mercoledì 21 novembre 2007

Ciclone in Bangladesh: un'opportunità per il capitalismo dei disastri?

La distruzione portata dal ciclone in Bangladesh (circa 10 mila morti e interi villaggi ed economie locali distrutte) potrebbe rivelarsi un vero affare sia per il ceto dominante in quel paese sia per gli speculatori sulle disgrazie altrui: infatti si sta già guardando alla cosiddetta ricostruzione e si fanno i conti. Il modello potrebbe essere quello solito già visto in altre zone colpite da calamità: raccolte di fondi usati per finanziare villaggi ed hotel per ricchi stranieri; espulsione, più o meno forzata delle popolazioni indigene dalle zone colpite; interventi che favoriscono gli investimenti stranieri al fine di favorire il turismo d'elitè; costruzione di zone cuscinetto per tenere lontani i nativi. C'è da scommetterci che andrà così? Chiaramente la speranza è no ma la tentazione, soprattutto se ci mettono gli occhi sopra i grandi speculatori, è forte come già accadde nelle zone colpite dallo tsunami di qualche anno fa, fu così e mentre ai nativi non è arrivato un dollaro che sia uno immense risorse sono state investite in alberghi e villagi turistici costruiti sulle spiagge dove prima vivevan i pescatori mentre anche i governi locali hanno fatto la loro parte riducendo le tasse e riformando le leggi sulla proprietà per favorirle; e ora se non c'è attenzione da parte delle ong internazionali e locali può accadere anche in Bangladesh la stessa cosa. Il capitalismo dei disastri è ormai una realtà finanziaria globale ed è un vero mercato in espansione che coglie appunto le occasioni delle calamità naturali per presentarsi con il volto buono della ricostruzione nelle zone colpite mentre in realtà mentre fa poco per i nativi fa molto per se stesso e i propri rappresentati.
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