima lettura, la riforma costituzionale non andiamo da nessuna parte”. La prima versione del testo debutta alla Camera il 31 gennaio, ma le trattative con Berlusconi proseguono per tutto febbraio e il 5 marzo alla Camera arriva un testo diverso, da cui è stato stralciato l’articolo 2 relativo al Senato. Il 12 marzo l’Italicum passa a Montecitorio con 365 sì, 156 no e 40 astenuti. Il giorno dopo, a Porta a Porta Renzi ribadisce: “Entro il 25 maggio dobbiamo riuscire a chiudere la partita della legge elettorale e la prima lettura della riforma del Senato” (Asca, 13 marzo). La trattativa è bloccata da 2 mesi e domenica 4 maggio il ministro Boschi intervistata dal Messaggero rinviava ancora: “Possiamo approvarlo prima dell’estate”. Che inizia il 21 giugno. Il Def contiene forse la verità: alla voce “Riforma della legge elettorale (pag. 2) si legge: “Approvazione definitiva entro settembre 2014“.
Sblocco totale dei debiti della PA – NON CE L’HA FATTA - E’ il 24 febbraio, Renzi è al Senato per chiedere la fiducia e promette “lo sblocco totale, non parziale, dei debiti della P.A.”. Il giorno successivo a Ballarò fissa una data: “La Cassa Depositi e Prestiti (…) in 15 giorni permetterà di sbloccare i 60 miliardi bloccati per i debiti della P.A.” (Ansa, 25 febbraio). Il 10 di marzo, invece, non accade nulla e il 12 marzo Renzi rinvia di nuovo e l’importo cresce: “Sblocco immediato e totale del pagamento dei debiti della P.A. – 22 miliardi pagati – 68 miliardi entro luglio“, si legge su una delle slide (la numero 18) utilizzate dal premier per illustrare le misure economiche in agenda. Non passa un giorno che la dead line si sposta di 2 mesi: “Il 21 settembre, a San Matteo, se non abbiamo sbloccato tutti i debiti della P.A. – sorride sornione Renzi a Bruno Vespa il 13 marzo su un divanetto bianco di Porta a Porta - lei va in pellegrinaggio a piedi da Firenze a Monte Senario”. Basta dare un’occhiata al Def e si scoprono cifre e scadenze diverse: a pagina 10 si parla di “ulteriori 13 miliardi per accelerare il pagamento dei debiti arretrati (già avviato nel 2013-2014 con il pagamento di più di 47 miliardi ai fornitori della P.A.)”. I tempi? “Ottobre 2014″.
80 euro in busta paga – CE L’HA FATTA MA I TECNICI BOCCIANO LE COPERTURE - “Entro un mese diamo il percorso preciso su quanto e dove prendiamo i soldi per la riduzione di due cifre percentuali del cuneo fiscale”. E’ il 25 febbraio e Renzi parla così a Ballarò. La prima scadenza, quindi, è il 25 marzo. Invece lunedì 10 il premier gioca d’anticipo: “Mercoledì per la prima volta si abbassano le tasse. Non ci crede nessuno? Lo vediamo” (Ansa, 10 marzo). Avevano ragione gli scettici, perché il 12 Renzi si presenta in Cdm con una relazione e non con un testo di legge e in conferenza stampa fa una nuova promessa mostrando la slide: “+1000 euro netto all’anno a chi ne guadagna meno di 1500 al mese - Dal 1° maggio“. Dopo un tira e molla infinito per trovare le coperture, il 18 aprile il Cdm approva il decreto Irpef. Ma i guai non sono finiti, perché i tecnici del Servizio Bilancio del Senato, che analizzano il testo prima del passaggio in Aula, il 2 maggio evidenziano diverse criticità: l’aumento della tassazione sulle quote Bankitalia, utilizzato come copertura, pone dubbi di costituzionalità; il minor gettito derivante dal taglio dell’Irap potrebbe essere maggiore dei 2 miliardi previsti; il testo prevede l’utilizzo di risorse attese dalla lotta all’evasione, ma “non è stata fornita alcuna informazione in ordine a eventuali strumenti o metodologie che si ipotizza di utilizzare per il raggiungimento dell’obiettivo” (Ansa, 2 maggio). Tradotto: “Le coperture non ci sono”. E scatta la polemica con il presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso. “I burocrati del Senato dicono il falso” accusa Renzi, con l’ex pm antimafia che risponde a tono: “Non discuta sulla nostra serietà”. Il carico ce lo mettono Forza Italia e Lega, che minacciano di querelare il premier. Ma il numero uno del Senato chiude la polemica: “Per me la lite con Renzi è finita lì”.
Taglio dell’Irap – TEMPI RISPETTATI, MA I TECNICI LO BOCCIANO - ”Irap -10% per le aziende - Dal 1° maggio“, si legge sulla slide numero 24 mostrata in conferenza stampa il 12 marzo. Il 18 aprile il Cdm licenza il decreto Irpef: “Riduciamo anche l’Irap del 10% attraverso misure strutturali per le aziende private”, spiega Renzi (Agi, 18 aprile 2014), ma il taglio sarà pienamente operativo solo dal 2015. Ma per i tecnici del Servizio Bilancio del Senato il minor gettito calcolato dal taglio dell’imposta, 2 miliardi, potrebbe essere sottostimato.
“1,5 miliardi per la tutela del territorio” – NON CE L’HA FATTA - 12 marzo, Slide numero 21: “1,5 miliardi per la tutela del territorio - Dal 1° aprile“. Dell’argomento si parla nel Def, che è un documento di programmazione triennale, è vincolante per il governo ma non ha valore di legge e può essere modificato. Ma per ora è solo un annuncio: il 22 aprile lo conferma il presidente della Commissione Ambiente, Ermete Realacci, che parla dello “sblocco di 1,5 miliardi già stanziati per contrastare il dissesto idrogeologico annunciato dal governo” (Ansa, 22 aprile).
“3,5 miliardi per la sicurezza nelle scuole” – NON CE L’HA FATTA - ”Un piano per le scuole – 3,5 miliardi – unità di missione – per rendere la scuole più sicure e rilanciare l’edilizia”, si legge nella slide numero 20. E’ il 12 marzo. Il 27, parlando ai parlamentari del Pd, fissa una data: “I cantieri partiranno a giugno e i 3,5 miliardi ci sono”. Due settimane dopo, il premier è ancora più preciso: “Dal 15 giugno devono partire i cantieri in tutti i comuni” (Asca, 12 aprile). Qualche giorno dopo ribadisce: “Abbiamo tolto dal patto di stabilità” questi interventi, “saranno 3,5 miliardi di euro” (Radiocor, 23 aprile). Nel Def, tuttavia, i fondi scendono a quota 2 miliardi, come si legge a pagina 30. Se poi si va a guardare nel testo del decreto Irpef si scopre che per ora le risorse stanziate dall’articolo 48 (Edilizia Scolastica) non vanno oltre i 122 milioni per il 2014 e gli altrettanti del 2015. In tutto 244 milioni, non 3,5 miliardi.
Energia meno costosa per le imprese – NON CE L’HA FATTA - “Dal 1° maggio vi sarà un taglio dei costi dell’energia del 10% per le pmi attraverso una rimodulazione del paniere della bolletta energetica” (Adnkronos, 12 marzo), prometteva il premier, mostrando la slide n. 25. Di testi di legge non se ne sono ancora visti e del taglio dei costi si parla solo nel Def: “Riduzione di almeno il 10% del costo dell’energia delle imprese”, si legge a pagina 23 dove sono indicati anche i tempi: “Settembre 2014“. “Il piano è a buon punto”, ha spiegato il ministro dello Sviluppo, Federica Guidi: un decreto da 1,5 miliardi che, insieme a circolari ministeriali e atti di indirizzo per l’Autorità dell’energia, dovrebbe arrivare entro maggio. L’entrata a regime del quadro normativo potrebbe arrivare in estate, ma “gli effetti si avranno entro fine 2015″ (Ansa, 30 aprile).
Auto blu all’asta – PROMESSA RISPETTATA A META’ E C’E’ CONFUSIONE SUI NUMERI - “100 auto blu all’asta dal 26 marzo al 16 aprile”, si legge nella slide 16 mostrata il 12 marzo. Il 26 marzo il governo parla “della vendita di 151 auto blu”. Ma i numeri non tornano: nell’avviso di vendita del ministero dell’Interno si parla dell’alienazione di 70 vetture; in quello della Difesa le auto sono 52; 8 quelle dei Vigili del fuoco. Il totale fa 130. Non tornano a tal punto che il 25 aprile il governo annuncia: “Si conferma che tutte e 52 le vetture finora messe all’asta su Ebay sono state regolarmente aggiudicate”, si legge in una nota di Palazzo Chigi. Quindi a finire all’asta sono state finora 52 auto e non 100, né 151. Poi il 28 aprile su eBay sono arrivate 9 Maserati blindate, per le quali all’8 maggio non era arrivata nessuna offerta. La notizia faceva il giro dei siti di informazione e il 9 maggio le 9 auto non erano nemmeno più sul sito di aste online.
Piano casa – IL DL E’ AL SENATO, MA LA COMMISSIONE BILANCIO HA DUBBI SULLE COPERTURE - Ne aveva parlato il 12 marzo: “Una casa per tutti – Sblocco del piano casa”, recitava la slide numero 23, senza indicare una data. Il 28 marzo il decreto legge numero 47 veniva pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Ma in Senato la Commissione Bilancio avanza numerosi dubbi sulle coperture: “Si va dalle norme che prevedono un taglio al fondo anti Tasi per finanziare il bonus affitti (la riduzione al 4xmille per il 2014 per gli immobili affittati a canone concordato e per quelli nei comuni con emergenza abitativa) a quelle relative alla lotta agli affitti in nero passando per la cedolare secca per i canoni concordati” (Ansa, 8 maggio).
Garanzie per i giovani – IL PIANO E’ PARTITO MA “IL RISCHIO PARALISI E’ ALTISSIMO” - “1,7 miliardi per garantire ai giovani (18/29 anni) entro 4 mesi dal titolo di studio il lavoro o il proseguimento degli studi – Dal 1° maggio”, recita la slide 28. Si tratta del programma Youth Guarantee – Garanzia Giovani dell’Ue. Il piano è partito il 1° maggio, ma non mancano le difficoltà. Per metterlo in atto le Regioni devono firmare una convenzione con il ministero del Lavoro, ma in poche lo hanno fatto: ”Ad oggi sono state firmate quelle con Emilia-Romagna, Valle d’Aosta e Sardegna, mentre sono già pervenute quelle di Toscana e Veneto, che saranno firmate nei prossimi giorni”, annunciava il 27 aprile il ministro Poletti (Asca, 27 aprile). Cinque su 20. “Il rischio paralisi è altissimo”, spiegano i ricercatori dell’osservatorio Adapt: “Il sito web nazionale messo a punto per aderire al programma – si legge nel bollettino 155/maggio 2014 – non è ancora pienamente attivo, la campagna di comunicazione per la diffusione del piano non è ancora stata avviata e solo poche Regioni hanno firmato una Convenzione con il Ministero del lavoro“. Eppure molte delle risorse a disposizione sono già state spese per la messa a punto del portale”. Non solo: se Renzi parlava di 1,7 miliardi, i fondi sono di meno: il sito del ministero parla di “1,5 miliardi“.
Riforma delle Province – APPROVATA, MA AUMENTANO LE POLTRONE - Le Province sono state riformate (e non abolite) il 3 aprile con l’ok definitivo della Camera ddl Del Rio. La riforma non porta la firma di Matteo Renzi (il testo era stato presentato il 20 agosto 2013 dal governo Letta), che tuttavia il giorno del sì del Senato sparava: “Tremila posti in meno per i politici” (Asca, 26 marzo). Non è così, perché il testo approvato aumenta le poltrone nei comuni: “Per i comuni con popolazione fino a 3.000 abitanti, il consiglio comunale è composto, oltre che dal sindaco, da dieci consiglieri e il numero massimo degli assessori è stabilito in due; per i comuni con popolazione superiore a 3.000 e fino a 10.000 abitanti, il consiglio comunale è composto, oltre che dal sindaco, da dodici consiglieri e il numero massimo di assessori è stabilito in quattro”, si legge. In pratica a fronte del taglio di 2.159 poltrone con la riforma delle Province, aumentano i seggi per i consiglieri (pari a 26.096) e i posti da assessore (+5.036) dei Comuni fino a 10 mila abitanti.
p.s.
io altre due cosine ce le avrei da aggiungere....... ma ve le risparmio per impedire di dover assumere antistaminici.
 

mercoledì 22 gennaio 2014

habemus italicus.... oops italicum

Nonostante la corte costituzionale e la sua sentenza, e sotto pena di una nuova sentenza di nullità (o forse è proprio questo che vogliono sia per riformare anche la corte costituzionale, in modo da addomesticarla, sia per poter andare alle elezioni con l'attuale sistema perchè la corte non vuole), il renzusconi va avanti e ..... mette in capo le riforme: questa è la prima; le altre (riforma o cancellazione del senato e riforma del titolo V° della costituzione) son di là da venire ossia.. non si fanno sono solo specchietti per le allodole.
Il post lo lascio fare al Fatto con questo articolo della Redazione Il Fatto Quotidiano 22 gennaio 2014 che meglio non potrebbe spiegare l'inciucio, l'ennesimo, che questi "politici" sono stati capaci di creare a loro immagine e somiglianza...... e non poteva essere altrimenti dato che se loro fallissero il sistema o crolla o ... bè meglio non pensarci perchè non è detto che l'uscita dal tunnel sia poi così facile ..... e prima che riusciamo a liberarcene ....forse i militari?
eccolo
Legge elettorale, firmano Pd, Forza Italia e Ncd. “Stop a candidature multiple”Il relatore Francesco Paolo Sisto ha depositato in commissione Affari Costituzionali alla Camera il testo dell’Italicum. Il documento (qui la proposta integrale) è stato sottoscritto da Pd, Fi e anche dal Nuovo Centrodestra: l’ok è arrivato dopo la cancellazione dall’Italicum della norma cosiddetta “Salva Lega”. Tra gli aspetti presenti nel testo lo stop alle candidature multiple (stile Berlusconi capolista in tutta Italia): “Nessun candidato può essere incluso in liste con il medesimo contrassegno o con diversi contrassegni in più di un collegio plurinominale” prevede il testo depositato. E’ previsto poi l’obbligo di presentare nelle liste il 50% di candidate donne: “A pena di inammissibilità nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura superiore al 50 per cento con arrotondamento all’unità inferiore e nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali non possono esservi più di due candidati consecutivi del medesimo genere”.
Non c’è la norma “Salva Lega”, ma viene salvaguardata – come dice la Costituzione – la tutela delle liste delle minoranze linguistiche che abbiano “conseguito almeno il 20 per cento dei voti validi espressi nel complesso delle circoscrizioni della regione” il cui statuto speciale prevede una particolare tutela di tali minoranze linguistiche.
Di preferenze neanche l’ombra. In ogni collegio plurinominale, si legge, “è assegnato un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a sei” e ciascuna lista non può essere formata da un numero di candidati superiore ai seggi assegnati. E prevede che sulla scheda ci siano il simbolo di lista, insieme a nome e cognome dei candidati. Al limite massimo di sei seggi assegnati in ciascun collegio saranno possibili eccezioni. Il testo base della legge elettorale prevede infatti che in ciascun collegio plurinominale “è assegnato un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a sei, fatti salvi gli eventuali aggiustamenti in base ad esigenze derivanti dal rispetto di criteri demografici e di continuità territoriale”. Si dispone inoltre che “ogni lista all’atto della presentazione è composta da un elenco di candidati presentati in ordine numerico. La lista è formata complessivamente da un numero di candidati pari almeno alla metà del numero di seggi assegnati al collegio plurinominale e non superiore al numero di seggi assegnati al collegio plurinominale”. “L’assegnazione del numero dei seggi alle singole circoscrizioni è effettuata sulla base dei risultati dell’ultimo censimento generale della popolazione”. 
Invariata invece, rispetto all’accordo Renzi-Berlusconi, la soglia del premio di maggioranza che resta al 35%: chi supera questa quota ha diritto a un premio del 18% e arriva in questo modo a 340 seggi alla Camera. Se nessun partito o coalizione arriva al 35% è previsto un secondo turno di ballottaggio. Confermato anche che in caso di ballottaggio, fra il primo turno di votazione e il ballottaggio, non sono consentiti apparentamenti fra liste o coalizioni. In caso di vittoria al ballottaggio si conquistano 327 seggi. I restanti 290 vengono ripartiti proporzionalmente “tra le altre coalizioni di liste e singole liste”. 
Non cambia niente – rispetto al progetto iniziale – per le soglie di sbarramento: le coalizioni dovranno superare la soglia del 12 per cento, i partiti coalizzati il 5, i partiti non coalizzati l’8%. Tra le coalizioni di liste e le liste che hanno superato le soglie necessarie, si procede “al riparto dei seggi in base alla cifra elettorale nazionale di ciascuna di esse”.
p.s.
ah dimenticavo... buongiorno, notte

domenica 19 gennaio 2014

ma il sindacato, che lo teniamo a fare?

Allora, la notizia del giorno è l'accordo-non accordo fra il berluschino di sinistra e il suo originale storico (è bene ricordare che il primo aveva dichiarato qualche mese fa che il secondo, una volta condannato, era da "game over" ossia era fuori dai giochi, finito... forse o ha cambiato ora idea o allora ha detto una balla per farsi pubblicità e dar da bere agli, illusi assetati di illusioni, imbelli italioti che li votano quel che disperatamente vogliono sentirsi dire. Bene quest'accordo c'è ma ... non si vede e nonostante questo artificio questo paese ancora una volta (dopo i vari governicchi di stampo presidenziale non eletti nè mai votati) una sorta di larghe intese sia prima che dopo l'approvazione della riforma elettorale: fra l'altro tutti i soggetti in azioni NON SONO ELETTI O SONO DECADUTI IN PARLAMENTO e la discussione si sta svoglendo TUTTA al di fuori delle aule... nel miglior stile occidentale post Bush ossia in barba ai principi base della tanto decantata, ma in reatà esorcizzata, democrazia con cui tutti ci si sciacquano la bocca.
In realtà, a mio parere, la notizia che caratterizza il periodo è un altra: la, tentata, marginalizzazione della Fiom all'interno di quel enorme grumo d'interessi che va sotto il nome di CGIL. Mentre la confederazione votava, e firmava, l'accordo sulla nuova rappresentanza sindacale la Fiom veniva messa in minoranza e non solo...  ma politicamente si svela il tentativo di marginalizzazione di questa scomoda parte che si è distinta, e a ragione, nel disvelamento del filone di balle marchionniano a proposito della fiat: e ora ne paga le conseguenze, per ora sindacali poi si vedrà.... la fiom è scomoda, molto scomoda: ha avuto ragione nella maggior parte dei casi dove si è battuta contro la molta demagogia messa in campo non tanto dalla fiat ma proprio da quella parte politica di cui in teoria fa parte... chiamparino e fassino ve li ricordate? E vi rocordate anche per chi hanno parteggiato? Bene..... ora dev'essere ridotta in peso e in influenza accettando un accordo che se formalmente amplia gli spazi democratici in realtà, e lo dico con cognizione di causa di esperienza diretta sindacale, li limita o meglio ne fa un affaire da "cosa loro" ossia introduce, spacciandolo per una forma di trasparenza e di democrazia, l'arbitrato interconfederale e le sanzioni per chi non si adegua..... capite qual'è il punto? Cao classico: la fiom fa una vertenza "scomoda", tipo fiat, che trova la controparte tosta anzichè andare davanti al giudice del lavoro.... intervengono le confederazioni e addio forza contrattuale: in due messo addio fiom e addio sindacato che fa opposizione o, almeno, fuori dal coro, chiaro? Cara Camusso, socialista, ma li prendi per il naso i lavoratori? Che razza di sincadato hai in mente? E' vero che guadagni con i caaf e che hai necessità di frenare la spinta del paese reale, chi lavora, che chiede non solo di non essere l'unico a metter mano alle tasche ma anche chi chi non ha mai pagato non sia ancora protetto e, soprattutto, si smetta con le politiche antisociali ma depotenziando la trattazione e la vertenza addio peso del sindacato e addio vertenza con cisl e uil che sembrano remare contro e fare i trattativisti a tutti i costi per poi calarsi le brache.... ricorderete certo tutti gli accordi firmati con i governi berlusconi che erano carta straccia? Ecco ora, con un governo PD, anche la CGIL si accoda... che ce ne facciamo di un sindacato siffatto? Cosa aspetta la fiom a dirle addio e fare finalmente da base per un sindacato realmente di sinistra?
 

giovedì 9 gennaio 2014

La legge elettorale? L'ha scritta il gattopardo....

Stasera vi delizio con .... la legge elettorale. Dovrebbe essere il perno di una democrazia e spesso in alcuni paesi le regole sono condivise e incastonate in costituzione; non qui: ognuno se fatta la sua e quando c'è stato il referendum che aveva smosso un pò le acque i partiti hanno subito messo mano a qalcosa che rievocasse si lo spirito ma conducesse ad altro... come ben sappiamo. Ora Renzi, cui Grillo con grande acume ha lasciato campo libero con la propria inazione (aveva ragione Scanzi quando lo esortava a vedere il bluff renziano), ha preso il pallino e cosa ha tirato fuori dal cilindro? Ben tre proposte: due trite e una che non sa di nulla.
Ma stavolta non voglio parlare io ma uno che questo lo fa di professione, buona lettura
Come sarebbero andate le elezioni con il sistema “ispanico”? Autore:  Luigi Di Gregorio (dal sito Spinning politics)

Renzi ha sintetizzato – più che posto sul tavolo – le tre ipotesi di riforma elettorale su cui pare possibile aprire una discussione in Parlamento:
1. Il Mattarellum rafforzato in senso maggioritario, ossia prevedendo una trasformazione del 25% di seggi che veniva assegnato mediante metodo proporzionale in un 15% di premio di maggioranza e in un 10% proporzionale a tutela delle minoranze (“diritto di tribuna”). Ipotesi molto a rischio dopo che la Corte Costituzionale ha ritenuto eccessivo il premio di maggioranza del porcellum. Non so quanto si possa accettare un sistema ad impianto maggioritario (che già di suo distorce l’esito a favore dei partiti più forti) ulteriormente rafforzato da un premio di maggioranza.
2. Il doppio turno di coalizione (impropriamente definito “sistema dei sindaci” dato che il sindaco è eletto direttamente, mentre il premier non si può eleggere direttamente in una repubblica parlamentare), ossia in realtà un “porcellum” modificato con l’attribuzione del premio di maggioranza a chi non raggiunge il 40% al primo turno, mediante un secondo turno di votazione.
3. Il sistema spagnolo, ormai noto come “ispanico”, ossia un sistema proporzionale con circoscrizioni di ampiezza ridotta (vale a dire che assegnano pochi seggi), a favorire una “soglia di sbarramento implicita” e quindi un premio ai partiti più grandi. A rafforzare ulteriormente tale premio, Renzi propone una soglia di sbarramento nazionale “esplicita” del 5% e un premio di maggioranza (del 15%) al primo partito.
Quest’ultimo sistema pare piaccia a Verdini e a Forza Italia e sui giornali di oggi si legge di un Renzi particolarmente propenso verso l’ispanico. Tuttavia, tale sistema pone non pochi problemi.
Il primo è che, almeno in Spagna, prevede liste bloccate. Teoricamente le motivazioni della Consulta potrebbero far saltare tale ipotesi. Il secondo, più importante, è che col sistema tripolare attuale non garantirebbe alcuna maggioranza, neanche con gli accorgimenti proposti da Renzi.
A tale proposito, ho provato a simulare le elezioni del febbraio 2013 mediante il sistema spagnolo, dividendo l’Italia in circoscrizioni provinciali e inserendo sia la soglia di sbarramento nazionale del 5%, sia il premio di maggioranza (che ho ipotizzato di 90 seggi alla Camera, pari al 14,3%). A rafforzare ulteriormente i partiti più grandi, ho ridisegnato le circoscrizioni attribuendo loro un ampiezza media di 5 seggi, a fronte di un’ampiezza media in Spagna pari a 6,7 seggi.
Ecco il risultato:
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Il Movimento 5 Stelle che fu primo partito avrebbe ottenuto, con tutto il premio di 90 seggi, un totale di 269 seggi alla Camera. Ergo, sarebbe stato comunque molto lontano dalla maggioranza assoluta. La grande coalizione sarebbe stata in ogni caso indispensabile.
Al Senato le cose sarebbero andate anche peggio, dato che i premi sarebbero regionali, per cui avremmo avuto premi diversi a seconda dei risultati regionali. Certo questa simulazione sconta diverse cose:
1. E’ presumibile che un sistema del genere porterebbe ad aggregazioni più ampie (che poi però generano problemi quando tali coalizioni iniziano a governare).
2. I sondaggi di oggi danno in media un PD oltre il 30% e dunque più forte di circa 5-6 punti rispetto al M5S di febbraio scorso. Ma ci possiamo fidare dei sondaggi? E in ogni caso questo margine non basterebbe al Senato e forse neanche alla Camera.
Continuo a vedere un grande assente in queste discussioni sulla riforma elettorale: il “caso” Senato. Ci si scervella sul sistema ottimale, senza considerare che, col Senato eletto a base regionale e un sistema partitico tripolare, non c’è rimedio che tenga. Occorre mettere mano alla Costituzione e quantomeno cancellare la frase “è eletto su base regionale” dell’art. 57. Fatto ciò, possiamo dedicarci alla riforma che garantisca governabilità ed efficacia. Ma senza questa modifica, stiamo solo sprecando tempo e chiacchiere.
Luigi Di Gregorio
TW @ldigregorio75
p.s.
a voi le considerazioni. A me pare che l'idea non sia quella dell'assicurare una qualche alternanza ma solo di perpetuare il più a lungo possibile l'attuale marcio e decadente sistema politico-economico...... e ben gli sta a Grillo

giovedì 5 dicembre 2013

la sentenza della corte costituzionale sul porcellum: una vera tempesta in un vero bicchier d'acqua....

Riassumiamo: con la sentenza della corte costituzionale è illegittima la legge con cui sono stati eletti almeno x i parlamentari di 2 legislature ma andando al fondo della questione in realtà sono stati dichiarati illegittimi tutti i parlamenti dal 1992 ad oggi, il che significa che non solo le elezioni sono nulle ma che pure gli atti e le leggi approvati come pure le nomine decise sono illegittime come pure tutte le cariche approvate da questi parlamenti ....... Presidenza della repubblica e, ironia della sorte, corte costituzionale compresi. In un paese normale scatterebbero subito le dimissioni e sarebbero indette immediatamente le elezioni per ripristinare la legalità, in italia invece si alzerà un polverone per qualche giorno e poi .... nulla.
Mio post su facebook
Ora che si fa? Perchè è proprio questo il punto: se sono illegittimi DEVONO DIMETTERSI e indire elezioni, previa approvazione di nuova legge elettorale o in alternativa della legge così disegnata dalla stessa Corte: ma lo faranno? Non sono passati i due anni e mezzo per fargli maturare la pensione da parlamentare; non possono più cullarsi nel sistema delle liste bloccate e quindi DEVONO GUADAGNARSI L'ELEZIONE; spariscono tutti i marchigegni con i quali i partiti hano assunto il controllo dell'intero STato in ogni singolo suo aspetto e non vi rinunceranno facilmente; ecc.
Davvero c'illudiamo che faranno questa "riforma" e si metteranno da parte?
Davvero andranno tutti a casa dimettendosi e lasciando aperte le porte alla lotteria di un elezione prettametne di stampo proporzionale?
Davvero credete che gli eletti da questo Parlamento rinuncieranno alle proprie cariche sol perchè .... fatte da un organo illegittimo?
I primi segnali non lasciano ben sperare:
  1. i partiti nicchiano; si va dallo sparare a zero di FI (sempre in funzione del salvataggio dell'amato capo dichiarato decaduto da un organo illegittimo); al sopore del PDmenoelle che mal ha accettato questa sentenza che può avere un effetto dirompente... infatti il meno felice è Renzi (al quale la Corte dei Conti sta chiedendo 60 mln di euro di danni con sentenza) il più entusiasta, si fa per dire, pare sia proprio Civati (per motivi opposti) ..... ma non illudetevi: nessuno ci sta a mollare la presa sullo scranno del potere;
  2. il governo... bè saltella un pò qua e un pò la ma sa che il parlamento molla anche lui andrà via con tutto quello che potrà significare per i suoi referenti (banche, BCE, ecc) quindi il suo destino è legato alle camere a doppio filo e alla eurocrazia non piacciono queste "sorprese";
  3. Anche il Capo dello Stato si è subito mosso: sostiene che "la legittimità delle Camere non è i discussione".......segue insomma una linea che sembra, di fatto, assomigliare al “patto” Renzi-Letta per un sistema che ricalchi il modello francese. “La decisione della Corte costituzionale“, ha detto, “non può aver stupito o colto di sorpresa chiunque abbia ricordo delle numerose occasioni in cui sono intervenuto per sollecitare fortemente il Parlamento a intervenire, modificando la legge elettorale del 2005 almeno nei punti di più dubbia costituzionalità”. Questi punti, ha aggiunto, “erano stati segnalati già nelle sentenze emesse dalla Corte Costituzionale nel gennaio 2008 e nel gennaio 2012 esaminando le richieste di referendum abrogativi della legge vigente. Esatto: anche la corte ha più volte detto che quella legge non era costituzionale...... ma il Capo dello Stato sembra anche dubitare della reale volontà delle forze politiche di fare la riforma della legge elettorale.. quella giusta per loro stesse naturalmente e che cambi tutto affinchè nulla cambi
che casino..... e, come sempre, possiamo concludere con una certa sicurezza che mai come ora l'aforisma che meglio si addice al momento (visto che i partiti e i loro esponenti sono il nostro specchio) è "chi è causa del suo mal, pianga se stesso"... tradotto: ve li siete votati? Ora divertitevi...
p.s.
Gianfranco Pasquino, non certo un estremista, ha (in un articolo sul tirreno di oggi) fa un analisi illuminante della situazione del post sentenza quindi vi consiglio di leggervelo ma un piccolo passo mi ha colpito: [...] la Corte ha quasi (quasi che è come dire HA DETTO FRA LE RIGHE) detto che il Parlamento è illegittimo.... mi basta per dire
ANDATEVENE TUTTI A CASA, LIBERATECI DELLA VOSTRA ASFISSIANTE PRESENZA, LASCIATECI DECIDERE DA SOLI IL NOSTRO DESTINO ...... QUALUNQUE ESSO SARA'!
 

lunedì 8 novembre 2010

Preparate il salvagente...

Tutti abbiamo sentito Fini: ha dato un (pen)ultimatum al Capo: ora deve darvi seguito e ritirare la delegazione dal Governo. I tatticismi con il partito dell'amore non servono anzi ne fanno il gioco e fanno "sospettare" (giustamente) ai cittadini che non si miri ad altro che a prenderne la poltrona (magari dandogli il contentino del "salvavita" o la Presidenza della Repubblica, e quindi il senatorato a vita, dove fa meno danni) scaldandola per il vero futuro Capo .... Montezemolo? Intanto perché il paese é fermo e si vede (quindi urgono interventi urgenti), ma soprattutto perché il vizio di cercare consensi questa maggioranza, compresi i finiani, ce l'hanno ancora: oggi ad esempio al forum delle famiglie (che secondo i giornali di "famiglia" non contava nulla) molti esponenti vi hanno presenziato e sostenuto che i soldi vanno dati solo alle famiglie "ufficiali" e non alle altre (le gerarchie ecclesiastiche gongoleranno) e quasi metà del paese (ivi compresi i tanti separati opportunisti che ne parlano) ne resta fuori: famiglie di fatto, omosessuali, ecc.... E' solo una mossa per rinsaldare le truppe in vista del voto, sia chiaro, e null'altro e sono stati costretti anche a "precisare" perché buona parte del loro stesso elettorato non sarebbe stato d'accordo ma intanto il sasso é stato gettato, l'attenzione dal Capo (che non ci é andato per ovvi motivi), e dai suoi "casini", é stata sviata e la gente (si spera di no ma sicuramente é così) pensa già ad altro ossia a quelle piccole cose reali (da cui i politici tutti sono lontani anni luce) che si chiamano: campare, pagare bollette, ecc. perché, vedete, se anche liberaldemocratici , leggasi liberisti e non "comunisti" come qualcuno vorrebbe far credere, come Bill Emmott, ex direttore dell'Economist, nel suo libro "Forza, Italia" trae le somme della sua analisi (che condivido anche se non ne condivido la prognosi) indicando quali sono i veri problemi che stanno affogando il paese (innanzitutto questa maggioranza e la classe dirigente falsamente riformatrice sia del pd che del pdl) Lavoro ossia Legge Elettorale, Giustizia, Concorrenza, Conoscenza mette il dito nella piaga di quanto siamo noi stessi la causa del male che ci attanaglia: preferiamo vivacchiare anziché navigare diventando preda di coloro che da quasi 15 anni ci stanno levando anche l'aria.

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