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mercoledì 5 giugno 2019

Sanità, per salvare il pubblico dal privato bisogna abbattere le liste d’attesa

Fonte: Il Fatto Quotidiano Cronaca | 5 Giugno 2019 

Il nostro sistema sanitario è minato da tempo da corruzione e malaffare. Roberto Formigoni, quando era presidente della Regione Lombardia, diceva che il sistema lombardo era il migliore d’Europa: certo, forse per lui ed i suoi compari che hanno organizzato il sistema privato di accreditamento senza alcun controllo e nel loro interesse. Se a Milano ed in Lombardia i migliori ospedali sono privati, come il San Raffaele, è difficile poter accedere a servizi di livello in quei luoghi “speciali” semplicemente con la mutua. Ma quel che è peggio che i cittadini non capiscono che devono tutti salvaguardare il sistema pubblico perché se esso dovesse scomparire anche quelli che hanno la fortuna di essere coperti avranno premi assicurativi sicuramente più alti. Pensiamo poi ai milioni di italiani che invece una assicurazione non potrebbero permettersela: come già avviene in fasce di persone, rinunceranno a curarsi.
E’ di questi giorni la notizia dell’arresto di diversi medici di Bergamo per aver scelto di effettuare visite private all’interno di strutture pubbliche, riducendo il numero di quelle mutualistiche, e di farne anche in strutture private esterne riducendo così il guadagno di quelle pubbliche per le quali venivano pagati. Una frode ai danni del Sistema Sanitario Nazionale di 950mila euro!
Occorre cambiare questo sistema in cui il privato ormai occupa più del 50% delle esigenze di salute. Occorre un sistema di controlli a campione sui pazienti e non sulle cartelle cliniche o sul cartaceo. Occorre non utilizzare il medico di famiglia come controllore solo perché lo Stato non è in grado di controllare e che i cittadini tutti, a cominciare dai medici, non rispettano le regole, ancor più importanti in un sistema in cui la salute e la malattia sono la base della vita.
Il privato vince soprattutto nella gestione delle liste di attesa per visite, esami e interventi. Occorre proteggere prima il sistema pubblico ed obbligare il privato ad avere, in un sistema concorrenziale equilibrato, gli stessi oneri ed onori. Non serve l’impegno di avere previsto nella prossima finanziaria un nuovo esborso di 350 milioni di euro solo per ridurre le attese. Prendiamo ad esempio la Casa di Cura San Pio X di Milano accreditata con il Sistema Sanitario Nazionale: non ha un pronto soccorso, esiste un programma per sviluppare soprattutto Ginecologia e Ortopedia grazie ai rimborsi regionali alti e perché spesso i medici sono “stimolati” alle visite private con sacrificio di quelle mutualistiche. Non ho nulla contro questa clinica, anzi sono certo che ci lavorano tanti bravi medici, ma non mi pare giusto che la direzione possa decidere chi e quanto curare nel silenzio della Regione.
D’altronde tutti i grossi gruppi sanno che conviene investire in sanità, senza controlli seri. Come De Benedetti con la sua Kos: spiega Investire Oggi, “Anche perché la spesa sanitaria privata è in significativa crescita, laddove ha in parte sostituito la spesa pubblica per alcune prestazioni (prevalentemente ambulatoriali) a seguito dell’incremento del ticket sanitario e dell’allungamento dei tempi di attesa nelle strutture pubbliche”.
Quindi come iniziare a ridurre le liste di attesa senza spendere di più?
– Togliendo il convenzionamento se non si rispettano le regole. Parità di guadagni a parità di prestazioni. Invito la ministra Giulia Grillo a controllare i numeri delle liste di attesa nel privato e inserendo un tetto che non può essere superato se prima non si assicurano le visite della mutua. Controlli quante visite ambulatoriali fanno i vari medici di specialità, ne vedrà delle belle!
– Cancellando i “solventi divisionali”. Spiego meglio. In molte strutture private accreditate si distinguono tre tipi di prenotazioni: lo “sfigato” che attende per una visita con il Ssn anche un anno; il “ricco” che la fa privatamente dopo qualche giorno;  il tipico italiano – il “furbo” o per lo meno si sente tale – a cui viene chiesta una partecipazione diretta simile al ticket, che deve sborsare per una prestazione che il Ssn dovrebbe pagare visto che lui paga le tasse (speriamo!). La Regione resta silenziosa perché non riceve la ricetta del Ssn e quindi non paga nulla riducendo la spesa tenendo i conti in ordine. La struttura ed il medico acconsentono a ricevere una cifra più bassa di una visita privata, ma comunque subito, a differenza di rimborsi regionali inferiori e a mesi di distanza, a scapito di un allungamento delle liste di attesa vere per i cittadini più onesti. Negli ospedali e nelle strutture private accreditate occorre modulare le visite private a seconda delle esigenze di quelle mutualistiche in modo di non far vincere né il ricco né il furbo.
Vogliamo intervenire?
Cronaca | 5 Giugno 2019

martedì 13 novembre 2018

Sanità, aumentare il potere delle Regioni potrebbe rivelarsi una fregatura per i cittadini

Fonte: Il Fatto Quotidiano Politica | 13 novembre 2018 


La questione del “regionalismo differenziato” di cui ho parlato nei precedenti post rischia di tradursi in un’autentica arlecchinata istituzionale e di rivelarsi come una falsa soluzione ai problemi innegabili di governo della sanità. Tradotto: una sonora fregatura per i cittadini e nello stesso tempo, una questione politica divisiva tra Lega e Movimento 5 stelle.
Il ministro degli Affari regionali Erika Stefani ha depositato presso la presidenza del Consiglio dei ministri la proposta di legge per la quale il Veneto si dovrebbe portare a casa ben 23 materie attualmente concorrenti con lo Stato tra le quali la sanità. Quindi il Veneto dovrebbe uscire dal servizio sanitario nazionale. Proposta, da quello che sappiamo, per il momento posta in stand by da numerose obiezioni avanzate da più ministeri (Salute, Infrastrutture, Mise e Lavoro, Ambiente e Giustizia).
Perché arlecchinata? La procedura per avere più materie da sottoporre all’autonomia regionale, prevista dalla legge, è uguale per tutti ma le Regioni sono libere di scegliere le materie devolvibili, tutte o in parte, e di scegliere aspetti cioè singoli problemi delle materie devolvibili. L’arlecchinata dipende dall’enorme variabilità delle richieste regionali e dall’impossibilità di dare loro risposte univoche e uniformi. Alle gravi diseguaglianze storiche che abbiamo già si aggiungeranno altre diseguaglianze facendo saltare di fatto il principio di universalità che il diritto alla salute richiederebbe.
Perché dico “una falsa soluzione”? Per tante ragioni:
– perché l’operazione deve avvenire a costo zero cioè alla crescita dell’autonomia regionale non corrisponderà un aumento dei finanziamenti. Il criterio che vale è quello della spesa storica. Se il Veneto fino ad ora per la sanità ha speso l’8%, d’ora in poi gli sarà permesso trattenere la cifra che potrà spendere come vuole, salvo il caso di un commissariamento se non rispetterà i famosi livelli essenziali di prestazioni (Lep) cioè non rispetterà i diritti di legge.
– perché i problemi di governo che hanno le Regioni non sono risolvibili come credono le Regioni solo con una crescita dei poteri. Questi problemi hanno a che fare con profondi mutamenti sociali e economici che richiedono soluzioni riformatrici, un modo di pensare diverso dal passato. Per questo la forma di governo va ripensata rivedendo i rapporti promiscui tra governo e gestione: la soluzione dell’azienda ormai dopo 26 anni di esperienza fa acqua da tutte le parti.
– perché la teoria del decentramento amministrativo non è più in grado di reggere il confronto con le famose sfide della complessità che dobbiamo affrontare.
– perché non ha senso dare più autonomia alle Regioni e riempirle, da Roma con lo spending power, di limiti e vincoli.
– perché, infine, la sostenibilità garantita con politiche di de-finanziamento ci sta mettendo in ginocchio e ormai ci impone di andare oltre il piccolo cabotaggio dell’amministrativismo e delle politiche locali, ecc ecc.
Due convincimenti: il regionalismo differenziato è una soluzione sbagliata a una questione, quella del governo della sanità. Per affrontarlo bisogna spostare la riflessione non sul terreno delle autonomie ma su quello della forma di governo più opportuna e più adeguata. Da questo scaturisce che non si può definire una nuova forma di governo della sanità senza prima scegliere la strategia alla quale si deve attenere. Un conto è definire il governo per gestire e amministrare la spesa e un conto è definire il governo per liberare risorse con degli interventi riformatori. Cosa vogliamo fare in futuro? Amministrare e basta? O riformare e amministrare il cambiamento?
Personalmente ritengo che esiste una mediazione possibile tra la teoria del regionalismo differenziato e la necessità di non rovinare un sistema sanitario – che deve restare – nazionale, solidale, universale. Le soluzioni ci sono. Tale mediazione va ricercata ora prima che non si rompano le relazioni nel governo e prima di dare il via a proposte di legge, che inevitabilmente darebbero luogo a conflitti non solo nella politica ma nel paese.
Alla Lega ricordo che è diventata un partito nazionale e che quello che si fa in Veneto si ripercuoterà nel resto d’Italia. Se il Veneto o altre regioni uscissero dal servizio sanitario nazionale peggiorerebbero le condizioni delle Regioni più deboli.
Al Movimento 5 stelle invece ricordo che l’autonomia è un valore ma essa non può essere fraintesa con l’arbitrarietà e non può essere il pretesto per mettere in piedi pericolose concentrazioni di potere o peggio ancora per amministrare le professioni quindi a scapito di altre autonomie. Un’autonomia che non genera autonomia è una finta autonomia. Oggi per ragioni di complessità le forme di governo di stampo centralistico – a qualsiasi livello siano collocate – devono aprirsi alla partecipazione delle professioni e dei cittadini. Quindi vanno ripensate nelle autonomie.
Cerchiamo insieme questa mediazione ed evitiamo di fare stupidaggini.
PS. Siccome non è agevole trattare in modo esauriente la questione del regionalismo differenziato in un post, rimando per gli approfondimenti agli articoli pubblicati on line su Quotidianosanità.it 

Politica | 13 novembre 2018

lunedì 29 gennaio 2018

Il regalo di Renzi ai petrolieri si scopre solo oggi: ha azzerato l’obbligo di intesa con le Regioni

Fonte: Triskel182
(Il Fatto Quotidiano)
L’obbligo di un accordo forte tra esecutivo ed enti locali preliminare alla realizzazione di progetti energetici era stato inserito nella Legge di Stabilità 2016, che recepiva – rendendoli di fatto inammissibili – sei dei sette quesiti referendari sulle trivelle. Dopo pochi mesi, però, in gran segreto Palazzo Chigi ha modificato una norma del 1990, aggirando e depotenziando quel vincolo. Risultato: lo Stato ha mano libera, così come emerso nella vicenda della raffineria di Taranto, dove confluirà il petrolio del megagiacimento Tempa Rossa, senza l’assenso della Puglia. Coordinamento No Triv: “Traditi milioni di italiani e cancellata una delle principali conquiste dei territori”.
Un gioco di prestigio messo in atto prima per svuotare la proposta referendaria sulle trivelle del 2016 e per eliminare, pochi mesi dopo, quelle garanzie che avrebbero permesso una vera intesa, e non solo di facciata, tra esecutivo ed enti locali su tutti i progetti energetici. Nel tentativo di evitare il referendum del 17 aprile, infatti, il Governo Renzi aveva ceduto alla pressione di dieci Regioni accettando (con un maxi emendamento infilato inLegge di Stabilità 2016) di concordare con esse i progetti. Dopo solo sei mesi, invece, ha cambiato le regole “grazie alla generale disattenzione delle opposizioni parlamentari” e con la semplice modifica di una norma del 1990. Una modifica passata sotto silenzio e scoperta dal costituzionalista Enzo Di Salvatore, padre dei quesiti referendari, nel riesaminare il fascicolo sulla raffineria di Taranto, dove confluirà il petrolio del mega giacimento Tempa Rossa. Quel cambio di regole ha permesso, infatti, al Governo Gentiloni di approvare, il 22 dicembre scorso, una delibera che consente la prosecuzione dell’iter dell’istanza di autorizzazioneper adeguare le strutture logistiche alla raffineria Eni a Taranto nonostante l’opposizione della Regione Puglia. In Parlamento nessuno se n’è accorto, ma ora a denunciarlo è il Coordinamentonazionale No Triv, secondo cui quella norma “tradisce l’accordo con le dieci Regioni interessate ed è anticostituzionale”. Il sospetto è che il Governo abbia agito nella convinzione che la riforma Costituzionale con l’accentramento delle competenze avrebbe messo un sigillo a quella modifica, ma le cose sono andate diversamente.
LA NORMA VARATA DAL GOVERNO RENZI – Al centro di tutto una norma rimasta nascosta nelle pieghe del decreto legislativo 127 del 30 giugno 2016 (Norme per il riordino della disciplina in materia di conferenza di servizi), che attua l’articolo 2 della legge 124 del 7 agosto 2015. “La norma in questione, varata dal Governo Renzi – ricorda a ilfattoquotidiano.it Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – tradisce milioni di italiani e cancella una delle principali conquiste delle Regioni ottenute con la previsione, in Legge di Stabilità 2016, dell’obbligo del raggiungimento di un’intesa in senso ‘forte’ tra Stato e Regioni ai fini dell’approvazione di progetti petroliferi”.
NESSUNA INTESA PER TEMPA ROSSA – A settembre scorso è stata la ministra per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, rispondendo a una interrogazione nel corso del question time, in sostituzione del ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ad annunciare che il Governo stava lavorando a raggiungere un’intesa con la Regione Puglia sul progetto Tempa Rossa, per i lavori di adeguamento del porto di Taranto. Eppure questo accordo non c’è mai stato. Il 22 dicembre scorso, su proposta del premier Paolo Gentiloni, dopo il diniego al rilascio dell’intesa da parte del governatore Michele Emiliano, il Consiglio dei ministri ha concesso ugualmente le autorizzazioninecessarie all’esecuzione del progetto della Total. Si prevede di stoccare presso la raffineria Eni di Taranto il greggio estratto a Tempa Rossa, in Basilicata (50mila barili di greggio al giorno) utilizzando tra l’altro le agevolazioni fiscali introdotte con le Zes, le Zone economiche speciali e di cui fa parte anche Taranto. Ma come è stato possibile andare avanti senza la Regione?
IL GIOCO DI PRESTIGIO – Per capirlo bisogna fare un passo indietro, al referendum anti-trivelle del 2016. Alcuni quesiti referendari erano stati assorbiti nella legge di Stabilità attraverso un maxi emendamento presentato dal Governo. Tanto che in seguito l’Ufficio centrale per i referendum presso la Corte di Cassazione li aveva dichiarati inammissibili, lasciandone ‘in piedi’ solo uno. “Tra quelli usciti dal referendum perché coperti da maxi emendamento alla legge di Stabilità c’era quello che garantiva alle dieci Regioni interessate che ogni volta che si fosse trattato di realizzare un progetto di tipo energetico – spiega Di Salvatore – il Governo avrebbe dovuto trattare con loro e conseguire un’intesa in senso ‘forte’, così come più volte ha richiesto la Corte costituzionale con la sua giurisprudenza”. Insomma, se la garanzia era già contenuta nella manovra, non c’era più bisogno di quel quesito nella consultazione. Cosa è successo invece? Che successivamente è stata modificata la legge 241 del 1990 e, in particolare, l’articolo 14 quarter. “La norma garantiva – continua Di Salvatore – che quando ci fosse stato uno stallo nel rilascio dell’intesa, l’esecutivo avrebbero dovuto cercare una trattativaaccordando un certo termine alle Regioni, scaduto il quale avrebbe dovuto ritirare la proposta e chiamare a sé il presidente della Regione per concertare una soluzione politica”. A dare la possibilità al Governo di attuare questa modifica è stata la legge delega adottata nel 2015 dal Parlamento e con la quale aveva autorizzato l’Esecutivo a procedere a una semplificazione della disciplina delle Conferenze di servizio, contenuta proprio nella legge del 1990. “Il Governo è andato anche oltre – spiega il costituzionalista – e ha eliminato la procedura contenuta nell’articolo 14 quarter”. Così la delibera di dicembre che riguarda Tempa Rossa fa sì riferimento (e legittimamente) a quella legge, “ma il punto – continua Di Salvatore – è che la norma non è più legittima”.
LE CONSEGUENZE – Secondo il coordinamento ciò comporta che da un anno e mezzo a questa parte tutti i progetti che riguardano gas e petrolio possono essere approvati e resi cantierabili in tempi rapidi, così come richiesto dalle società del settore Oil&Gas. “Con una semplice modifica normativa – commenta Enzo di Salvatore – il Governo Renzi ha fatto sì che lo Stato potesse superare facilmente l’opposizione delle Regioniconvertendo l’intesa in senso “forte” in una intesa in senso “debole”. D’ora in poi, su Tempa Rossa e, più in generale, per autorizzare la ricerca, l’estrazione, il trasporto e lo stoccaggio di idrocarburi, lo Stato avrà sostanzialmente mano libera. “La delibera che consente la prosecuzione del procedimentodell’istanza di autorizzazione per l’adeguamento delle strutture di logistica alla raffineria di Eni a Taranto – avverte il Coordinamento No Triv – rischia di essere la prima di una lunga serie se le Regioninon porranno la questione in sede di Conferenza Stato-Regioni”. Secondo Di Salvatore “questa norma è palesemente incostituzionale, anche alla luce dell’esito del referendumcostituzionale che ha ribadito che lo Stato non può in alcun modo prevaricare le Regioni nelle scelte che concernono l’energia ed il governo del territorio”.

venerdì 24 ottobre 2014

Legge di Stabilità, dal bonus bebè al Tfr e le nuove tasse, l’Abc della manovra

Sul Fatto Quotidiano del 24/10 troverete le singole misure..  io invece voglio dire alcune cose:
  1. questa legge di stabilità in realtà le tasse le aumenta non le diminuisce perchè se è vero che, ad esempio, l'irap vien ridotta; in realtà essa prima della riduzione impone un aumento retroattivo alle aziende sul costo del lavoro: in pratica dovranno retroattivamente pagare di più per vedersi ridurra la prte addebitata per il lavoro dei dipendenti.. nemmeno un Andreotti avrebeb avuto tanta fantasia.
  2. il bonus bebè è .... dimezzato; dov'è l'incentivo per le famiglie, tanto strombazzato, se poi gliene dai la metà e pure facendo lo schizzinoso?
  3. apre lo scontro con gli statali in generale e con le forze dell'ordine in particolare perchè fra bocchi dei contratti, tagli ai finanziamenti, blocco della vancanza contrattuale, ecc. tutto rimane così com'è quindi.... si riduce.
  4. 80 euri, l'elemosina che si son ripresi già mille volte, rimane ma ..... cambia qualcosina per esempio l'isee assume nuovi parametri quindi si restringe la cerchia degli isee bassi; il tfr può esser messo in busta ma con aliquota ordinaria cioè non si sale di scaglione ma .... perde, fino al 2018 non può cambiare idea, gli interessi nel frattempo maturati sul capitale del tfr; un salasso vero e proprio per non dire un altro termine che spero abbiate intuito!
  5. niente sgravi per rilanciare il settore auto, ma... ecobonus e ristrutturazioni sono invariati ma... per un anno ossia dopo si torna ai vecchi santi!
  6. IVA e relative partite, i falsi lavoratori autonomi per intendersi, l'aliquota minima sale dal 5% che era al, udite udite, 15%!!! Non si dovranno superare i 40 mila euri naturalmente altrimenti sono altri problemi cui non si accenna minimamente e che favorirà l'abbandono del lavoro legale per un ampissima fasica di presunti autonomi....
  7. ammortizzatori che salgono a 2 mld ma con questi chiari di luna, o di sole fate voi, è già certo che NON basteranno.... anzi ce ne vorranno altrettanto se mai l'art.18 venisse completamente cancellato e quindi anche nel pubblico impiego passeranno forme di lcenziamento sia collettivo che individuale.. magari via twitter o facebook.
  8. anzichè sciogliere quel pozzo senza fondo di soldi nostri che sono le aziende locali la legge di stabilità si limita a rimandare allo Sblocca Italia e quindi... zero anzi meno di zero perchè senza incentivi i futuri Ato nasceranno già indebitati quanto lo sono quelli attuali; sapete chi ci guadagna davvero? CdP ossia il braccio armato del governo, la nuova iri per intenderi, che potrà acquisire a man bassa senza pagare dazio o quasi con acquisizioni che non ridurranno certo i problemi delle aziende locali ma le allontaneranno ancora di più nella loro azione dai cittadini.
  9. per quanto riguarda le entrate...... bè vi tralascio lo sproloquio della lotta all'evasione (senza il falso in bilancio in penale non serve a nulla), e le dismissioni di qualche azienducola e delle caserme che servono alla pubblicità progresso... il grosso arriva (oltre che con l'irap di cui sopra e i tagli agli statali, forze dell'ordine comprese) con l'attivazione dei fondi UE non utilizzati (in realtà son prestiti con lo stesso regime bancario quindi soldi dfati con gli interessi da pagare), ma soprattutto con i 6,5 mld (che arriveranno a 20 l'anno prossimo) di tagli a regioni, province (ma non erano abolite?) comuni e al loro corollario di aziende, servizi, ecc. (un bel ceffone alla sanità e al sociale); poi ci sono altri tagli AL CSM, alla Corte dei Conti, all'ista, alla Consob, all'Anticorruzione, alla Rai, all'Agenzia per l'Italia digitale, all'Inea, al Cra, alle Poste italiane che vedranno ridursi un bel pò i fondi per il servizio universale postale e già vantavano crediti per vari mld di euro e già si annunciano circa 20 mila esuberi; e tagli alle fondazioni (un vero scrigno lo sono quelle bancarie ma non mi pare che ci sia la volontà di toccarle davvero queste ultime) un altro assalto alle pensioni integrative, già strassate, e alle casse pensioni che stanno alzando gli scudi in europa ma, ce la faranno? Una cosa un pò odiosa di questi tempi sono: niente soldi veri per Genova e le altre criticità e agli organismi internazionali....... e in tempi di alluvioni e di ebola se la potevano anche evitare se è vero che le spese della Presidenza del Consiglio sono state segretate.. perchè?

giovedì 16 gennaio 2014

un salto nel vuoto, secondo me, un balzo in avanti per i politici...

Prendo spunto da un post del mio collega, e amico, jigen che in un post dal titolo "trenino" sosteneva alcune cose che in parte condividevo e in parte..
...stasera mi è capitato questo articolo di di Alessandro Bartolini | 16 gennaio 2014 pubblicato sul Fatto Quotidiano che vi suggerisco di leggere nel caso usiate spesso i treni o per lavoro o per diletto: tutti sappiamo che il servizio non è all'altezza dello standard europeo per tanti motivi non ultimo quello dei tagli draconiani imposti dagli ultimi 5 governi alle regioni e direttamente a Trenitalia (attraverso reti ferroviarie) ma la stessa società, mmonopolista, non è scevra da da critiche perchè, ragionando in termini aziendali (quindi costi, ricavi e benefici), e non in termini di servizi che fornisce a una pletora di persone che la finanziano attraverso abbonamenti e biglietti non fornisce alcun ritorno, nonostante non abbia concorenti nello stesso campo d'azione: in realtà la società, e lo stato appresso, hanno puntato tutto sulla TAV e hanno abbandonato a se stessa tutto il resto con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi: nonostante i grandi proclami nessun soggetto coinvolto ha interesse a investire nel trasporto pubblico; il modello pubblico non è gradito alle alte sfere politiche: il coinvolgimento diretto comporta da parte della politica ufficiale, regionale e nazionale, l'assunzione di responsabilità verso i cittadini in generale e i pendolari e i viaggiatori (che stanno aumentando di numero) in particolare.
Perchè il punto vero rimane: un privato non è costretto ad accollarsi anche tratte non redditizie senza aumenti di biglietti e abbonamenti che compensino la perdita.... a meno che Stato e Regione non intervengano per calmierare il tutto: il che credo non sia una prospettiva fattibile....

Detto quanto sopra ecco l'articolo, buona lettura
Trenitalia: tre regioni non rinnoveranno il contratto di servizio. "Troppi disagi"
Toscana, Abruzzo e Veneto hanno deciso di indire nuove gare di appalto per il trasporto regionale. I dubbi dei sindacati di base: "Può trasformarsi in un danno per utenti e lavoratori". Ferrovie dello Stato non commenta la decisione: "E' nelle loro facoltà"
Tre Regioni dicono addio a Trenitalia. Abruzzo, Toscana e Veneto non rinnoveranno il contratto con la società per i servizi regionali di trasporto ferroviario. La decisione è arrivata in simultanea, poco prima di Natale. I motivi sono unanimi: troppi disagi, ritardi, sporcizia e sovraffollamento sui treni utilizzati da 2,8 milioni di cittadini (in tutto il Paese) per percorrere pochi chilometri, trasferte talvolta trasformate in odissee. Trenitalia non commenta la decisione. Del resto, fanno sapere “quella dell’affidamento per gara è una facoltà che le Regioni hanno da oltre 10 anni. La prima ad avvalersene è stata il Veneto, nel 2003. Sul tema del trasporto regionale, da tecnici, abbiamo idee e proposte che condivideremo agli inizi di marzo, e pubblicamente, con tutti gli stakeholder”. Ma la scelta – che sembra sostenere i pendolari – non convince i sindacati di base: “Il rischio è che una decisione di rivalsa nei confronti di Trenitalia, si traduca in una riduzione dei posti di lavoro, tariffe più alte per gli utenti e ulteriori tagli ai costi della sicurezza“, avverte Nicola De Pasquale dell’Unione dei sindacati di base. Non è detto poi che nuove gare significhino nuovi fornitori, vista la sostanziale mancanza di concorrenza. E allora perché mollare Trenitalia? Probabilmente per “costringerla” ad offrire servizi migliori a prezzi più bassi.
LO SCONTRO ROSSI-MORETTI E LA ROTTURA – La prima delle tre regioni a salutare il divorzio con Trenitalia è stata la Toscana. Il presidente Enrico Rossi lo scorso 4 dicembre, di buon mattino, si è calato nei panni di un pendolare e ha viaggiato a bordo del regionale che collega Montevarchi (Arezzo) a Firenze, per controllare le reali condizioni in cui versano i convogli. Un viaggio che non è piaciuto al governatore nonostante la puntualità svizzera con cui il treno (sovraffollato) è giunto a destinazione, che ha lasciato sbigottiti gli abituali viaggiatori e ha agitato le fantasie dei più maligni. Il 12 dicembre Rossi ha preso carta e penna e ha scritto all’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti: “O Trenitalia cambia o noi cambiamo Trenitalia”. Promessa mantenuta il 23 dicembre con una delibera di Giunta: “Abbiamo deciso di esercitare il diritto a non rinnovare per altri sei anni il contratto con la società. Procederemo a una nuova gara d’appalto”. Il contratto terminerà a fine del 2014 ma sarà valido per tutto l’anno e, alla scadenza, la Regione non rinnoverà automaticamente la convenzione. Ma intanto Rossi promette di mantenere il fiato sul collo di Moretti: “Continueremo a viaggiare sui treni regionali per verificare lo stato del servizio. Intanto chiederemo al governo, al Parlamento e all’Authority dei trasporti di mettere in condizioni le Regioni di fare gare appetibili, competitive e partecipate”. Lo strappo, nel caso in cui Trenitalia non si aggiudicasse la gara, costerebbe alla società, 250 milioni di euro in meno all’anno. E’ questa la cifra che la Toscana destina ogni anno al trasporto ferroviario regionale, a cui si devono aggiungerne altri 250 per il trasporto su gomma.
Ma quella tra Rossi e Moretti è una separazione annunciata. Un rapporto turbolento il loro, disseminato da continui battibecchi e frecciatine (leggi). A inizio dello scorso dicembre l’ad di Ferrovie aveva punzecchiato i governatori: “Spesso i pendolari si rivolgono a noi ma sbagliano indirizzo – aveva affermato Moretti – perché bisogna rivolgersi a chi fa i programmi di trasporto, cioè le Regioni”. Il governatore rispose seccamente: “Moretti pensi a far arrivare i treni in orario”, per poi lasciar presagire la rottura: “Quando si è mai visto il fornitore di un servizio polemizzare con il cliente, rivoltarsi contro il committente? Accade solo in presenza di un sistema monopolistico che lo garantisce. Ed è appunto questo ciò che chiediamo allo Stato centrale di rimuovere”. Perché, anche se nel 2009 è stata avviata la liberalizzazione dei servizi (le Regioni non hanno più l’obbligo di rivolgersi solo a Trenitalia), il sistema rimane praticamente privo di concorrenza.
IN ABRUZZO “TROPPE CRITICITA’” - La scelta della Toscana è arrivata in concomitanza con quella dalla Regione Abruzzo. Il 23 dicembre è stata formalizzata con delibera di giunta la cessazione del contratto prevista a fine 2014. Oltre a questo rapporto, l’Abruzzo interrompe anche quello con l’azienda di trasporto ferroviario regionale Sangritana. E anche qui la cessazione del rapporto si traduce in una potenziale perdita per Trenitalia. Nel 2012 l’Abruzzo ha speso 43,5 milioni di euro per circa 4 milioni di chilometri di servizi di trasporto ferroviario. Cifra che va sommata ai 906mila euro per coprire i quasi 410mila chilometri di servizi sostitutivi effettuato con i bus. Per garantire il trasporto regionale Trenitalia impiega 145 treni al giorno per assicurare il servizio a quasi 17mila utenti (10mila abbonati). “L’accordo che esiste ormai da un lustro – si legge nella relazione tecnica che annuncia la fine del contratto – ha tuttavia conosciuto momenti di criticità perché, nonostante gli sforzi compiuti, non sempre i sistemi organizzativi e le politiche di trasporto delle due aziende si sono trovate in sintonia”. Più duro il bilancio dell’assessore regionale ai Trasporti Giandonato Morra: “Spesse volte, in virtù di questa esclusività e in spregio a qualsiasi richiamo istituzionale, (Trenitalia, ndr) la fa da padrone con continui disservizi sulle linee dei pendolari. Ho fatto quanto, in ultima analisi, – conclude – era in mio potere di fare”. L’obiettivo è stipulare un accordo con un unico gestore che “costituirebbe un vantaggio e una positività del sistema nel suo complesso”.
ZAIA: “REGIONALI DEVONO ESSERE COME I TRENI GIAPPONESI” – A chiudere il cerchio il Veneto. Il 30 dicembre la Giunta Regionale ha deciso di disdire il contratto e il presidente leghista Luca Zaia ha confermato la scelta in una lettera indirizzata a Ferrovie dello Stato. Il sogno del governatore del Carroccio è “che il servizio in futuro sia gestito da una bella società veneta che dia risposte ai cittadini. Perché veneta? Perché il cane di troppi padroni muore di fame…”. Per il governatore le linee regionali dovrebbero “assomigliare alle ferrovie giapponesi dove un minuto di ritardo significa aver fallito l’obiettivo”. Il motivo della rottura è l’impossibilità di conciliare il progetto che l’ente ha in mente con le effettive garanzie offerte da Trenitalia. Per i 100mila utenti che ogni giorno usufruiscono del servizio, Zaia vorrebbe “una metropolitana di superficie” che “presuppone puntualità, capacità, cioè numero di vagoni, comfort e ospitalità: tutte cose che non può garantire la Regione, ma deve farlo il gestore, pagato con i soldi dei veneti per risolvere i problemi”. La locomotiva del Nord-est nel 2013 ha speso 140 milioni per il trasporto ferroviario regionale, e 256 per quello su gomma.     
I DUBBI DEI SINDACATI DI BASE - Ma tentare di affidare il servizio ad altre società, è veramente l’asso vincente per migliorare il trasporto pendolare? Secondo alcune organizzazioni dei ferrovieri no. Nicola De Pasquale, sindacalista e capotreno a Bologna, precisa: “All’origine dei disservizi ci sono scelte politiche poco lungimiranti, scarsi investimenti per migliorare il trasporto locale e la diminuzione dei servizi a discapito dell’Alta velocità“. Un quadro confermato da numeri. Il rapporto di Legambiente ”Pendolaria 2013″ denuncia “una diminuzione delle risorse nazionali stanziate nell’ultimo triennio (2010-2012) pari a -22% rispetto al triennio precedente”. “Dal 2009 ad oggi, – continua Legambiente – mentre i passeggeri aumentavano del 17% le risorse statali per il trasporto regionale su gomma e ferro si sono ridotte del 25%”. In 13 Regioni, poi, tra il 2011 e il 2012 c’è stato una sforbiciata di treni e corse in media del 5% ogni anno, che ha raggiunto punte del 15% in Puglia, tutto questo mentre il governo ha fatto uno sconto del 15% sul canone per l’uso dell’infrastruttura per l’Alta Velocità a Trenitalia e Ntv (leggi). Ma Trenitalia replica: “Sono le regioni a finanziare il servizio, noi non abbiamo competenze dirette. – precisa il direttore del trasporto regionale Francesco Cioffi all’Espresso - Se Trenitalia nell’Alta velocità ha carta bianca, nel regionale è soltanto il gestore. Noi, in ogni caso stiamo investendo 3 miliardi per nuovi convogli”.
Anche la Regione Emilia Romagna, nonostante sia vincolata per altri tre anni a Trenitalia, ha fatto sapere che tenterà di smarcarsi dalla società. Sono già state avviate trattative per la preparazione del bando che regolerà la gara di appalto. Ed è qui che emergono i timori maggiori per i lavoratori: “La clausola sociale è in fase di definizione – dichiara De Pasquale – e quindi manca il documento ufficiale”. “Ma la nostra paura – continua il sindacalista – è che serva unicamente a far transitare i lavoratori nella eventuale nuova società vincitrice della gara. Senza che questa sia sottoposta a nessun vincolo”. Il rischio è che i nuovi fornitori, per aggiudicarsi gli appalti, propongano prezzi concorrenziali a discapito dei lavoratori. Una prospettiva che l’assessore regionale ai Trasporti della Toscana, Vincenzo Ceccarelli, esclude: “Non prevedo scenari apocalittici quando uno cerca di cambiare lo fa per migliorare le cose, non per peggiorarle”.

giovedì 16 febbraio 2012

eccone un altra: la tassa della sfiga

Pensavamo che solo in Grecia ci si possa inventare tasse anche odiose o astruse? Vi sbagliavate, questo é il paese che ha inventato: l'evasione fiscale nei modi più fantasiosi; i condoni di vario tipo; la finanza creativa (di cui nel 2003 hannno approfittato proprio i grandi moralizzatori attuali, ossia Francia e Germania che stanno distruggendo la Grecia); la tassa sui cd/dvd; la tassa sui cellulari; la tassa sulla salute, ecc. ma una tassa sulla sfiga, che ne dite? Bé proprio sulla sfiga, no (se fosse tirata fuori solo per il fatto di essere italiani.. elimineremmo in un anno il debito pubblico).. ma una tassa sulla "disgrazia" si. A qualcuno era sfuggita? Nell'ultimo milleproroghe il Governo aveva introdotto l'obbligo, per le regioni colpite da calamità, di alzare fino al massimo (e oltre) le addizionali locali per coprire il costo degli interventi da effettuare. Ebbene; si scopre ora che, dopo un ricorso alla Consulta, questa odiosa tassa é incostituzionale. La tassa sulla sfiga, insomma, di trovarsi oggetto di tassazione dopo essere capitati in eventi disastrosi (peraltro sempre più frequenti visti i cambiamenti climatici in corso e la cui portata ancora non é chiara) è da sfigati: da cui tassa sulla sfiga..... ora il Governo c'ha provato e gli era andata bene perché era stata approvata con il voto di tutti (anche di quelli che ufficialmente si scagliano contro l'aumento delle tasse ma che evidentemente contano sulla nostra ignoranza o distrazione), ma alcune regioni hanno fatto ricorso e hanno avuto ragione; state attenti: nel nostro paese "ignorantia non excusat".....

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